Mario Del Pero

Archivio mensile: gennaio 2018

Un anno con Trump

Tempo di bilanci, questo, dopo un anno di Trump alla Casa Bianca. Un anno vissuto pericolosamente e spesso sull’ottovolante, ma al termine del quale il Presidente è ancora al timone del paese, forse più forte di quanto non apparisse solo poche settimane fa. Proviamo, allora, a fare un bilancio sintetico di questi dodici mesi, individuando tre successi e tre fallimenti dell’amministrazione Trump, e offrendo alcune considerazioni critiche sul suo operato.
Un primo successo è dato dall’economia. I numeri parlano chiaro. La crescita del PIL è stata del 2.5% annuo nel 2017, con picchi superiori al 3% nel secondo e terzo quadrimestre. La disoccupazione si colloca attorno al 4%. L’indice Dow Jones della borsa di Wall Street ha fatto segnare un +30%. I tassi di fiducia dei consumatori sono ai livelli più alti da quasi vent’anni a questa parte. Sono risultati in parte indipendenti dall’azione di governo di Trump, su tutti quella riforma fiscale i cui effetti debbono ancora entrare a regime, e che riflettono sia le politiche promosse da Obama sia una sostenuta ripresa globale della quale beneficiano anche gli Usa. Ma sono risultati sui quali Trump può capitalizzare politicamente e che smentiscono le tante previsioni catastrofiste che ne avevano accompagnato l’elezione e il successivo insediamento.
Un secondo successo, tutto politico, è rappresentato dai tassi di consenso di cui il Presidente gode presso l’elettorato repubblicano e, soprattutto, la sua parte più conservatrice e militante. Da più parti si enfatizza la radicale impopolarità di Trump, misurata da sondaggi Gallup che lo qualificano – per distacco – come il presidente meno apprezzato dal 1945 a oggi. In un contesto polarizzato come quello attuale, questo dato è però assai meno rilevante che in passato. Le sorti politiche di Trump dipendono infatti primariamente dal controllo della sua base elettorale di riferimento. Un controllo, questo, che rimane saldo e che previene possibili insorgenze anti-trumpiane tra i repubblicani.
Terzo e ultimo successo: l’efficace, e spregiudicato, utilizzo della leva amministrativa per promuovere un’azione di deregolamentazione finalizzata a smantellare i tanti provvedimenti introdotti (anche essi per via amministrativa) da Obama in alcuni settori nodali, ambiente e finanza su tutti.
L’utilizzo, e talora l’abuso, dello strumento amministrativo ci indica un primo, eclatante fallimento di Trump e dei repubblicani. A dispetto del controllo di Presidenza e Camere, questo primo anno è stato caratterizzato da un bassissimo tasso di produttività legislativa e da alcuni clamorosi fiaschi, su tutti il tentativo di cancellare la riforma della sanità di Obama, che di fronte all’assalto repubblicano è divenuta anzi più popolare tra l’opinione pubblica.
Un secondo fallimento riguarda la politica estera, dove la promessa svolta centrata sulla costruzione di un rapporto privilegiato con la Russia di Putin non si è realizzata, vittima della sua incoerenza strategica, dell’ampia opposizione a Mosca presente nel partito repubblicano e in molti apparati statuali e, anche, dell’indagine sulle presunte ingerenze russe nella campagna presidenziale del 2016.
Terzo e ultimo fallimento: l’incapacità di Trump di farsi almeno un po’ più presidenziale, sottraendosi a quell’imbarbarimento del discorso pubblico che tanto aveva contributo alle sue fortune politiche. Dentro i miasmi violenti, rozzi e non di rado razzisti dello scontro politico odierno Trump continua in realtà a trovare il suo habitat naturale, finendo così per utilizzare il pulpito presidenziale non per contrastarli, ma per alimentarli e finanche legittimarli.

Il Giornale di Brescia, 24 gennaio 2018

Razzismo, “Shitholes” e degrado della politica

“Shithole”, letteralmente “cessi” o, meglio, “posti di merda”. Così Donald Trump ha apostrofato, durante un incontro con alcuni senatori, paesi come Haiti o la Nigeria (“perché, ha continuato il Presidente, “i nostri immigrati vengono da questi paesi e non invece dalla Norvegia?”). Un commento volgare, insensibile e, sì, squallidamente razzista. Che gli è valso pure la pesante denuncia dell’agenzia per i diritti umani delle Nazioni Unite. Poco importa se Trump creda a quel che dice – in fondo tutta la sua vita è contraddistinta da cambi di opinione repentini e radicali – o se questa aggressiva grossolanità razzista sia strategica: a uso e consumo, cioè, di quell’elettorato repubblicano più becero e retrivo che ancor oggi lo appoggia con entusiasmo e dal cui sostegno egli dipende. E poco importa, anche, se quest’ultimo episodio confermi la fragilità psichica e l’inconsistenza intellettuale di Trump denunciate nel recente libro sul suo primo anno di presidenza del giornalista Michael Wolff. Che Trump non stia proprio bene lo rivelano in fondo i suoi frequenti tweet delle tre del mattino, nei quali prende in giro di volta in volta l’ex modella ingrassata e fuori forma o l’avversario politico “fallito” e “perdente”.
La domanda da porsi è invece come questo sia possibile: come una figura simile possa essere giunta alla Casa Bianca, in un’America dove più che altrove il linguaggio si è fatto negli anni attento, se non addirittura asettico, in nome di un politicamente corretto particolarmente sensibile proprio alle questioni razziali.
Tre sono le risposte possibili, tra loro strettamente intrecciate. La prima riguarda un imbarbarimento e un degrado del discorso pubblico che Trump oggi certo alimenta, ma del quale è per molti aspetti il prodotto ben più che la causa. Incidono le forme nuove di una comunicazione che, quando applicate all’opaca complessità della politica, producono e legittimano messaggi urlati e binari, che trivializzano realtà complesse e difficili. Pesano il discredito e la delegittimazione di élites politiche di loro non prive di responsabilità, ma che oggi sono il bersaglio facile e privilegiato del clima anti-intellettuale in cui viviamo. Ma opera – ed è questo il secondo fattore sul quale soffermarsi – anche la polarizzazione che contraddistingue le democrazie più avanzate: società divise e fratturate, queste, dove i meccanismi di mobilitazione di una parte passano attraverso la delegittimazione di un avversario trasformato automaticamente in nemico assoluto e quindi illegittimo. Il circolo vizioso è qui tanto perverso quanto, soprattutto negli Usa, visibile. Democrazie efficienti abbisognano di quella moderazione e di quei compromessi che in un contesto polarizzato diventano difficili se non impossibili; la conseguente, e frequente, improduttività dell’azione politica catalizza a sua volta un’ulteriore delegittimazione dei soggetti tradizionali che la svolgono, facilitando così l’ascesa di demagoghi radicali come Trump. In un simile contesto, con elettorati quasi militarizzati contro nemici assoluti, percepiti come veri e propri pericoli per la democrazia e la propria stessa libertà, prevalgono logiche d’identificazione e di appartenenza strettamente identitarie. Negli Stati Uniti – terzo e ultimo aspetto – la razza continua a costituire un fattore determinante nel definire lealtà partitiche e scelte elettorali. Ce lo mostrano bene i dati dell’ultimo ciclo elettorale, quando Trump vinse con più di venti punti di scarto tra l’elettorato bianco (il 70% di quello complessivo). La frattura razziale – quella “linea del colore” che da sempre segna e condiziona la storia americana – è tornata a farsi forte e profonda negli anni in cui Barack Obama è stato presidente. Anni, questi, durante i quali un pezzo minoritario ma affatto marginale del paese dimostrò di non voler accettare l’idea che un nero potesse risiedere alla Casa Bianca, furono lanciate campagne indecenti (anche da Trump stesso) atte a dimostrare che Obama non fosse nato negli Usa e per opportunismo, viltà e debolezza il partito repubblicano fece un patto col diavolo con un razzismo che avrebbe infine facilitato l’ascesa e il successo di un presidente incontrollabile, e impresentabile, come Donald Trump.

Il Mattino, 14 gennaio 2018

Il Pulsante Più Grosso

Il degrado del discorso pubblico, di cui Trump è in fondo tanto il prodotto quanto una delle cause, lo si può misurare anche dal tweet, rozzo e machista, spedito in risposta al dittatore nordcoreano Kim Jong-Un, nel quale il presidente statunitense ha affermato di avere un pulsante nucleare “molto più grosso e potente” di quello di Kim.
Dichiarazione ineccepibile, questa, al di là del grossolano doppio senso che l’accompagna, stante il monumentale gap di potenza militare (e, appunto, nucleare) che esiste tra Stati Uniti e Nord Corea. Ma dichiarazione che banalizza un quadro assai più complesso e opaco. Il nucleare può infatti costituire l’arma dei poveri: lo strumento con il quale riequilibrare, almeno in parte, marcati squilibri di forza. Nel caso specifico, con l’atomica la Corea del Nord ha ulteriormente rafforzato una capacità deterrente di cui già disponeva grazie alla sua capacità di scatenare un conflitto convenzionale dai costi immensi nella penisola coreana. Se muovere guerra prima che Pyongyang si dotasse di armi atomiche e missili a lunga gittata era di per sé quasi inimmaginabile, oggi questa opzione appare ancor meno praticabile.
Le logiche della deterrenza – rafforzate dalla lezione che i precedenti d’Iraq e Libia sembrano indicare a Kim Jong-un – aiutano quindi a chiarire matrici ed effetti del programma nucleare nordcoreano. Esse offrono però una spiegazione solo parziale. Variabili ideologiche, economiche e geopolitiche vanno aggiunte per ottenere un quadro più completo ed esaustivo. La valenza simbolica del nucleare è fondamentale per un regime che spera di vedere accresciuto il suo status di potenza e che nella forza militare trova da sempre un elemento identitario: un fattore distintivo, da brandire tanto nel processo di mobilitazione interna quanto nella richiesta di riconoscimento indirizzata all’esterno. L’atomica offre una delle poche carte negoziali di cui la Corea del Nord dispone per cercare di barattare moderazione (e quindi offerta di sicurezza) con vitali aiuti economici in forma di crediti, tecnologia e materie prime. Infine, esacerbare le tensioni regionali, magari scatenando una corsa agli armamenti, destabilizza un ordine di cui gli Usa continuano a essere i garanti ultimi e rischia di acuire gli antagonismi tra le principali potenze dell’area, a partire da quelli tra Cina e Giappone.
È un quadro, questo, nel quale non vi sono soluzioni semplici e dove il “pulsante nucleare più grosso e potente” di Trump a poco serve: perché i costi di una guerra sono troppo alti per tutti, a partire dai milioni di sudcoreani esposti al fuoco del vicino settentrionale; perché quello che la studiosa Nina Tannenwald ha chiamato il “taboo nucleare” continua fortunatamente a operare, rendendo l’opzione di un conflitto atomico non contemplabile o accettabile; perché, infine, la condizione di assoluta inferiorità in cui versa la Corea del Nord permette di contenerne la sfida ovvero di renderne automaticamente suicida l’eventuale ambizione di usare il nucleare per funzioni altre da quella deterrente.
Questa consapevolezza dovrebbe indurre chi guida gli Stati Uniti a un surplus di moderazione e attenzione, per evitare che la crisi coreana possa turbare una relazione, quella tra Usa e Cina, di suo complessa e difficile e per preservare uno status quo che costituisce in fondo la condizione più favorevole all’avvio dell’auspicata transizione in Corea del Nord. Moderazione e attenzione che, per temperamento e calcolo politico, sembrano però davvero mancare a chi guida gli Usa oggi, come ci ricorda anche questo ennesimo tweet.

Il Giornale di Brescia, 5 gennaio 2018