Mario Del Pero

Il Pulsante Più Grosso

Il degrado del discorso pubblico, di cui Trump è in fondo tanto il prodotto quanto una delle cause, lo si può misurare anche dal tweet, rozzo e machista, spedito in risposta al dittatore nordcoreano Kim Jong-Un, nel quale il presidente statunitense ha affermato di avere un pulsante nucleare “molto più grosso e potente” di quello di Kim.
Dichiarazione ineccepibile, questa, al di là del grossolano doppio senso che l’accompagna, stante il monumentale gap di potenza militare (e, appunto, nucleare) che esiste tra Stati Uniti e Nord Corea. Ma dichiarazione che banalizza un quadro assai più complesso e opaco. Il nucleare può infatti costituire l’arma dei poveri: lo strumento con il quale riequilibrare, almeno in parte, marcati squilibri di forza. Nel caso specifico, con l’atomica la Corea del Nord ha ulteriormente rafforzato una capacità deterrente di cui già disponeva grazie alla sua capacità di scatenare un conflitto convenzionale dai costi immensi nella penisola coreana. Se muovere guerra prima che Pyongyang si dotasse di armi atomiche e missili a lunga gittata era di per sé quasi inimmaginabile, oggi questa opzione appare ancor meno praticabile.
Le logiche della deterrenza – rafforzate dalla lezione che i precedenti d’Iraq e Libia sembrano indicare a Kim Jong-un – aiutano quindi a chiarire matrici ed effetti del programma nucleare nordcoreano. Esse offrono però una spiegazione solo parziale. Variabili ideologiche, economiche e geopolitiche vanno aggiunte per ottenere un quadro più completo ed esaustivo. La valenza simbolica del nucleare è fondamentale per un regime che spera di vedere accresciuto il suo status di potenza e che nella forza militare trova da sempre un elemento identitario: un fattore distintivo, da brandire tanto nel processo di mobilitazione interna quanto nella richiesta di riconoscimento indirizzata all’esterno. L’atomica offre una delle poche carte negoziali di cui la Corea del Nord dispone per cercare di barattare moderazione (e quindi offerta di sicurezza) con vitali aiuti economici in forma di crediti, tecnologia e materie prime. Infine, esacerbare le tensioni regionali, magari scatenando una corsa agli armamenti, destabilizza un ordine di cui gli Usa continuano a essere i garanti ultimi e rischia di acuire gli antagonismi tra le principali potenze dell’area, a partire da quelli tra Cina e Giappone.
È un quadro, questo, nel quale non vi sono soluzioni semplici e dove il “pulsante nucleare più grosso e potente” di Trump a poco serve: perché i costi di una guerra sono troppo alti per tutti, a partire dai milioni di sudcoreani esposti al fuoco del vicino settentrionale; perché quello che la studiosa Nina Tannenwald ha chiamato il “taboo nucleare” continua fortunatamente a operare, rendendo l’opzione di un conflitto atomico non contemplabile o accettabile; perché, infine, la condizione di assoluta inferiorità in cui versa la Corea del Nord permette di contenerne la sfida ovvero di renderne automaticamente suicida l’eventuale ambizione di usare il nucleare per funzioni altre da quella deterrente.
Questa consapevolezza dovrebbe indurre chi guida gli Stati Uniti a un surplus di moderazione e attenzione, per evitare che la crisi coreana possa turbare una relazione, quella tra Usa e Cina, di suo complessa e difficile e per preservare uno status quo che costituisce in fondo la condizione più favorevole all’avvio dell’auspicata transizione in Corea del Nord. Moderazione e attenzione che, per temperamento e calcolo politico, sembrano però davvero mancare a chi guida gli Usa oggi, come ci ricorda anche questo ennesimo tweet.

Il Giornale di Brescia, 5 gennaio 2018