Mario Del Pero

Un anno con Trump

Tempo di bilanci, questo, dopo un anno di Trump alla Casa Bianca. Un anno vissuto pericolosamente e spesso sull’ottovolante, ma al termine del quale il Presidente è ancora al timone del paese, forse più forte di quanto non apparisse solo poche settimane fa. Proviamo, allora, a fare un bilancio sintetico di questi dodici mesi, individuando tre successi e tre fallimenti dell’amministrazione Trump, e offrendo alcune considerazioni critiche sul suo operato.
Un primo successo è dato dall’economia. I numeri parlano chiaro. La crescita del PIL è stata del 2.5% annuo nel 2017, con picchi superiori al 3% nel secondo e terzo quadrimestre. La disoccupazione si colloca attorno al 4%. L’indice Dow Jones della borsa di Wall Street ha fatto segnare un +30%. I tassi di fiducia dei consumatori sono ai livelli più alti da quasi vent’anni a questa parte. Sono risultati in parte indipendenti dall’azione di governo di Trump, su tutti quella riforma fiscale i cui effetti debbono ancora entrare a regime, e che riflettono sia le politiche promosse da Obama sia una sostenuta ripresa globale della quale beneficiano anche gli Usa. Ma sono risultati sui quali Trump può capitalizzare politicamente e che smentiscono le tante previsioni catastrofiste che ne avevano accompagnato l’elezione e il successivo insediamento.
Un secondo successo, tutto politico, è rappresentato dai tassi di consenso di cui il Presidente gode presso l’elettorato repubblicano e, soprattutto, la sua parte più conservatrice e militante. Da più parti si enfatizza la radicale impopolarità di Trump, misurata da sondaggi Gallup che lo qualificano – per distacco – come il presidente meno apprezzato dal 1945 a oggi. In un contesto polarizzato come quello attuale, questo dato è però assai meno rilevante che in passato. Le sorti politiche di Trump dipendono infatti primariamente dal controllo della sua base elettorale di riferimento. Un controllo, questo, che rimane saldo e che previene possibili insorgenze anti-trumpiane tra i repubblicani.
Terzo e ultimo successo: l’efficace, e spregiudicato, utilizzo della leva amministrativa per promuovere un’azione di deregolamentazione finalizzata a smantellare i tanti provvedimenti introdotti (anche essi per via amministrativa) da Obama in alcuni settori nodali, ambiente e finanza su tutti.
L’utilizzo, e talora l’abuso, dello strumento amministrativo ci indica un primo, eclatante fallimento di Trump e dei repubblicani. A dispetto del controllo di Presidenza e Camere, questo primo anno è stato caratterizzato da un bassissimo tasso di produttività legislativa e da alcuni clamorosi fiaschi, su tutti il tentativo di cancellare la riforma della sanità di Obama, che di fronte all’assalto repubblicano è divenuta anzi più popolare tra l’opinione pubblica.
Un secondo fallimento riguarda la politica estera, dove la promessa svolta centrata sulla costruzione di un rapporto privilegiato con la Russia di Putin non si è realizzata, vittima della sua incoerenza strategica, dell’ampia opposizione a Mosca presente nel partito repubblicano e in molti apparati statuali e, anche, dell’indagine sulle presunte ingerenze russe nella campagna presidenziale del 2016.
Terzo e ultimo fallimento: l’incapacità di Trump di farsi almeno un po’ più presidenziale, sottraendosi a quell’imbarbarimento del discorso pubblico che tanto aveva contributo alle sue fortune politiche. Dentro i miasmi violenti, rozzi e non di rado razzisti dello scontro politico odierno Trump continua in realtà a trovare il suo habitat naturale, finendo così per utilizzare il pulpito presidenziale non per contrastarli, ma per alimentarli e finanche legittimarli.

Il Giornale di Brescia, 24 gennaio 2018