Mario Del Pero

Archivio mensile: febbraio 2018

Essendo necessaria, per la sicurezza di uno Stato libero, una Milizia ben organizzata

“L’unica cosa che può fermare un uomo malvagio con una pistola è un uomo buono con la pistola”. No, non è Clinton Eastwood in un qualche vecchio film di Sergio Leone a parlare, ma l’allora vice-presidente della National Rifle Association (NRA), la potente lobby statunitense delle armi, che nel dicembre del 2012 rispose così alle polemiche seguite all’ennesima strage in una scuola americana, quella di Sandy Hook in Connecticut, quando furono uccisi sei adulti e venti bambini dell’età di 6 e 7 anni.
È stato calcolato che tra quel dramma e il massacro avvenuto l’altro ieri a Parkland, nel sud della Florida costato la morte a 17 persone, vi sono stati più di 1500 “mass shooting” (sparatorie contro gruppi di persone, soprattutto in spazi pubblici come quelli scolastici). Le vittime sono state circa 2mila. Nell’ultimo trentennio, di fronte a un significativo calo del numero di omicidi e di reati con armi da fuoco, sono aumentati, e di molto, le stragi come quelle di Sandy Hook e Parkland. Per i giovani tra i 15 e 19 anni, le armi sono la seconda causa di morte dopo gl’incidenti stradali, con un tasso di rischio che è stato calcolato essere di ottanta volte superiore a quello degli altri paesi più ricchi.
È una vera e propria emergenza sociale, questa, alla quale non si risponde con misure tanto banali quanto concrete, ma, appunto, proponendo di armare le “persone buone” – addirittura bidelli e insegnanti nelle scuole – per permetter loro di reagire al fuoco di quelle “malvagie”. Dopo la strage di Sandy Hook, Obama e il suo vice Biden cercarono di far approvare dal Congresso una serie di provvedimenti di elementare buon senso: limiti sulla vendita di armi d’assalto e sulla capacità dei caricatori; controlli retroattivi; monitoraggio più severo degli scambi tra privati, soprattutto alle fiere, dove verifiche e tracciabilità sono spesso eluse. Non servì a nulla e il pacchetto fu affondato dal voto compatto dei repubblicani a cui si aggiunse quello di molti democratici. Eppure, sarebbero bastate alcune di queste misure per rendere meno tragico un atto di follia – quello compiuto a Parkland da un 19enne mentalmente instabile – trasformato in strage grazie alla possibilità di usare armi semi-automatiche (un fucile A-15).
Come si spiega tutto ciò? Perché è così difficile fare scelte in fondo tanto semplici? Per quale ragione l’ampio sostegno popolare, indicato dai sondaggi, ai provvedimenti proposti a suo tempo da Obama non si traduce in azione politica e legislativa?
Il combinato disposto d’ideologia e interessi ci offre una prima, essenziale risposta. Il secondo emendamento costituzionale del 1791 è spesso invocato per giustificare l’attuale stato di cose. Solo negli Usa, si afferma, il diritto di portare armi è costituzionalmente sancito. È una lettura testuale e grottescamente a-storica, questa, che però è divenuta ideologicamente egemone. Basta leggerlo, quell’emendamento, per comprenderlo: il diritto si lega a una precisa condizione storica e alla necessità, per un paese giovane, militarmente debole e dalla sicurezza fragile di potersi mobilitare rapidamente, armando il suo popolo (“Essendo necessaria, per la sicurezza di uno Stato libero, una Milizia ben organizzata”, recita l’emendamento, “non sarà violato il diritto del popolo di tenere e portare armi”). Che abbia prevalso una lettura sì dogmatica ci dice molto della forza degli interessi e delle lobby di possessori e produttori di armi da fuoco. Che sono divenuti dagli anni Settanta in poi uno dei più potenti e spregiudicati gruppi di pressione del paese. Capaci di controllare un pezzo di Congresso e il Partito Repubblicano nella sua interezza. E capaci di far credere che in questa America solo i “buoni” con le pistole possano in fondo contrapporsi ai tanti “malvagi” che la popolano.

Il Giornale di Brescia, 16.2.2018

Il paese dei fenomeni

Un paese di fenomeni, soprattutto declinato al femminile, pare essere diventata l’Italia in campagna elettorale. Campagna giovanilista come non mai, questa. Dove si fa a gara a chi presenta il volto più fresco, internazionale e, anche, telegenico. Il messaggio appare netto: c’è un’Italia di giovani brillanti, capaci e cosmopoliti il cui momento è infine giunto. Che chiede che i suoi meriti e le sue capacità siano finalmente riconosciuti e premiati. A cui si deve fare spazio. E così sulle pagine del più importante quotidiano nazionale, scopriamo che una 28enne plurilaureata e poliglotta, “strappata” addirittura alla cancelliera Merkel si candida con i 5 Stelle; o che una 17enne liceale veneta è stata insignita, “prima italiana”, di un prestigioso riconoscimento nientepopodimeno che dall’università di Harvard.
Se ci guardiamo dentro, a queste storie, scopriamo però che sono molto più normali e convenzionali di quanto non si voglia fare credere. La giovane pentastellata, Alessia D’Alessandro, ha studiato Economia e Politiche Pubbliche in piccole università private in lingua inglese a Brema e Berlino (atenei che non appaiono tra le migliaia classificati nei vari ranking mondiali di cui oggi disponiamo), trascorrendo un periodo in scambio a SciencesPo, Parigi (la mia università) e lavorando infine per qualche mese come assistente presso un’associazione d’imprenditori legata alla CDU, il partito della Merkel. La 17enne Chiara Bargellesi, “trionfatrice” alla simulazione ONU di Harvard oltre che studentessa in scambio in un liceo della Virginia, sta facendo quello che decine di migliaia di ragazzi e ragazze italiani fanno da tempo: partecipare, e ben figurare, a questi eventi che si svolgono ormai ovunque e trascorrere un anno di liceo all’estero.
Intendiamoci, sono storie ammirevoli e non banali, quelle di Alessia e Chiara. Lasciare casa così giovani, venire catapultate in realtà lontane e diverse, imparare le lingue: tutto ciò richiede fatica, tenacia, ambizione e capacità d’adattamento. Ma sono, nel mondo d’oggi, storie normali, appunto. Non eccezionali.
E allora perché le si trasforma in tali? Perché quest’ansia di eccezionalità? Questa brama di fenomeni da sbattere in prima pagina?
Due elementi, strettamente intrecciati, sembrano agire. Da un lato vi è la degenerazione di una retorica, giovanilista e del merito – cavalcata da tanti, a partire da Matteo Renzi – che sembra essere davvero sfuggita di mano, generando cortocircuiti visibili e quasi imbarazzanti. Una legittima reazione a un paese, e a una politica, bloccati oltre che a forme macroscopiche di discriminazione generazionale nel mondo del lavoro paiono aver prodotto una sorta di contro-mostro, in virtù del quale l’anagrafe diventa ora titolo discriminante. Essere giovani è valore in sé: garanzia di merito a prescindere. Poco importa che un elemento cruciale di qualsiasi professionalità, inclusa quella politica, dovrebbe essere l’esperienza. Un’esperienza che si forma nel tempo, nel lavoro, nello studio e, anche, negli errori. Che raramente a 28 anni si è – anzi, si può essere – “consiglieri economici” di una delle principali leader mondiali come Angela Merkel.
Dall’altro pare agire quella fascinazione, molto italiana, per la figura eccezionale e unica. La normalità – la banalità del buon agire quotidiano – non sembra fare per noi. Anzi, di fronte alle difficoltà del paese, a quella che in taluni casi è la loro strutturale eccezionalità, si va alla caccia di figure salvifiche e taumaturgiche. Che non sono, e non possono, essere di questo mondo, ovvio. Ma che in fondo non è mai difficile inventare.

Il Giornale di Brescia, 5.2.2018