Mario Del Pero

Il paese dei fenomeni

Un paese di fenomeni, soprattutto declinato al femminile, pare essere diventata l’Italia in campagna elettorale. Campagna giovanilista come non mai, questa. Dove si fa a gara a chi presenta il volto più fresco, internazionale e, anche, telegenico. Il messaggio appare netto: c’è un’Italia di giovani brillanti, capaci e cosmopoliti il cui momento è infine giunto. Che chiede che i suoi meriti e le sue capacità siano finalmente riconosciuti e premiati. A cui si deve fare spazio. E così sulle pagine del più importante quotidiano nazionale, scopriamo che una 28enne plurilaureata e poliglotta, “strappata” addirittura alla cancelliera Merkel si candida con i 5 Stelle; o che una 17enne liceale veneta è stata insignita, “prima italiana”, di un prestigioso riconoscimento nientepopodimeno che dall’università di Harvard.
Se ci guardiamo dentro, a queste storie, scopriamo però che sono molto più normali e convenzionali di quanto non si voglia fare credere. La giovane pentastellata, Alessia D’Alessandro, ha studiato Economia e Politiche Pubbliche in piccole università private in lingua inglese a Brema e Berlino (atenei che non appaiono tra le migliaia classificati nei vari ranking mondiali di cui oggi disponiamo), trascorrendo un periodo in scambio a SciencesPo, Parigi (la mia università) e lavorando infine per qualche mese come assistente presso un’associazione d’imprenditori legata alla CDU, il partito della Merkel. La 17enne Chiara Bargellesi, “trionfatrice” alla simulazione ONU di Harvard oltre che studentessa in scambio in un liceo della Virginia, sta facendo quello che decine di migliaia di ragazzi e ragazze italiani fanno da tempo: partecipare, e ben figurare, a questi eventi che si svolgono ormai ovunque e trascorrere un anno di liceo all’estero.
Intendiamoci, sono storie ammirevoli e non banali, quelle di Alessia e Chiara. Lasciare casa così giovani, venire catapultate in realtà lontane e diverse, imparare le lingue: tutto ciò richiede fatica, tenacia, ambizione e capacità d’adattamento. Ma sono, nel mondo d’oggi, storie normali, appunto. Non eccezionali.
E allora perché le si trasforma in tali? Perché quest’ansia di eccezionalità? Questa brama di fenomeni da sbattere in prima pagina?
Due elementi, strettamente intrecciati, sembrano agire. Da un lato vi è la degenerazione di una retorica, giovanilista e del merito – cavalcata da tanti, a partire da Matteo Renzi – che sembra essere davvero sfuggita di mano, generando cortocircuiti visibili e quasi imbarazzanti. Una legittima reazione a un paese, e a una politica, bloccati oltre che a forme macroscopiche di discriminazione generazionale nel mondo del lavoro paiono aver prodotto una sorta di contro-mostro, in virtù del quale l’anagrafe diventa ora titolo discriminante. Essere giovani è valore in sé: garanzia di merito a prescindere. Poco importa che un elemento cruciale di qualsiasi professionalità, inclusa quella politica, dovrebbe essere l’esperienza. Un’esperienza che si forma nel tempo, nel lavoro, nello studio e, anche, negli errori. Che raramente a 28 anni si è – anzi, si può essere – “consiglieri economici” di una delle principali leader mondiali come Angela Merkel.
Dall’altro pare agire quella fascinazione, molto italiana, per la figura eccezionale e unica. La normalità – la banalità del buon agire quotidiano – non sembra fare per noi. Anzi, di fronte alle difficoltà del paese, a quella che in taluni casi è la loro strutturale eccezionalità, si va alla caccia di figure salvifiche e taumaturgiche. Che non sono, e non possono, essere di questo mondo, ovvio. Ma che in fondo non è mai difficile inventare.

Il Giornale di Brescia, 5.2.2018

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