Mario Del Pero

La fine del “Dialogo” sino-statunitense?

L’annuncio dell’intenzione di Trump d’interrompere il “Dialogo economico onnicomprensivo sino-statunitense” non giunge del tutto inatteso. Creato al termine dell’amministrazione Bush, e poi potenziato con Obama, questo forum bilaterale di confronto e discussione su questioni tanto strategiche quanto economiche ha visto gradualmente venir meno la ragione, precipuamente simbolica e politica, che ne aveva determinato in prima istanza la creazione. Esso serviva tanto a Washington quanto a Pechino per rimarcare l’oggettiva convergenza d’interessi tra i due paesi e la reciproca volontà di gestire in modo cooperativo e consensuale i tanti dossier che legano Cina e Stati Uniti. Era, in altre parole, un modo per istituzionalizzare l’interdipendenza sino-statunitense: una sorta di formalizzazione di quel G-2 che costituisce il cuore delle relazioni internazionali contemporanee. Gli Usa comunicavano la loro volontà d’integrare la Cina nell’ordine internazionale liberale a leadership statunitense, riconoscendone lo status di grande potenza e i diritti che ne derivano. La Cina esprimeva la sua intenzione di divenire partner responsabile di tale ordine, accettando gli obblighi e le responsabilità che ne conseguono.
Oggi Cina e, soprattutto, Stati Uniti altro, ben altro, vogliono affermare. E in quella miscela, complessa e potenzialmente assai pericolosa, di collaborazione e antagonismo che contraddistingue il rapporto tra Washington e Pechino è la seconda dimensione, quella competitiva, che sembra qualificare la narrazione dominante di tale rapporto, in particolare negli Stati Uniti.
Perché proprio oggi e cosa può scaturire da questa decisione statunitense?
Due risposte possono essere offerte a ognuna di queste domande. Trump agisce ora, e cerca di massimizzare il valore politico di questa scelta, perché si trova in chiara difficoltà. Alzare la soglia della contrapposizione con la Cina serve per rafforzare l’immagine di un Presidente decisionista, capace di liberarsi finalmente di quei vincoli che gli hanno finora impedito di dare corso alla svolta unilateralista e protezionista promessa in campagna elettorale e ancora lontana dall’essere realizzata. Tra questa decisione, il rimpasto permanente dentro l’amministrazione e i dazi recentemente imposti su alluminio e acciaio vi è un legame strettissimo. Con le elezioni di medio-termine alle porte, l’inchiesta del procuratore Mueller sulle ingerenze russe nella campagna del 2016 che si avvicina pericolosamente alla famiglia Trump e ai suoi affari opachi, e la forte inquietudine di una rappresentanza repubblicana al Congresso che ha ottenuto ciò stava più a cuore ad essa e ai suoi finanziatori (i tagli alle tasse), Trump prova a rilanciare per non trovarsi in un angolo. Lo fa su un tema, la Cina e le sue spregiudicate pratiche economiche, rispetto al quale esiste negli Usa un fronte critico ampio e politicamente trasversale. E questo ci porta alla seconda spiegazione, che si lega al convincimento che Pechino abbia beneficiato di un trattamento preferenziale non più giustificato. Che la crescita della potenza, economica e militare, cinese imponga oggi di non chiudere più gli occhi su brevetti non rispettati, un mercato interno che discrimina produttori stranieri, e una politica di sussidi e sostegno pubblico che viola le regole della concorrenza. Dentro, appunto, una rappresentazione che enfatizza la natura antagonistica della relazione tra Cina e Stati Uniti, questi elementi oggettivi e non contestabili non solo non possono essere più occultati, ma finiscono per diventare centrali se non dominanti.
Le conseguenze sono però fortemente destabilizzanti. Molteplici variabili concorrono a determinare l’inestricabile mutua dipendenza tra le due grandi potenze dell’ordine mondiale corrente. Lo si è visto bene nella crisi del 2008 e in quel che ne è seguito, quando sono state le politiche espansive cinesi e statunitensi a trascinare il mondo fuori dalle secche della recessione globale. Scorciatoie unilaterali come quelle rozzamente proposte da Trump non esistono, almeno che non si voglia scatenare una spirale pericolosissima.
È probabile, però, che quella spirale non la voglia nemmeno Trump. Che la simbologia, di questo come di altri atti, sia più importante dei contenuti e il buon senso in ultimo prevalga. Anche perché proprio sugli squilibri che il Presidente denuncia, a partire dal monumentale deficit statunitense nella bilancia commerciale bilaterale, si fondano alcuni dei pilastri fondamentali del modello di società costruito negli Usa nell’ultimo quarantennio. Su tutti, quei consumi individuali e familiari che hanno rappresentato, e continuano a rappresentare, un ammortizzatore sociale cruciale in un paese a welfare debole e fortemente privatistico. E senza la Cina, e i suoi prodotti – è importante ricordarlo – quegli Usa “impero dei consumi”, come ebbe a definirli il grande storico Charles Maier, non potrebbero (e non sarebbero mai potuti ) esistere.

Il Mattino, 19 marzo 2018

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