Mario Del Pero

La Russia e la ritrovata unità atlantica

Un’ondata di espulsioni di diplomatici russi in tutti i più importanti paesi della Comunità Atlantica e dell’Unione Europea, Italia inclusa. Addirittura sessanta nei soli Stati Uniti, dove l’amministrazione Trump ha anche deciso di chiudere la rappresentanza consolare di Mosca a Seattle. Le tensioni tra la Russia e quello che un tempo avremmo definito il blocco occidentale raggiungono un nuovo picco. Il fattore scatenante è stato l’avvelenamento dell’ex spia russa Sergei Skripal e della figlia avvenuto nella cittadina britannica di Salisbury il 4 marzo scorso. Ma quell’episodio, per quanto drammatico ed estremo, ha rappresentato il picco di un’escalation che durava da tempo.
Che obiettivi si pongono Europa, Canada e Stati Uniti con questa eclatante azione? Cosa è intervenuto per mettere la sordina a quelle voci più caute che, negli Usa e ancor più in molti paesi europei (a partire dalla Francia), invitavano alla moderazione e al dialogo?
Tre ipotesi possono essere avanzate. La prima, la più banale, è che l’intelligence raccolta sul caso Skripal, e condivisa tra i membri dell’Alleanza Atlantica, non lasci adito a dubbi sulla responsabilità ultime del Cremlino. Se così fosse si tratterebbe di un atto straordinario per spregiudicatezza e protervia. Un attacco condotto sul suolo britannico utilizzando armi chimiche che non solo ha lasciato in fin da vita l’ex spia e la figlia, ma seriamente avvelenato un poliziotto locale non può essere lasciato impunito. Anche perché costituisce un pericolosissimo precedente cui altri potrebbero seguire.
E questo ci porta alla seconda, possibile spiegazione. La cui valenza è politica e simbolica. È un messaggio forte, fortissimo, quello che quest’asse transatlantico invia a Vladimir Putin. Un messaggio di unità e compattezza ritrovate, dopo che sul dossier russo molte erano state le divisioni dentro l’Europa e tra quest’ultima e gli Stati Uniti. E un messaggio che si estende alla più generale disinvoltura dell’azione internazionale di Mosca. Dalle ingerenze nella campagna elettorale statunitense al sostegno a forze politiche anti-EU in Europa alle azioni unilaterali in Siria, la Russia è parsa voler destabilizzare un quadro di suo già molto fragile e volatile. Queste espulsioni, che nel caso degli Usa seguono di pochi giorni una nuova serie di sanzioni economiche contro soggetti russi, paiono insomma costituire un monito, l’ennesimo, inviato a Putin e al suo entourage.
Terzo e ultimo: gli Stati Uniti. Che rimangono il soggetto egemone dentro la Comunità Atlantica. E dove l’iniziale progetto di Trump di abbandonare l’ostracismo anti-russo è stato ormai riposto nel cassetto. Osteggiata da gran parte dell’establishment di politica estera e invisa a un’ampia maggioranza dei membri repubblicani del Congresso, questa svolta geopolitica è morta sul nascere, affondata tanto dalle sue contraddizioni strategiche quanto dall’inchiesta sulle interferenze russe nelle elezioni del 2016 e le possibili collusioni con la campagna di Trump. Oggi che con le nomine di John Bolton a Consigliere per la Sicurezza Nazionale e di Mike Pompeo a Segretario di Stato i falchi neoconservatori tornano a occupare posizioni centrali nell’amministrazione, la linea della distensione con Mosca appare definitivamente morta.
I rischi sono molti. Su tutti quello di sortire un effetto opposto a quello auspicato, rafforzando ancora di più Putin e alimentando una rappresentazione vittimista, quella di una Russia ingiustamente accerchiata e minacciata, che il Presidente russo da tempo cavalca e sfrutta. Ma forse non vi erano alternative e, laddove le responsabilità del Cremlino rispetto alla vicenda di Salisbury fossero confermate, il bicchiere ormai davvero colmo.

Il Giornale di Brescia, 27 marzo 2018

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