Mario Del Pero

Verso Mid-Term

C’è un legame tra il brusco allontanamento del segretario di Stato, Rex Tillerson, e l’esito dell’elezione suppletiva per un seggio della Camera tenutasi in Pennsylvania e conclusasi con la sorprendente vittoria del candidato democratico, Conor Lamb. Ed è rappresentato dal fatto che entrambi evidenziano la palpabile debolezza di Trump e del partito repubblicano. Una debolezza tanto acuta quanto rilevante in prospettiva del voto del novembre prossimo, con il quale si rinnoverà l’intera camera dei deputati e poco più di un terzo del Senato.
Trump procede all’ennesima sostituzione di un importante membro del gabinetto, in un tourbillon di scandali, licenziamenti e dimissioni che non ha precedenti nella storia recente. Rimpiazzando Tillerson con il direttore della Cia, Mike Pompeo, Trump cerca di sfoggiare fermezza e decisionismo, rimovendo un segretario di Stato con il quale era da tempo in rotta di collisione. In realtà, quel che emerge è la disfunzionalità estrema di un’amministrazione che in poco più di un anno ha cambiato capo di gabinetto, Consigliere per la sicurezza nazionale e, appunto, Segretario di Stato, che non ha ancora nominato centinaia di funzionari governativi (con uno scarto del 30/40% rispetto a Obama a Bush Jr.). E che si appresta al vertice con la Corea del Nord senza aver ancora designato un ambasciatore a Seul o un responsabile di primo livello per le questioni coreane al dipartimento di Stato.
A questo caos nell’amministrazione fa da controcanto l’evidente difficoltà in cui versano i repubblicani, pesantemente danneggiati dall’immagine di un Presidente inviso a un’ampia maggioranza degli americani. Un Presidente, soprattutto, che con la sua volgarità, la sua ostentata impreparazione e i suoi imbarazzanti tweet notturni finisce per galvanizzare l’elettorato democratico, come evidenziato anche dal numero record di candidature femminili per le elezioni federali e statali dell’autunno prossimo. Numeri, questi, particolarmente significativi, in considerazione del fatto che il voto delle donne è maggioritario nel paese e fu già decisivo nelle vittorie di Obama del 2008 e 2012.
Il successo di un candidato democratico nel collegio sud-occidentale della Pennsylvania in cui si è votato ieri è di suo assai rilevante. In quel collegio, Trump vinse con uno scarto di venti punti nel 2016; nella stessa tornata elettorale i democratici rinunciarono a presentare un candidato contro il deputato in carica, Tim Murphy, poi travolto dall’ennesimo scandalo (anti-abortista convinto, si è poi scoperto che aveva costretto ad abortire una donna con la quale aveva una relazione extraconiugale). Il partito repubblicano ha investito ingenti risorse in questa elezione. Nel collegio, dove i bianchi costituiscono il 96% della popolazione complessiva, sono sovra-rappresentati settori industriali – energia e industria estrattiva – che Trump si è sempre impegnato a sostenere e proteggere. Infine, il collegio rappresenta un esempio macroscopico di quella pratica, largamente abusata da tante amministrazioni statali repubblicane, nota come “gerrymandering”: è stato cioè disegnato a tavolino in modo da massimizzare i vantaggi per i repubblicani, al punto tale che le singole strade di alcune cittadine sono state divise e attribuite a collegi distinti. Eppure tutto ciò non è bastato.
I repubblicani, va detto, conservano un vantaggio non marginale: 238 deputati a 193 alla Camera; 51 a 49 al Senato, dove però i democratici devono difendere ben 26 dei 35 seggi in palio in novembre. Il “gerrymandering” e una più inefficiente distribuzione dell’elettorato democratico, che si concentra eccessivamente nelle aree metropolitane, avvantaggiano a loro volta il partito repubblicano. Non è certo, però, che tutto ciò sia sufficiente per compensare il pesantissimo danno elettorale che consegue al trovarsi con un simile inquilino alla Casa Bianca.

Il Giornale di Brescia, 15 marzo 2018

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