Mario Del Pero

Archivio mensile: aprile 2018

Mr Macron va a Washington

È la settimana delle visite di leader europei negli Usa, questa. Il Presidente francese Emmanuel Macron sta per chiudere la sua tre giorni washingtoniana proprio quando la Cancelliera tedesca Angela Merkel si appresta a giungere nella capitale statunitense per incontrare Trump venerdì. La natura dei due vertici è diversa e solo a Macron sono stati riservati gli onori di una visita di Stato – la prima della Presidenza Trump – che trova oggi il suo culmine con un discorso al Congresso riunito in seduta congiunta. Evidente però è il filo comune che le lega. Da un lato vi sono diversi, cruciali dossier rispetto ai quali vi è una convergenza franco-tedesca (ed europea) nel cercare di condizionare scelte e politiche statunitensi. Dall’altro è difficile, se non impossibile, sfuggire alla sensazione che le due visite non rivelino anche una competizione per la leadership europea tra Parigi e Berlino.
I dossier, innanzitutto. Che sono quattro, a partire dalla cruciale questione dell’accordo sul nucleare iraniano. Accordo da preservare a ogni costo per Francia e Germania, e che invece Trump vuole abbandonare o vincolare a mutamenti oggi non contemplabili da Teheran. Difficile, se non impossibile, immaginare cambi di rotta da parte dell’amministrazione statunitense, a maggior ragione oggi che ne sono entrati a far parte dei falchi anti-iraniani come il Segretario di Stato, Pompeo e il Consigliere per la Sicurezza Nazionale, Bolton. Ma questo viaggio statunitense offre a Merkel e, soprattutto, Macron una sorta di tribuna per ribadire le proprie posizioni. Il secondo dossier è quello relativo al commercio. Qui la partita cruciale si gioca sia sull’esenzione dell’Europa dalle tariffe che Washington ha imposto su acciaio e alluminio (esenzione che scade il 1 maggio e che gli europei contano di prorogare) sia, e più in generale, su come far ripartire i negoziati in materia di commercio transatlantico e mondiale. Non appare casuale la scelta di Angela Merkel di far precedere la visita a Washington da un viaggio in Messico, il bersaglio abituale delle invettive protezioniste di Trump, dove la Cancelliera ha celebrato virtù e potenzialità ancora inespresse del libero scambio globale. È immaginabile che su questo aspetto Macron e Merkel possano ottenere qualche concessione. Terzo: il cambiamento climatico, le questioni ambientali e la necessità di mantenere in vigore il sistema instaurato con gli accordi parigini del dicembre 2015, che l’amministrazione Trump ha abbandonato. Il Presidente francese ne ha fatto una bandiera, invitando addirittura gli studiosi di tutto il mondo a trasferirsi in Francia per lavorare assieme sul tema (invito che apparirebbe un po’ più credibile laddove fosse accompagnato da qualche provvedimento concreto per migliorare lo stato disarmante in cui si trovano gran parte delle università francesi). Di nuovo, è difficile immaginare alcuna concessione da parte di Trump che, anzi, la sua bandiera l’ha trovata in un negazionismo anti-scientifico condiviso dalla sua base elettorale. Con molti stati, municipalità e, anche, imprese impegnati negli Usa a difendere i termini di Parigi 2015, la contrapposizione sembra però essere oggi soprattutto simbolica. Quarto e ultimo: la Siria. Dove evidenti sono invece le differenze tra Francia e Germania. E dove la prima spinge affinché sia congelato il ritiro, promesso da Trump, dei circa 2mila soldati statunitensi presenti sul campo.
Le convergenze tra Berlino e Parigi sono quindi numerose. Sottotraccia, ma visibile, vi è però una competizione tra le due che si manifesta anche in queste visite. Da subito dopo la sua elezione Macron ha cercato di usare la relazione con gli Usa come strumento di rafforzamento politico in Europa. Presentando la Francia come l’unico paese in grado sia di contenere l’America trumpiana sia – grazie alla sua impareggiabile strumentazione militare – di collaborarvi, il Presidente francese cerca d’investirsi di un ruolo unico e centrale – d’interlocutore speciale degli Usa – con cui surrogare anche la defezione britannica in Europa. Una linea, questa, che appare non di rado velleitaria e scollegata da una realtà ben diversa, nella quale, per esempio, il volume di scambi commerciali tra Francia e Stati Uniti è meno della metà di quello tra Germania e Usa (con un deficit commerciale per questi ultimi che, nel caso della Francia, è stato nel 2017 inferiore a un quarto di quello avuto invece con la Germania). Ma quella macroniana è una narrazione indirizzata primariamente a un’opinione pubblica interna, che alle promesse del suo giovane Presidente sembra peraltro già credere meno.

Il Mattino, 25 aprile 2018

Un colpo solo

Limitato; circoscritto; nelle promesse (e negli auspici, che di vittime civili ne avrà inevitabilmente causate) “chirurgico”. Questo è stato il raid franco-britannico-statunitense sulla Siria di ieri notte. “Un colpo solo” – un “one-time shot” – ha dichiarato l’austero segretario della difesa James Mattis. “Un attacco selettivo e delimitato che non mira a provocare un cambiamento di regime” gli ha fatto eco il premier britannico Theresa May. Un’azione concentrata solo “sulle capacità del regime siriano di produrre e utilizzare armi chimiche”, ha chiosato il Presidente francese Emmanuel Macron.
A cosa è servito allora questo “colpo solo”? Quali obiettivi si sono posti Stati Uniti, Francia e Regno Unito? Cosa potrà seguire e quali rischi vi sono oggi?
Proviamo a mettere ordine tra i fattori, strategici e politici, che hanno indotto Washington, Londra e Parigi ad agire prima di esaminare le possibili conseguenze di quest’azione. Pur non escludendo altri raid nei giorni e nelle settimane a venire, è evidente come nessuno creda alla possibilità di alterare il corso della guerra civile siriana o speri ancora di poter rovesciare Assad. Il bombardamento di ieri non è quindi propedeutico a cambiamenti di regime che, auspicati e addirittura previsti agli albori di questo tragico conflitto, sono stati oggi riposti definitivamente nel cassetto. Si tratta invece di un’azione punitiva e in una certa misura preventiva nella quale centrale è la valenza simbolica. Serve a comunicare, ad Assad e ai suoi alleati (Iran e Russia), che il loro controllo non è né può essere assoluto; che la Siria non deve diventare la base da cui Mosca e Teheran possono pensare di estendere ulteriormente la loro influenza nella regione; che gli Usa e i loro alleati posseggono gli strumenti, la tecnologia e l’intelligence per alterare il corso del conflitto o rendere assai più difficili le operazioni di Assad e dei suoi alleati sul campo. È uno sfoggio di forza, in altre parole, che serve a dimostrare come l’interesse occidentale non sia terminato una volta sconfitto l’ISIS. Ed è, infine, uno sfoggio di forza indirizzato anche a Putin. Al quale un Occidente nuovamente compatto sembra voler dare un messaggio inequivoco. Perché quest’azione è chiaramente collegata alla vicenda Skripal, l’ex agente russo avvelenato in Gran Bretagna alcune settimane fa. Oggi sono Francia e Gran Bretagna a seguire gli Stati Uniti, laddove allora furono questi ultimi ad accettare la linea unitaria invocata da Londra con l’espulsione di decine di diplomatici russi in vari paesi occidentali.
La matrice politica dell’intervento è altresì evidente. Fin troppo evidente, nella sua patente strumentalità. Un’azione a basso costo e alta visibilità, appoggiata da chiare maggioranze delle opinioni pubbliche statunitense e britannica, aiuta due leader in difficoltà come Trump e May. Macron, di suo, può dare sostanza a una pretesa di leadership europea chiaramente velleitaria e irrealistica, ma che può sfruttare quella strumentazione militare che rende ancor oggi la Francia potenza diversa e superiore dentro l’UE.
La premessa di queste logiche è che i rischi siano bassi e contenibili. Su questo però si rischiano pericolosissimi corto-circuiti. La storia insegna come le nebbie della guerra – anche delle guerre limitate nelle intenzioni e negli obiettivi – possano provocare in ultimo escalation incontrollabili. La polveriera siriana, con molteplici attori sul campo e vari fronti di conflitto, non fa eccezione e il “colpo solo” di ieri rischia di aggiungere un altro tassello in un paese prostrato da colpi – convenzionali e non, “chirurgici” o meno – ai quali assiste quotidianamente da anni.

Il Giornale di Brescia, 15 aprile 2018

Altri 60 Tomahawk?

Una decisione, ferma e risolutiva, entro 24-48. Questo ha promesso Donald Trump in risposta alle nuove atrocità perpetrate dal regime di Bashar al-Assad – l’“animale Assad” nell’ennesimo tweet trumpiano – incluso a quanto pare l’uso di armi chimiche in un sobborgo di Damasco. E però i margini di manovra per gli Usa sono limitati e il rischio d’infilarsi in un vicolo cieco altissimo. Come altissima è la possibilità che la risposta promessa dal Presidente statunitense si limiti a gesti ad alta valenza simbolica e a basso rischio, come fu esattamente un anno fa, quando una sessantina di missili Tomahawk furono lanciati contro una base siriana in risposta a un altro attacco con armi chimiche del regime.
All’epoca la decisione fu celebrata da molti negli Usa come la dimostrazione che dopo anni di dolosa assenza la superpotenza americana era pronta finalmente ad assumersi le proprie responsabilità. Che costituiva il momento – asserì allora il famoso commentatore della CNN Fareed Zakaria – in cui “Donald Trump diventava Presidente”. Quel gesto fu in realtà isolato e senza conseguenze. Ed è probabile che qualcosa di simile avvenga nei giorni a venire. Perché Trump, come prima di lui Obama, deve fare i conti con contraddizioni oggettive e problemi strutturali che limitano tanto le possibilità quanto gl’interessi degli Usa in Siria e nella regione.
Questo per almeno tre fattori. Il primo è di natura precipuamente interna. Negli Usa prevale oggi, come due anni, una decisa ostilità a qualsiasi nuova avventura militare in Medio Oriente. Certo, nella rappresentazione mediatica Assad è divenuto l’ultimo dei “barbari” nemici dell’America e della civiltà. E azioni a basso costo e alta visibilità, come quella dell’anno scorso, riscuotono facilmente un consenso ampio e trasversale. Fare di più non è però contemplabile. Tutti i sondaggi di un anno fa indicavano chiaramente questo stato di cose: apprezzamento per il bombardamento; amplissima avversione a qualsiasi escalation. Una posizione, questa, che incide ancor di più oggi all’avvicinarsi del cruciale voto di mid-term dell’autunno 2018. Di Trump si possono dire molte cose, ma non che non conosca e sappia sfruttare gli umori e le pulsioni del suo elettorato di riferimento. Non è un caso, dunque, che avesse annunciato solo pochi giorni prima di quest’ultima crisi la sua intenzione di procedere al ritiro dei circa 2mila soldati statunitensi oggi presenti in Siria. Un’intenzione criticata da alcuni militari e dai suoi storici avversari dentro il partito repubblicano, a partire dal senatore McCain che oggi lo accusa addirittura di avere “incoraggiato”, con le sue incaute parole, Assad ad agire.
Il secondo aspetto è il contesto regionale e le dinamiche internazionali che lo condizionano e ne vengono condizionate. Dal gioco siriano gli Usa sembrano essere in larga parte esclusi e da più parti si rimarca come gli attori cruciali siano ormai Iran, Turchia e Russia. Eppure, una volta marginalizzata la minaccia dell’ISIS, quel che si va profilando nel teatro siriano è un equilibrio non necessariamente svantaggioso per gli Usa. Il quadro rimane instabile, Russia e Iran sono chiamate a puntellare costantemente Assad con oneri e sacrifici non marginali, gli alleati degli Stati Uniti – Arabia Saudita e Israele – si vedono obbligati a quell’assunzione di responsabilità che Washington da tempo chiede loro, il coinvolgimento di Teheran aiuta a giustificare la richiesta dell’amministrazione statunitense di rivedere (o di abbandonare) l’accordo sul nucleare iraniano. La Siria è stata, ed è, una tragedia umanitaria che, con l’ISIS e il dramma dei profughi, ha creato un contesto straordinariamente minaccioso per l’Europa. Se misurata in termini di cruda sicurezza questa minaccia è però stata minore, se non quasi inesistente, per gli Usa.
E questo ci porta al terzo e ultimo aspetto: un Medio Oriente che, a dispetto di tutto, è oggi meno importante per gli Stati Uniti e la loro politica estera. Col suo tentativo di ripristinare la tradizionale politica regionale di alleanze, la sua roboante retorica anti-iraniana e le sue dichiarazioni incoerenti e contraddittorie, Trump ha fatto spesso credere il contrario. E il rischio di azioni sconsiderate contro Teheran rimane alto, a maggior ragione dopo le nomine di falchi neoconservatori come Pompeo a segretario di Stato e di Bolton a consigliere per la sicurezza nazionale. Ma altri, a partire da quello cinese, sono oggi i dossier fondamentali sui quali si focalizza in realtà l’attenzione degli Usa e del loro erratico Presidente.

Il Mattino, 10 aprile 2018