Mario Del Pero

Mr Macron va a Washington

È la settimana delle visite di leader europei negli Usa, questa. Il Presidente francese Emmanuel Macron sta per chiudere la sua tre giorni washingtoniana proprio quando la Cancelliera tedesca Angela Merkel si appresta a giungere nella capitale statunitense per incontrare Trump venerdì. La natura dei due vertici è diversa e solo a Macron sono stati riservati gli onori di una visita di Stato – la prima della Presidenza Trump – che trova oggi il suo culmine con un discorso al Congresso riunito in seduta congiunta. Evidente però è il filo comune che le lega. Da un lato vi sono diversi, cruciali dossier rispetto ai quali vi è una convergenza franco-tedesca (ed europea) nel cercare di condizionare scelte e politiche statunitensi. Dall’altro è difficile, se non impossibile, sfuggire alla sensazione che le due visite non rivelino anche una competizione per la leadership europea tra Parigi e Berlino.
I dossier, innanzitutto. Che sono quattro, a partire dalla cruciale questione dell’accordo sul nucleare iraniano. Accordo da preservare a ogni costo per Francia e Germania, e che invece Trump vuole abbandonare o vincolare a mutamenti oggi non contemplabili da Teheran. Difficile, se non impossibile, immaginare cambi di rotta da parte dell’amministrazione statunitense, a maggior ragione oggi che ne sono entrati a far parte dei falchi anti-iraniani come il Segretario di Stato, Pompeo e il Consigliere per la Sicurezza Nazionale, Bolton. Ma questo viaggio statunitense offre a Merkel e, soprattutto, Macron una sorta di tribuna per ribadire le proprie posizioni. Il secondo dossier è quello relativo al commercio. Qui la partita cruciale si gioca sia sull’esenzione dell’Europa dalle tariffe che Washington ha imposto su acciaio e alluminio (esenzione che scade il 1 maggio e che gli europei contano di prorogare) sia, e più in generale, su come far ripartire i negoziati in materia di commercio transatlantico e mondiale. Non appare casuale la scelta di Angela Merkel di far precedere la visita a Washington da un viaggio in Messico, il bersaglio abituale delle invettive protezioniste di Trump, dove la Cancelliera ha celebrato virtù e potenzialità ancora inespresse del libero scambio globale. È immaginabile che su questo aspetto Macron e Merkel possano ottenere qualche concessione. Terzo: il cambiamento climatico, le questioni ambientali e la necessità di mantenere in vigore il sistema instaurato con gli accordi parigini del dicembre 2015, che l’amministrazione Trump ha abbandonato. Il Presidente francese ne ha fatto una bandiera, invitando addirittura gli studiosi di tutto il mondo a trasferirsi in Francia per lavorare assieme sul tema (invito che apparirebbe un po’ più credibile laddove fosse accompagnato da qualche provvedimento concreto per migliorare lo stato disarmante in cui si trovano gran parte delle università francesi). Di nuovo, è difficile immaginare alcuna concessione da parte di Trump che, anzi, la sua bandiera l’ha trovata in un negazionismo anti-scientifico condiviso dalla sua base elettorale. Con molti stati, municipalità e, anche, imprese impegnati negli Usa a difendere i termini di Parigi 2015, la contrapposizione sembra però essere oggi soprattutto simbolica. Quarto e ultimo: la Siria. Dove evidenti sono invece le differenze tra Francia e Germania. E dove la prima spinge affinché sia congelato il ritiro, promesso da Trump, dei circa 2mila soldati statunitensi presenti sul campo.
Le convergenze tra Berlino e Parigi sono quindi numerose. Sottotraccia, ma visibile, vi è però una competizione tra le due che si manifesta anche in queste visite. Da subito dopo la sua elezione Macron ha cercato di usare la relazione con gli Usa come strumento di rafforzamento politico in Europa. Presentando la Francia come l’unico paese in grado sia di contenere l’America trumpiana sia – grazie alla sua impareggiabile strumentazione militare – di collaborarvi, il Presidente francese cerca d’investirsi di un ruolo unico e centrale – d’interlocutore speciale degli Usa – con cui surrogare anche la defezione britannica in Europa. Una linea, questa, che appare non di rado velleitaria e scollegata da una realtà ben diversa, nella quale, per esempio, il volume di scambi commerciali tra Francia e Stati Uniti è meno della metà di quello tra Germania e Usa (con un deficit commerciale per questi ultimi che, nel caso della Francia, è stato nel 2017 inferiore a un quarto di quello avuto invece con la Germania). Ma quella macroniana è una narrazione indirizzata primariamente a un’opinione pubblica interna, che alle promesse del suo giovane Presidente sembra peraltro già credere meno.

Il Mattino, 25 aprile 2018

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