Mario Del Pero

Un colpo solo

Limitato; circoscritto; nelle promesse (e negli auspici, che di vittime civili ne avrà inevitabilmente causate) “chirurgico”. Questo è stato il raid franco-britannico-statunitense sulla Siria di ieri notte. “Un colpo solo” – un “one-time shot” – ha dichiarato l’austero segretario della difesa James Mattis. “Un attacco selettivo e delimitato che non mira a provocare un cambiamento di regime” gli ha fatto eco il premier britannico Theresa May. Un’azione concentrata solo “sulle capacità del regime siriano di produrre e utilizzare armi chimiche”, ha chiosato il Presidente francese Emmanuel Macron.
A cosa è servito allora questo “colpo solo”? Quali obiettivi si sono posti Stati Uniti, Francia e Regno Unito? Cosa potrà seguire e quali rischi vi sono oggi?
Proviamo a mettere ordine tra i fattori, strategici e politici, che hanno indotto Washington, Londra e Parigi ad agire prima di esaminare le possibili conseguenze di quest’azione. Pur non escludendo altri raid nei giorni e nelle settimane a venire, è evidente come nessuno creda alla possibilità di alterare il corso della guerra civile siriana o speri ancora di poter rovesciare Assad. Il bombardamento di ieri non è quindi propedeutico a cambiamenti di regime che, auspicati e addirittura previsti agli albori di questo tragico conflitto, sono stati oggi riposti definitivamente nel cassetto. Si tratta invece di un’azione punitiva e in una certa misura preventiva nella quale centrale è la valenza simbolica. Serve a comunicare, ad Assad e ai suoi alleati (Iran e Russia), che il loro controllo non è né può essere assoluto; che la Siria non deve diventare la base da cui Mosca e Teheran possono pensare di estendere ulteriormente la loro influenza nella regione; che gli Usa e i loro alleati posseggono gli strumenti, la tecnologia e l’intelligence per alterare il corso del conflitto o rendere assai più difficili le operazioni di Assad e dei suoi alleati sul campo. È uno sfoggio di forza, in altre parole, che serve a dimostrare come l’interesse occidentale non sia terminato una volta sconfitto l’ISIS. Ed è, infine, uno sfoggio di forza indirizzato anche a Putin. Al quale un Occidente nuovamente compatto sembra voler dare un messaggio inequivoco. Perché quest’azione è chiaramente collegata alla vicenda Skripal, l’ex agente russo avvelenato in Gran Bretagna alcune settimane fa. Oggi sono Francia e Gran Bretagna a seguire gli Stati Uniti, laddove allora furono questi ultimi ad accettare la linea unitaria invocata da Londra con l’espulsione di decine di diplomatici russi in vari paesi occidentali.
La matrice politica dell’intervento è altresì evidente. Fin troppo evidente, nella sua patente strumentalità. Un’azione a basso costo e alta visibilità, appoggiata da chiare maggioranze delle opinioni pubbliche statunitense e britannica, aiuta due leader in difficoltà come Trump e May. Macron, di suo, può dare sostanza a una pretesa di leadership europea chiaramente velleitaria e irrealistica, ma che può sfruttare quella strumentazione militare che rende ancor oggi la Francia potenza diversa e superiore dentro l’UE.
La premessa di queste logiche è che i rischi siano bassi e contenibili. Su questo però si rischiano pericolosissimi corto-circuiti. La storia insegna come le nebbie della guerra – anche delle guerre limitate nelle intenzioni e negli obiettivi – possano provocare in ultimo escalation incontrollabili. La polveriera siriana, con molteplici attori sul campo e vari fronti di conflitto, non fa eccezione e il “colpo solo” di ieri rischia di aggiungere un altro tassello in un paese prostrato da colpi – convenzionali e non, “chirurgici” o meno – ai quali assiste quotidianamente da anni.

Il Giornale di Brescia, 15 aprile 2018

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