Mario Del Pero

Trump e “il peggior accordo di sempre”

La decisione di Trump di abbandonare l’accordo sul nucleare iraniano e reintrodurre le sanzioni contro Teheran era attesa e prevista. A poco sono valsi i tentativi dell’ultim’ora dei principali partner europei degli Stati Uniti, Gran Bretagna inclusa. Le matrici della scelta dell’amministrazione repubblicana sono plurime e facilmente individuabili. Agisce il convincimento che l’accordo non ponesse vincoli sufficientemente stringenti nel contrastare lo sviluppo del programma nucleare iraniano e la sua possibile applicazione alla sfera militare. Incide la ridefinizione di una strategia mediorientale centrata su un sistema di alleanze tradizionali, orientato in chiave precipuamente anti-iraniana. Pesano pregiudizi in virtù dei quali si considera Teheran congenitamente non affidabile, a prescindere dai suoi comportamenti, certificati peraltro dai rapporti dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica e degli stessi apparati d’intelligence statunitensi e israeliani, che hanno ripetutamente attestato l’ottemperamento da parte dell’Iran dei termini dell’accordo. Opera, infine, la volontà di usare il dossier nucleare per punire l’attivismo iraniano nello scacchiere mediorientale.
A monte, però, è possibile leggere la decisione di Trump come espressione di una filosofia di fondo: di una precisa – ancorché assai rozza – visione della politica estera e dei suoi strumenti, che il Presidente sembra oggi condividere con i principali membri del suo gabinetto, dal Segretario di Stato Pompeo al Consigliere per la Sicurezza Nazionale Bolton, il secondo falco anti-iraniano di lungo corso. Quali sono i pilastri di questa visione e come si applicano nello specifico del caso iraniano?
Vi è in primo luogo il convincimento che nelle relazioni internazionali il soggetto più forte – e gli Usa continuano indisputabilmente a esserlo – debba dispiegare senza remore o timidezze la propria superiorità di potenza: debba, in altre parole, esercitare la massima pressione possibile sull’interlocutore di turno. Per costringerlo a negoziare da una posizione di debolezza; ovvero per portarlo alla capitolazione, che nel caso iraniano vorrebbe dire contribuire a destabilizzare il regime e facilitare il suo cambiamento ultimo.
Flettere i muscoli e rigettare compromessi di sorta serve, in secondo luogo, a conferire maggiore credibilità alla posizione statunitense in altri ambiti, a partire oggi dal dossier nordcoreano. Centrale è quindi la valenza simbolica della decisione: il suo essere funzionale a comunicare, agli alleati e ancor più ai nemici, che gli Usa possono agire unilateralmente, sottraendosi ai vincoli degli accordi stipulati e, se necessario, dello stesso diritto internazionale.
Lo possono fare, terzo aspetto, perché rimangono la potenza superiore e indispensabile del sistema. Capace – attraverso le parole d’ordine della potenza e dell’interesse nazionale così centrali nella semplicistica retorica trumpiana – di ricostruire un ampio consenso interno attorno alle sue scelte fondamentali di politica estera.
Tutti questi assunti strategici possono in realtà essere facilmente rovesciati. La credibilità degli Usa – e degli accordi che essi stipulano – esce pesantemente minata da questa vicenda. I rischi di un’escalation anche militare sono altissimi. La probabilità che le componenti più oltranziste del regime iraniano siano, come in passato, rafforzate appaiono evidenti. La possibilità che la decisione – che, stando ai sondaggi, sarebbe opposta da circa i 2/3 degli americani – inasprisca polarizzazione e divisioni negli Usa è infine molto concreta.
Ma questa è l’America di Trump e la visione delle relazioni internazionali che essa è in grado di esprimente: schematica, binaria e, in ultimo, assai poco responsabile.

Il Giornale di Brescia, 10 maggio 2005

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