Mario Del Pero

Archivio mensile: luglio 2018

Utili idioti?

È una relazione speciale, quella tra Italia e Stati Uniti, hanno ribadito ieri il premier Conte e Donald Trump al termine di questo primo viaggio americano del nostro Presidente del Consiglio. Tale, in realtà, lo è già da alcuni anni, come prima di Conte ebbero modo di sperimentare Monti, Letta, Renzi e Gentiloni. Ai cui governi, quando Obama fu alla Casa Bianca, gli Usa chiesero spesso di offrire una sponda, in Europa e nella NATO. Per contribuire, come l’Italia fa da tempo, a missioni cruciali per gli Usa, quella afgana su tutte; per bilanciare lo strapotere tedesco dentro la UE, attenuando la politica dell’austerity che ostacolava una ripresa globale trainata primariamente da Cina e Stati Uniti; per contribuire a stabilizzare un contesto, quello libico, rispetto al quale Obama avrebbe ben presto fatto autocritica dopo avere avallato, tra mille tentennamenti, il rovesciamento di Gheddafi nel 2011; per sostenere la linea della fermezza nei confronti della Russia, che altri governi europei avrebbero preferito abbandonare o quanto meno attenuare.

La Libia, l’Unione Europea e i rapporti con la Germania, il dossier russo-ucraino sono ancor oggi temi caldi nella relazione italo-statunitense. E sono fattori sui quali le due parti contano di preservare e rafforzare questa relazione speciale. Diverso, molto diverso, è però il modo in cui questi dossier sono ora declinati. Evidente appare infatti il desiderio di Trump di scardinare il progetto europeo, con l’obiettivo d’indebolire quelli che Washington considera suoi antagonisti strategici primari: la UE e la Germania. Il sostegno all’Italia sulla Libia conferma, appunto, una linea che gli Usa hanno fatto propria da tempo; nel contesto corrente acquisisce però una valenza anti-francese e serve per indebolire quell’attore, Emmanuel Macron, che pur tra mille contraddizioni più ha cercato nell’ultimo anno di rilanciare il progetto europeo. La posizione quasi fobica di Trump nei confronti di Angela Merkel non scaturisce dalla critica nei confronti dell’ortodossia anti-inflazionista di Berlino, come fu con Obama, ma dal combinato disposto di un protezionismo commerciale che mira a riequilibrare i monumentali passivi nella bilancia bilaterale Usa-Germania e di un acuto livore ideologico verso il liberalismo globalista della Cancelliera. La volontà di superare lo scontro con Mosca e costruire un nuovo asse russo-americano ha a sua volta matrici plurime, e nel caso di Trump potenzialmente torbide, ma rimanda anche alla volontà di affrancare gli Usa dalla NATO e dalla partnership strategica con l’Europa.

L’Italia avrebbe tutto l’interesse a selezionare tra questi dossier quelli su cui è possibile e conveniente collaborare con gli Usa e quelli, invece, rispetto ai quali le sirene statunitensi sono pericolose e da evitare. Si dovrebbe, in altre parole, ragionare in termini d’interesse nazionale, nella consapevolezza che questo non può essere credibilmente perseguito fuori dalla cornice europea. Ahimè, a Palazzo Chigi e, ancor più, tra chi – Matteo Salvini – davvero comanda a Roma, sembrano prevalere invece altre logiche e idee. Predomina, cioè, un inebriamento prodotto sia dalla convergenza ideologica tra Italia e Stati Uniti, fondata su uno sbandierato sovranismo anti-globalista (e anti-europeo), sia dal convincimento che l’ostentato sostegno di Trump, e l’investitura di legittimità che ne consegue, offrano un imperdibile bonus politico. Se, come pare, saranno queste variabili a orientare l’atteggiamento italiano nei confronti del partner statunitense, la relazione speciale italo-statunitense ne uscirà forse ancor più rafforzata; sarà però una relazione basata primariamente sul ruolo di utile idiota che un’Italia accecata da ideologia e opportunismo e incapace di comprendere quali siano i suoi veri interessi sembra ora disposta a svolgere.

“Resistenza” a Trump?

Arrivano i dati dei finanziamenti raccolti nel secondo trimestre 2018 dai candidati alle elezioni di mid-term di novembre. E scopriamo che ben 70 sfidanti democratici hanno raccolto più fondi rispetto agli avversari repubblicani, tra i quali ben 56 incumbents (https://dccc.org/fundraising-roundup-70-democratic-challen…/). Anche in seggi nei quali le chance di vittoria sono quasi nulle. Nella quasi totalità dei casi ha pesato una mobilitazione “grassroot” – dal basso – fatta di piccole donazioni, capace finora di avere la meglio sulle super-PAC repubblicane. Il traino – va da sé – è l’opposizione a Donald Trump, il migliore fundraiser possibile di cui dispongano oggi i democratici. E questa mobilitazione è in una certa misura comparabile con quella anti-Obama del Tea Party del 2009-10 o, ancor più, con quella che spinse lo stesso Obama nel 2007-8. Eppure, di questa nuova “resistenza” – come la definisce uno dei migliori commentatori e blogger sul mercato, lo scienziato politico David Hopkins (http://www.honestgraft.com/) – si parla poco o nulla. Ovvero la si fa oscurare da fenomeni interessanti, ma ai quali si attribuisce erroneamente un valore paradigmatico, come quello della Ocasio-Cortez (sorry Mattia Diletti ho capito che per te è diventata una sorta di nuovo Totti ….). Perché i media se ne occupano poco limitando l’effetto domino/trascinamento che questa “resistenza” potrebbe ancor più generare? Tre sono le possibili risposte:

a) Perché il ciclo senza tregua delle news rimane dominato comunque da Trump, dai suoi imbarazzanti tweet, dalle sue dichiarazioni roboanti e dalle sue politiche radicali
b) Perché non è una resistenza omogenea, anche nella sua demagogia anti-politica e anti-establishment, come fu quella del Tea Party. È differenziata e variegata perché deve esserla, che le sfide democratiche debbono essere tarate allo specifico contesto politico locale e quel che funziona nel 14° distretto congressuale di NY funziona molto meno nel 9° dell’Arizona o nel 2° dell’Indiana
c) Perché una certa pigrizia intellettuale e, anche, la fascinazione per un certo telegenico leaderismo giovanilistico ci porta a concentrarci tutti sui fenomeni alla O-C e a osservare con molta meno attenzione il contesto

Tutto ciò ci indica ancora una volta quanto importante (e immensamente difficile) sia costruire una narrazione capace di contrastare quelle dominanti, incidere sul dibattito politico e rendere più efficace questa spontanea “resistenza”.

Sotto i risultati di un sondaggio nazionale (un “generic congressional ballot”), dal valore relativo ovviamente, ma indicativo della situazione corrente, anche se tra gerrymandering e distribuzione più inefficiente del loro elettorato, i democratici devono ottenere svariati punti percentuali in più su scala nazionale per poter riconquistare la Camera.

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Chi appoggi Trump e perché?

I rapporti del Census Bureau sullo stato di redditi e povertà negli Usa sono strumenti imprescindibili: miniere di dati e informazioni che spesso fanno giustizia di approssimazioni, pregiudizi e vere e proprie falsità. L’ultimo di cui disponiamo è quello del settembre 2017. Che conferma tendenze già visibili l’anno precedente, su tutte una ulteriore riduzione della percentuale di americani che vive sotto la soglia della povertà, riportata ai livelli pre-crisi 2007 (ca. 12.5%) e un aumento annuale significativo del reddito medio delle famiglie (+3.2%) con una contestuale lieve correzione dei livelli di diseguaglianza. Dati che confermano, a dispetto di tutto, i buoni risultati economici dell’amministrazione Obama, nonostante l’azione ostruzionistica repubblicana post-2011. Interessante, però, è soprattutto la distribuzione di questi redditi tra i diversi segmenti della popolazione per come questi sono definiti nel censimento decennale (fig.1). Il reddito medio per una famiglia bianca è di ca.65mila dollari; 47/48mila per una famiglia ispanica; 39/40mila per una nera. E questo ci porta alla questione di chi ha votato (e oggi sostiene) Trump e perché. Sulla base dei dati di cui disponiamo, e pur facendo la tara al margine di errore che vi è in statistiche fondate su exit polls (cfr. https://ropercenter.cornell.edu/…/how-gr…/groups-voted-2016/), la fascia di reddito che ha trainato Trump alla vittoria nel 2016 sarebbe stata quella che si colloca tra i 50 e 100mila dollari annui (Trump ha perso nettamente tra i redditi inferiori ai 50mila e ha sostanzialmente ottenuto gli stessi voti di Clinton tra i redditi superiori ai 100mila dollari; altri studi forniscono cifre più o meno analoghe, cfr. https://www.nytimes.com/…/us/polit…/election-exit-polls.html ). Bianchi con redditi medi/medio-bassi (e livelli d’istruzione correlati) sono primariamente i sostenitori del Presidente, se vogliamo brutalmente semplificare, omologando una realtà variegata e complessa sotto l’unico ombrello di “Trump Country” (per una critica: https://www.nytimes.com/…/trump-corporations-white-working-…). Le cause sono molte e non si escludono necessariamente tra loro, che sono anzi spesso intrecciate se non interdipendenti. Qui se ne possono menzionare quattro

a) Innanzitutto è questa la fascia di reddito i cui redditi sono rimasti stagnanti durante l’ultimo mezzo secolo, a dispetto della crescita rilevante della ricchezza nazionale (si veda la fig.2). Per offrire un paio di esempi, il 20% più ricco del paese ha visto il proprio reddito crescere del 95% tra il 1979 e il 2014. Nello stesso periodo il reddito dei tre quintili mediani è cresciuto di appena il 28%. Non menzioniamo nemmeno quello 0.1% più ricco che ha visto la propria quota di ricchezza nazionale passare dallo 7 al 22% tra la fine degli anni settanta e il 2012 (qui un update della famosa serie di Saez: https://academic.oup.com/qje/article/131/2/519/2607097)

b) E però questa è stata anche una fascia di reddito spesso punita da una fiscalità regressiva che avvantaggia redditi più alti e da politiche di assistenza che portano trasferimenti verso quelli più bassi e chi sta sotto la soglia della povertà. Non abbastanza poveri per accedere a tale assistenza (e, prima di Obamacare, a forme di sanità pubblica come Medicaid); non abbastanza benestanti per beneficiare di politiche fiscali dove il livello di tassazione sui redditi più alti è passato dal 91% del 1963 al 37% di oggi (con in mezzo il 28 del secondo Reagan e il 35 di Bush Jr). Il primo elemento è, ovviamente, un cavallo di battaglia dei libertarian conservatori che denunciano una politica di redistribuzione che trasferisce risorse a poveri e poverissimi, erodendo ancor di più ricchezza e potere d’acquisto di una middle class vieppiù impoverita (il CATO su questo è in prima linea, cfr. https://www.cato.org/…/reassessing-facts-about-inequality-p…). E in effetti, alcuni dati – se non integrati con un analisi del secondo aspetto – risultano impressionanti: il quintile di redditi più bassi nel 2013 contò per il 2.2% complessivo, che al netto di fiscalità e assistenza divenne ca. il 13% (+10.7%) del reddito spendibile; il terzo quintile – la middle class – vide questa modifica tra reddito guadagnato e reddito spendibile limitarsi a un modestissimo 2.8% (dal 12.6 al 15.4)

c) Va da sé che nel primo quintile sono sovrappresentate le minoranze, soprattutto quella afroamericana, e nei quintili superiori cresce di molto la presenza di bianchi. E qui reddito e razza – per semplificare rozzamente – s’intrecciano inestricabilmente, alimentando la narrazione trumpiana (e, prima di lui, repubblicana) di una partizione tra America che lavora e America parassita, tra chi merita e chi non merita – deserving poors vs. undeserving poors – nella quale la matrice razzista è evidente e non di rado oggi esplicitata. Anche perché questo segmento della società statunitense – la middle class bianca – vede gradualmente diminuire il proprio peso relativo in conseguenza di trasformazioni demografiche che conosciamo bene e, appunto, della erosione del suo status economico e sociale.

d) Per finire, i consumi a debito. Cresciuti a dismisura, e andati sostanzialmente fuori controllo, nel decennio precedente la grande crisi del 2007-8. Sorta di ammortizzatore sociale primario proprio per questa middle class, oltre che di fattore compensativo per redditi stagnanti e diseguaglianza crescente. E sostanzialmente travolti dalla crisi e dall’impianto regolamentatore introdotto poi con Obama per evitare un suo ripetersi. Impianto regolatore che ora Trump e i repubblicani stanno smantellando, in primis per via amministrativa, anche per soddisfare questa base elettorale e di consenso da cui dipendono le sorti politiche del Presidente. E se andiamo a vedere i redditi e le caratteristiche delle vittime della speculazione immobiliare che portò alla crisi (ultima fig e analisi del 2011 della FED di St Louis – https://www.stlouisfed.org/…/the-foreclosure-crisis-in-2008…) – vediamo che le principali vittime di pignoramenti furono proprio nuclei familiari con redditi medi e medio-bassi. Anche qui, insomma, una sovrarappresentanza di una middle class primariamente bianca

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Ma conviene ai democratici concentrarsi così sulla Russia?

 sondaggi, si sa, vanno sempre presi con le pinze e misurati nel tempo. Ma:

a) Una prima rilevazione IPSOS/Reuters ci dice che il 71% degli elettori repubblicani giudica positivamente il modo in cui Trump sta gestendo i rapporti con la Russia;

b) Secondo il ranking dei sondaggi mensili Gallup sulle principali preoccupazioni degli americani, i rapporti con la Russia si collocano agli ultimissimi posti, più o meno a livello della “riforma elettorale” o del “comportamento dei 

 

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Trump e Trumplandia

TRUMP E TRUMPLANDIA

Fa un po’ sorridere vedere il montante sdegno nei confronti di Trump da parte di molti repubblicani, inorriditi per la sua imbarazzante performance durante il summit di Helsinki. Sorridere, perché ha in fondo detto né più né meno di quel che va dicendo da mesi. Presidente per molti aspetti accidentale e clownesco, Trump è soprattutto il prodotto, estremo e caricaturale sì ma anche plastico e coerente, di quello che il partito repubblicano è divenuto negli anni. Un’involuzione/degenerazione acceleratasi con Obama alla Casa Bianca, ma che ha matrici ben più antiche (o forse ci siamo già dimenticati Guantanamo, Abu Ghraib, Katrina ecc?). Lo vediamo in tantissimi ambiti dal negazionismo in materia di cambiamento climatico ai curricula scolastici con l’insegnamento del creazionismo, da politiche fiscali marcatamente regressive al sostegno acritico alla tolleranza zero spesso dispiegata dalle forze di polizia locali. Le immagini sotto offrono quattro esempi paradigmatici tra i tanti disponibili

a) La prima – tratta da un sondaggio CNN/ORC – ci mostra quanto diffusa ancora nel 2015 fosse tra i sostenitori del Tea Party l’idea che Obama sia mussulmano e non, come in realtà, protestante. Banale ricordarlo ma questa tesi, assieme a quella secondo la quale Obama è nato in Africa e non negli Usa, è servita per costruire una rappresentazione negativa dell’ex Presidente dalle chiare e scoperte matrici razziste

b) Per rimanere in tema, la seconda immagine è sempre relativa a un sondaggio fatto da Pew dopo la (vergognosa) sentenza di assoluzione di George Zimmerman, il vigilante che in Florida assalì e uccise un teenager nero la cui unica colpa era di passeggiare in un quartiere dove non risiedeva. Sentenza apprezzata da una larghissima maggioranza di repubblicani (inclusi molti aspri critici di Trump oggi come la columnist del Washington Post Jennifer Rubin, che all’epoca scrisse vari articoli in difesa di Zimmerman)

c) Tra il 2011 e oggi quasi tutti gli stati controllati dai repubblicani hanno introdotto restrizioni sempre più stringenti all’esercizio del diritto all’aborto. Assieme al taglio dei finanziamenti a Planned Parenthood, l’organizzazione no-profit che gestisce tra le altre cose molte cliniche specializzate nell’interruzione di gravidanza, ciò ha determinato a livello locale una drastica riduzione di un diritto oggi messo in pericolo da un possibile intervento della stessa Corte Suprema

d) Infine, tra il 2010 e il 2016 numerose assemblee legislative controllate dai repubblicani hanno modificato le mappe elettorali, con un’azione di gerrymandering tra le più spregiudicate cui si sia mai assistito (contro la quale le corti federali e alcune corti supreme statali hanno iniziato finalmente a muoversi). Se si somma alla più inefficiente distribuzione dell’elettorato democratico – concentrato soprattutto in grandi aree metropolitane – ciò determina un pericoloso squilibrio che danneggia la rappresentatività delle istituzioni democratiche. I calcoli variano, ma i democratici per avere una maggioranza alla Camera (dove la rappresentanza è proporzionale) devono oggi conquistare, su scala nazionale, tra 5 e i 10 punti percentuali in più rispetto ai repubblicani (ne parla oggi Martin Wolf, al solito bravissimo, sul Financial Times, evidenziando quanto più “pesante”, in termini relativi, sia un voto dato ai democratici rispetto a uno dato ai repubblicani: https://www.ft.com/con…/3aea8668-88e2-11e8-bf9e-8771d5404543). Le ultime due immagini – da uno studio del Brennan Center del marzo scorso e una mappa elettorale della North Carolina che mostra quanto il gerrymandering può incidere – ci evidenzia l’impatto che tutto ciò ha avuto, e potrebbe avere, su stati contraddistinti da un marcato gerrymandering: in NC, appunto, col 47% dei voti i democratici hanno nel 2016 ottenuto appena 3 seggi su 13.

Insomma Trumplandia ha radici ben più profonde e strutturali della Presidenza Trump e a questa è destinata a sopravvivere a lungo

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il vertice Trump-Putin

Erano otto anni che i presidenti di Russia e Stati Uniti, le due incontrastate potenze nucleari dell’epoca contemporanea, non s’incontravano. Otto anni durante i quali i rapporti tra i due paesi si sono inesorabilmente deteriorati e la loro integrazione economica si è fatta ancor più flebile: oggi Mosca è appena il trentesimo partner commerciale degli Usa e gl’investimenti diretti statunitensi in Russia sono a livelli bassissimi.

A dispetto di ciò, numerosi sono i dossier critici che imporrebbero una rinnovata collaborazione tra i due paesi. Vi è, ovviamente, la nodale questione siriana. Rispetto alla quale il totale disimpegno militare statunitense, auspicato da Trump, può avvenire solo con l’impegno russo a non permettere un’ulteriore estensione dell’influenza iraniana. Vi è la crisi ucraina, ormai incancrenitisi in un conflitto permanente a bassa intensità che non sembra offrire vie d’uscita. Anche se a dirlo con schiettezza pare esservi per il momento solo Trump, nessuno in Occidente pensa di poter mettere in discussione l’annessione russa della Crimea. Dallo stallo in Ucraina orientale e dal regime di sanzioni imposto a Mosca si cerca però con fatica di uscire e lo si può fare solo con un’intesa russo-statunitense. La quale potrebbe anche aiutare a far ripartire i negoziati in materia di riduzione degli armamenti nucleari, lo storico collante che ha unito i due paesi e ha loro permesso di siglare fondamentali accordi.

Tutti questi dossier sono stati però quasi completamente offuscati dalla controversa questione delle ingerenze russe nella vittoria elettorale di Trump nel 2016. E su questo, i tre obiettivi che il Presidente americano si poneva con il summit sono apparsi da subito chiari. Il primo – esplicitato sia nelle interviste antecedenti il vertice che nella conferenza stampa di chiusura, nella quale è apparso completamente appiattito sull’uomo forte del Cremlino – è stato quello di negare o minimizzare il ruolo che i servizi russi avrebbero avuto nel voto del 2016. Un negazionismo, quello trumpiano, meno improbabile e disperato di quanto non possa apparire: perché s’indirizza primariamente a un pubblico, i fedeli supporter repubblicani, di suo pronto a credere a qualsiasi giustificazione presidenziale; e perché la grande diplomazia, di cui questo summit è manifestazione emblematica, conferisce di per sé un surplus di credibilità e dignità politica a chi vi partecipa e a quello che dice. E questo ci porta al secondo obiettivo: usare il vertice e la discussione in corso per scaricare sul suo predecessore e su alcune agenzie federali, FBI su tutte, le responsabilità di quanto accaduto. Anche se queste ingerenze vi fossero effettivamente state, la responsabilità – afferma Trump – sarebbe di Obama e dell’FBI, dolosamente inetti nel proteggere la democrazia statunitense. Il primo è un comodo punching ball da colpire, su questo come su altro; la seconda una nemica da screditare e indebolire con l’interessato aiuto di Putin. Un Putin – terzo e ultimo obiettivo – da normalizzare dopo anni di sua incessante demonizzazione. Trasformandolo in un partner naturale degli Usa entro una rappresentazione delle relazioni internazionali come un’arena brutale e anarchica, dove s’impongono spregiudicatezza e cinismo. E presentandolo come campione di un’azione di governo risoluta, efficace e sanamente autoritaria dalla quale la stessa Presidenza statunitense può trarre ispirazione.

Il tempo ci dirà se si tratta di una strategia vincente: nel contrastare le inchieste in corso e nel permettere il riavvicinamento russo-statunitense auspicato da Trump. Di certo c’è la propensione dell’elettorato conservatore a seguire sempre più il suo Presidente, come rivelano i tanti sondaggi secondo cui percentuali crescenti di repubblicani danno oggi di Putin un giudizio assai meno negativo e minimizzano l’importanza delle ingerenze russe sul voto del 2016.

Il Giornale di Brescia, 17 luglio 2018

Università, diseguaglianze e privilegi

Tutti i nove giudici della Corte Suprema vengono da università della Ivy League. Così come gli ultimi 5 presidenti (sì, non si direbbe mai, ma pure Trump ha una laurea da UPenn anche se, come di consueto, ha mentito per anni sostenendo di aver fatto lì un ben più prestigioso MBA). Così come una metà delle persone più ricche negli Usa (gli altri sono techno wiz kids come Gates o sono andati al MIT come i fratelli Koch). Tutti maschi bianchi, peraltro, i componenti di questa top ten; come i presidenti, con l’eccezione di Obama; come i cinque membri della Corte Suprema nominati da presidenti repubblicani (con l’eccezione di Clarence Thomas, cfr immagine sotto)

Il mito delle università come vettori capaci di generare mobilità sociale e ridurre diseguaglianze rimane forte. I dati ci mostrano però come questa capacità si sia negli ultimi decenni di molto ridotta. Come evidenzia questa ricerca di un gruppo di famosi economisti, i figli di chi sta tra l’1% più ricco del paese ha 77 volte più chance di essere ammesso a un’università della Ivy League dei figli di chi sta nel quintile più basso in termini di reddito …

http://www.nber.org/papers/w23618-

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Un nuovo giudice alla Corte Suprema

La nomina del nuovo giudice della Corte Suprema – Brett Kavanaugh – è giunta. Pur diviso, 51 a 47 (con due indipendenti che però si schierano coi dems), il Senato presumibilmente l’approverà con rapidità. E la Corte avrà una solida maggioranza repubblicana-conservatrice, in cui l’ago della bilancia diventerà il suo Presidente Roberts (nominato da Bush nel 2005; nell’amministrazione Bush lavorò per alcuni anni Kavanaugh, che fece parte anche del team legale che assistette l’ex Presidente durante il famoso recount in Florida del 2000). Quattro rapidissime considerazioni:

a) Forse si andrà davvero allo scontro sull’aborto e sulla famosa sentenza Roe vs. Wade del 73. Sul breve è però più probabile assisteremo a un’azione in continuità con quella degli ultimi anni, tutta tesa a limitare la capacità di regolamentazione del potere federale (e quindi a colpire politiche che limitino i finanziamenti privati alle campagne elettorali, tutelino l’ambiente, garantiscano i diritti dei sindacati e via discorrendo)

b) È una nomina non provocatoria, quella di Trump. Che qualsiasi altro repubblicano avrebbe fatto. Kavanaugh (che è del 1965) è un prodotto dell’establishment. Ha studiato a Yale negli anni Ottanta e Novanta. Gorsuch (del 1967) – l’altro giudice nominato da Trump – ha studiato a Harvard negli stessi anni. Si collocano entrambi entro una svolta politica, culturale e, sì, anche costituzionale. Figli dell’“età di Reagan”, per citare lo storico Sean Wilentz. E questo ripropone la questione di quanto il trumpismo, con tutti i suoi grotteschi e imbarazzanti eccessi, non sia esso stesso il prodotto, spurio ma coerente, di questa evoluzione/involuzione del conservatorismo statunitense

c) Due giudici della Corte Suprema; più di venti giudici già confermati sia nelle corti d’appello che in quelle distrettuali; decine di altri che aspettano solo di essere confermati. È chiaro quali siano state le priorità di questa amministrazione (l’immagine di cui sotto è di fine 2017, ma serve per dare un’idea). Questi giudici sono per la gran parte uomini bianchi: solo tre donne, ad esempio figurano tra i 21 già confermati alle Corti d’Appello; nessuno, mi pare, tra quelli confermati è ispanico o afro-americano . L’ostruzionismo, talora ai limiti dell’eversione costituzionale, praticato dai repubblicani negli anni di Obama ha lasciato campo aperto a questa amministrazione; e queste nomine sono un lascito, potenzialmente assai tossico, di Trump, qualsiasi sia l’esito delle elezioni di novembre o del 2020

d) In controtendenza con quanto scritto sopra, la storia ci dice anche che la Corte Suprema, e il potere giudiziario più in generale, seguono e talvolta cavalcano quello che per semplicità potremo definire l’”umore pubblico”. È una battaglia per l’egemonia culturale quella che liberal e sinistra devono attrezzarsi a combattere. Cosa che la destra ha fatto, con efficacia e abilità, dagli anni settanta in poi e della quale sembra ora raccogliere i frutti

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Ma la NATO ha ancora un senso (e può sopravvivere a Trump)?

Trump, al solito, ha caricato a testa bassa. In una lettera inviata a un gruppo di membri non sufficientemente leali della NATO, guidato ovviamente dalla Germania, ha denunciato il loro insufficiente impegno nell’Alleanza e minacciato un possibile disimpegno statunitense. All’approssimarsi del vertice di mercoledì e giovedì prossimo, la NATO appare nuovamente in crisi e da più parti si ritiene che la sua stessa sopravvivenza sia a rischio.

Ma è davvero così? O si tratta dell’ennesimo momento di difficoltà in una relazione – quella tra gli Usa e i loro partner europei – in cui contrasti e tensioni sono inevitabili e per molti aspetti strutturali?

Una risposta univoca a queste domande non è data. Proviamo allora a elencare tre ragioni pro e contro l’idea che l’Alleanza Atlantica sia obsoleta e che con Trump gli Stati Uniti le daranno il colpo di grazia.

I contro, innanzitutto. Il primo è rappresentato dalla conclamata resilienza istituzionale di una struttura complessa come quella atlantica. Che offre una forma profonda, ancorché parziale, di governance della sicurezza nello spazio euro-americano; che ha promosso collaborazione e finanche integrazione tra gli apparati militari dei soggetti che ne fanno parte; che ha creato negli anni una rete di élite e lobby atlantiche, politicamente attive e influenti. Smantellare tutto questo è molto difficile e di certo non basta il colpo di penna di un Presidente statunitense. La seconda ragione per dubitare che la NATO sia in una crisi terminale ce la offre la storia stessa. Che è segnata da un dibattito analogo a quello cui stiamo assistendo oggi. Una discussione, cioè, su una ripartizione di oneri– sulla “condivisione del fardello” (burden-sharing) – che rimane fortemente squilibrata e nella quale la percentuale del PIL destinato alla Difesa degli Usa continua a essere il doppio o più rispetto a quello degli altri. E una discussione in cui molti paesi – Germania inclusa – stanno in realtà cercando di andare incontro alle richieste degli Usa. Terzo e ultimo: la rinnovata validità della motivazione strategica primaria, il contenimento dell’URSS/Russia, che portò alla creazione dell’Alleanza. Con la crisi ucraina, l’annessione russa della Crimea e le minacce nemmeno tanto velate di Mosca ai paesi baltici – si argomenta da più parti – la NATO ha finalmente trovato quella ragion d’essere vanamente cercata, e vagamente definita, dopo la fine della Guerra Fredda.

Su questo, però, il tavolo può essere facilmente ribaltato. Già con Obama, l’Europa ha visto grandemente decrescere la sua importanza nella gerarchia degli interessi statunitensi, che si concentrano sempre più sul Pacifico e sulla relazione con la Cina. La NATO, in altre parole, sarebbe meno importante perché meno centrale starebbe diventando lo spazio transatlantico. Con Trump, secondo fattore, questo aspetto si acuirebbe ancor più. Nel suo approccio scopertamente nazionalista non vi è posto per quel baratto su cui si è in fondo sempre retta l’Alleanza: privilegi semi-imperiali in cambio di onerosa responsabilità per la difesa altrui, nel caso degli Usa; perdita di sovranità in cambio di protezione, per gli europei. Terzo: Putin o meno, la Guerra Fredda è finita. Non vi è da tempo la minaccia esistenziale che aveva giustificato la creazione della NATO. Non averlo capito, avrebbe anzi provocato alcune delle scelte più scellerate compiute negli ultimi 25 anni.

Entrambe queste letture contengono degli elementi di verità. Entrambe sono parziali. La storia, lo sappiamo, offre dei moniti, non delle lezioni inequivoche. Il primo – che Trump sembra essere congenitamente incapace di comprendere – sarebbe però quello di gestire i dossier internazionali con un surplus di cautela e con un lessico appropriato alla complessità dei problemi con i quali ci si deve confrontare.

Il Giornale di Brescia, 9.7.2018