Mario Del Pero

il vertice Trump-Putin

Erano otto anni che i presidenti di Russia e Stati Uniti, le due incontrastate potenze nucleari dell’epoca contemporanea, non s’incontravano. Otto anni durante i quali i rapporti tra i due paesi si sono inesorabilmente deteriorati e la loro integrazione economica si è fatta ancor più flebile: oggi Mosca è appena il trentesimo partner commerciale degli Usa e gl’investimenti diretti statunitensi in Russia sono a livelli bassissimi.

A dispetto di ciò, numerosi sono i dossier critici che imporrebbero una rinnovata collaborazione tra i due paesi. Vi è, ovviamente, la nodale questione siriana. Rispetto alla quale il totale disimpegno militare statunitense, auspicato da Trump, può avvenire solo con l’impegno russo a non permettere un’ulteriore estensione dell’influenza iraniana. Vi è la crisi ucraina, ormai incancrenitisi in un conflitto permanente a bassa intensità che non sembra offrire vie d’uscita. Anche se a dirlo con schiettezza pare esservi per il momento solo Trump, nessuno in Occidente pensa di poter mettere in discussione l’annessione russa della Crimea. Dallo stallo in Ucraina orientale e dal regime di sanzioni imposto a Mosca si cerca però con fatica di uscire e lo si può fare solo con un’intesa russo-statunitense. La quale potrebbe anche aiutare a far ripartire i negoziati in materia di riduzione degli armamenti nucleari, lo storico collante che ha unito i due paesi e ha loro permesso di siglare fondamentali accordi.

Tutti questi dossier sono stati però quasi completamente offuscati dalla controversa questione delle ingerenze russe nella vittoria elettorale di Trump nel 2016. E su questo, i tre obiettivi che il Presidente americano si poneva con il summit sono apparsi da subito chiari. Il primo – esplicitato sia nelle interviste antecedenti il vertice che nella conferenza stampa di chiusura, nella quale è apparso completamente appiattito sull’uomo forte del Cremlino – è stato quello di negare o minimizzare il ruolo che i servizi russi avrebbero avuto nel voto del 2016. Un negazionismo, quello trumpiano, meno improbabile e disperato di quanto non possa apparire: perché s’indirizza primariamente a un pubblico, i fedeli supporter repubblicani, di suo pronto a credere a qualsiasi giustificazione presidenziale; e perché la grande diplomazia, di cui questo summit è manifestazione emblematica, conferisce di per sé un surplus di credibilità e dignità politica a chi vi partecipa e a quello che dice. E questo ci porta al secondo obiettivo: usare il vertice e la discussione in corso per scaricare sul suo predecessore e su alcune agenzie federali, FBI su tutte, le responsabilità di quanto accaduto. Anche se queste ingerenze vi fossero effettivamente state, la responsabilità – afferma Trump – sarebbe di Obama e dell’FBI, dolosamente inetti nel proteggere la democrazia statunitense. Il primo è un comodo punching ball da colpire, su questo come su altro; la seconda una nemica da screditare e indebolire con l’interessato aiuto di Putin. Un Putin – terzo e ultimo obiettivo – da normalizzare dopo anni di sua incessante demonizzazione. Trasformandolo in un partner naturale degli Usa entro una rappresentazione delle relazioni internazionali come un’arena brutale e anarchica, dove s’impongono spregiudicatezza e cinismo. E presentandolo come campione di un’azione di governo risoluta, efficace e sanamente autoritaria dalla quale la stessa Presidenza statunitense può trarre ispirazione.

Il tempo ci dirà se si tratta di una strategia vincente: nel contrastare le inchieste in corso e nel permettere il riavvicinamento russo-statunitense auspicato da Trump. Di certo c’è la propensione dell’elettorato conservatore a seguire sempre più il suo Presidente, come rivelano i tanti sondaggi secondo cui percentuali crescenti di repubblicani danno oggi di Putin un giudizio assai meno negativo e minimizzano l’importanza delle ingerenze russe sul voto del 2016.

Il Giornale di Brescia, 17 luglio 2018

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