Mario Del Pero

Ma la NATO ha ancora un senso (e può sopravvivere a Trump)?

Trump, al solito, ha caricato a testa bassa. In una lettera inviata a un gruppo di membri non sufficientemente leali della NATO, guidato ovviamente dalla Germania, ha denunciato il loro insufficiente impegno nell’Alleanza e minacciato un possibile disimpegno statunitense. All’approssimarsi del vertice di mercoledì e giovedì prossimo, la NATO appare nuovamente in crisi e da più parti si ritiene che la sua stessa sopravvivenza sia a rischio.

Ma è davvero così? O si tratta dell’ennesimo momento di difficoltà in una relazione – quella tra gli Usa e i loro partner europei – in cui contrasti e tensioni sono inevitabili e per molti aspetti strutturali?

Una risposta univoca a queste domande non è data. Proviamo allora a elencare tre ragioni pro e contro l’idea che l’Alleanza Atlantica sia obsoleta e che con Trump gli Stati Uniti le daranno il colpo di grazia.

I contro, innanzitutto. Il primo è rappresentato dalla conclamata resilienza istituzionale di una struttura complessa come quella atlantica. Che offre una forma profonda, ancorché parziale, di governance della sicurezza nello spazio euro-americano; che ha promosso collaborazione e finanche integrazione tra gli apparati militari dei soggetti che ne fanno parte; che ha creato negli anni una rete di élite e lobby atlantiche, politicamente attive e influenti. Smantellare tutto questo è molto difficile e di certo non basta il colpo di penna di un Presidente statunitense. La seconda ragione per dubitare che la NATO sia in una crisi terminale ce la offre la storia stessa. Che è segnata da un dibattito analogo a quello cui stiamo assistendo oggi. Una discussione, cioè, su una ripartizione di oneri– sulla “condivisione del fardello” (burden-sharing) – che rimane fortemente squilibrata e nella quale la percentuale del PIL destinato alla Difesa degli Usa continua a essere il doppio o più rispetto a quello degli altri. E una discussione in cui molti paesi – Germania inclusa – stanno in realtà cercando di andare incontro alle richieste degli Usa. Terzo e ultimo: la rinnovata validità della motivazione strategica primaria, il contenimento dell’URSS/Russia, che portò alla creazione dell’Alleanza. Con la crisi ucraina, l’annessione russa della Crimea e le minacce nemmeno tanto velate di Mosca ai paesi baltici – si argomenta da più parti – la NATO ha finalmente trovato quella ragion d’essere vanamente cercata, e vagamente definita, dopo la fine della Guerra Fredda.

Su questo, però, il tavolo può essere facilmente ribaltato. Già con Obama, l’Europa ha visto grandemente decrescere la sua importanza nella gerarchia degli interessi statunitensi, che si concentrano sempre più sul Pacifico e sulla relazione con la Cina. La NATO, in altre parole, sarebbe meno importante perché meno centrale starebbe diventando lo spazio transatlantico. Con Trump, secondo fattore, questo aspetto si acuirebbe ancor più. Nel suo approccio scopertamente nazionalista non vi è posto per quel baratto su cui si è in fondo sempre retta l’Alleanza: privilegi semi-imperiali in cambio di onerosa responsabilità per la difesa altrui, nel caso degli Usa; perdita di sovranità in cambio di protezione, per gli europei. Terzo: Putin o meno, la Guerra Fredda è finita. Non vi è da tempo la minaccia esistenziale che aveva giustificato la creazione della NATO. Non averlo capito, avrebbe anzi provocato alcune delle scelte più scellerate compiute negli ultimi 25 anni.

Entrambe queste letture contengono degli elementi di verità. Entrambe sono parziali. La storia, lo sappiamo, offre dei moniti, non delle lezioni inequivoche. Il primo – che Trump sembra essere congenitamente incapace di comprendere – sarebbe però quello di gestire i dossier internazionali con un surplus di cautela e con un lessico appropriato alla complessità dei problemi con i quali ci si deve confrontare.

Il Giornale di Brescia, 9.7.2018