Mario Del Pero

Utili idioti?

È una relazione speciale, quella tra Italia e Stati Uniti, hanno ribadito ieri il premier Conte e Donald Trump al termine di questo primo viaggio americano del nostro Presidente del Consiglio. Tale, in realtà, lo è già da alcuni anni, come prima di Conte ebbero modo di sperimentare Monti, Letta, Renzi e Gentiloni. Ai cui governi, quando Obama fu alla Casa Bianca, gli Usa chiesero spesso di offrire una sponda, in Europa e nella NATO. Per contribuire, come l’Italia fa da tempo, a missioni cruciali per gli Usa, quella afgana su tutte; per bilanciare lo strapotere tedesco dentro la UE, attenuando la politica dell’austerity che ostacolava una ripresa globale trainata primariamente da Cina e Stati Uniti; per contribuire a stabilizzare un contesto, quello libico, rispetto al quale Obama avrebbe ben presto fatto autocritica dopo avere avallato, tra mille tentennamenti, il rovesciamento di Gheddafi nel 2011; per sostenere la linea della fermezza nei confronti della Russia, che altri governi europei avrebbero preferito abbandonare o quanto meno attenuare.

La Libia, l’Unione Europea e i rapporti con la Germania, il dossier russo-ucraino sono ancor oggi temi caldi nella relazione italo-statunitense. E sono fattori sui quali le due parti contano di preservare e rafforzare questa relazione speciale. Diverso, molto diverso, è però il modo in cui questi dossier sono ora declinati. Evidente appare infatti il desiderio di Trump di scardinare il progetto europeo, con l’obiettivo d’indebolire quelli che Washington considera suoi antagonisti strategici primari: la UE e la Germania. Il sostegno all’Italia sulla Libia conferma, appunto, una linea che gli Usa hanno fatto propria da tempo; nel contesto corrente acquisisce però una valenza anti-francese e serve per indebolire quell’attore, Emmanuel Macron, che pur tra mille contraddizioni più ha cercato nell’ultimo anno di rilanciare il progetto europeo. La posizione quasi fobica di Trump nei confronti di Angela Merkel non scaturisce dalla critica nei confronti dell’ortodossia anti-inflazionista di Berlino, come fu con Obama, ma dal combinato disposto di un protezionismo commerciale che mira a riequilibrare i monumentali passivi nella bilancia bilaterale Usa-Germania e di un acuto livore ideologico verso il liberalismo globalista della Cancelliera. La volontà di superare lo scontro con Mosca e costruire un nuovo asse russo-americano ha a sua volta matrici plurime, e nel caso di Trump potenzialmente torbide, ma rimanda anche alla volontà di affrancare gli Usa dalla NATO e dalla partnership strategica con l’Europa.

L’Italia avrebbe tutto l’interesse a selezionare tra questi dossier quelli su cui è possibile e conveniente collaborare con gli Usa e quelli, invece, rispetto ai quali le sirene statunitensi sono pericolose e da evitare. Si dovrebbe, in altre parole, ragionare in termini d’interesse nazionale, nella consapevolezza che questo non può essere credibilmente perseguito fuori dalla cornice europea. Ahimè, a Palazzo Chigi e, ancor più, tra chi – Matteo Salvini – davvero comanda a Roma, sembrano prevalere invece altre logiche e idee. Predomina, cioè, un inebriamento prodotto sia dalla convergenza ideologica tra Italia e Stati Uniti, fondata su uno sbandierato sovranismo anti-globalista (e anti-europeo), sia dal convincimento che l’ostentato sostegno di Trump, e l’investitura di legittimità che ne consegue, offrano un imperdibile bonus politico. Se, come pare, saranno queste variabili a orientare l’atteggiamento italiano nei confronti del partner statunitense, la relazione speciale italo-statunitense ne uscirà forse ancor più rafforzata; sarà però una relazione basata primariamente sul ruolo di utile idiota che un’Italia accecata da ideologia e opportunismo e incapace di comprendere quali siano i suoi veri interessi sembra ora disposta a svolgere.

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