Mario Del Pero

Archivio mensile: agosto 2018

FENTANYL E PENA DI MORTE

FENTANYL E PENA DI MORTE

La corte d’appello federale chiamata a giudicare il ricorso della casa farmaceutica tedesca che lo produce ha infine dato il via libera e il fentanyl – uno degli oppioidi sintetici più diffusi nella vera e propria “epidemia” che ha colpito gli Usa in questi ultimi anni – sarà usato per l’iniezione letale di un uomo, tale, Carey Dean Moore, condannato nel 1979 per l’omicidio di due tassisti (e quindi nel braccio della morte da quasi 40 anni; https://www.theguardian.com/…/nebraska-fentanyl-execution-f…). È la prima esecuzione capitale da 21 anni a questa parte in Nebraska. Perché negli Usa dagli anni Settanta in poi si è assistito a un vero e proprio paradosso sulla pena di morte. I suoi oppositori fecero una battaglia, che portò a varie moratorie, centrata primariamente sulla brutalità con cui le condanne capitali venivano eseguite e sull’incertezza d’indagini frettolose e spesso condizionate da pregiudizi razziali. Combinandosi con politiche di tolleranza zero e di legittimazione dell’uso del pugno duro contro il crimine, quel che ne seguì fu però uno sforzo di “professionalizzazione”, se possiamo usare il termine, affiancato da un tentativo di dare maggiori tutele legali ai sospettati/condannati. La conseguenza, e appunto il paradosso, è che ciò ha ridotto grandemente il numero di esecuzioni (fig1), prolungato di molto il periodo carcerario dei condannati a morte e i costi del processo (fig.2) e, soprattutto, rilegittimato la pena capitale, che mezzo secolo fa sembrava invece essere sul punto di scomparire (fig.3, anche se il mutamento degli ultimi anni, e le moratorie adottate da vari stati – Colorado, Washington, Pennsylvania, Oregon – è certo significativo). È un’altra, se vogliamo, delle grandi divergenze transatlantiche dell’ultimo mezzo secolo, ché a lungo parve inevitabile e naturale una convergenza abolizionista tra Europa e Stati Uniti che invece non vi è stata (ne parla il buon Moshik Temkin in questo lungo, bel saggio: https://www.hks.harvard.edu/…/great-divergence-death-penalt…). Accanto a questo, sembra evidente come anche sulla pena di morte vi sia una sorta di polarizzazione nel paese: delle quasi 1500 condanne capitali eseguite nell’ultimo mezzo secolo più di 1200 (ca. l’82%) sono nel Sud e 550 (quasi il 40%) in Texas

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Trump, le sanzioni contro l’Iran e la UE

Da alcuni giorni sono rientrate in vigore una serie di sanzioni economiche statunitensi nei confronti dell’Iran. Questa prima tranche – che consegue alla decisione di Trump del maggio scorso di abbandonare l’accordo sul nucleare iraniano del maggio 2015 e a cui ne seguirà una seconda in novembre – va a colpire alcuni settori industriali e, soprattutto, le transazioni finanziarie. Si tratta peraltro di sanzioni secondarie, sospese in seguito all’accordo. Sanzioni, cioè, che riguardano gruppi non statunitensi e, nella fattispecie, principalmente europei. Il commercio della UE con l’Iran è cresciuto esponenzialmente dopo il 2015 e anche se alcune delle speranze iniziali si sono rivelate eccessivamente ottimistiche, l’Unione Europea è presto diventata il terzo partner commerciale di Teheran, dopo Cina ed Emirati Arabi Uniti. Nel 2017 le importazioni europee dall’Iran – per lo più di combustibili fossili – sono cresciute dell’80% e le esportazioni del 30%, con una bilancia commerciale in lieve attivo per l’UE. L’Italia – primo partner in assoluto di Teheran – ha fatto la parte del leone ed è ora tra i paesi che più rischiano di essere danneggiati. (fig.1 e 2 per i dati del 2017)

Nella decisione di Trump convergono una serie di elementi ideologici, strategici e politici a cui si accompagnano anche precisi calcoli elettorali. Agisce il convincimento che l’accordo del 2015 fosse sbagliato non per i suoi contenuti – gli Usa oggi sognerebbero di poterne firmare uno analogo con la Corea del Nord – ma per l’idea stessa di poter dialogare con un regime pericoloso e inaffidabile come quello iraniano. Vi è la volontà di tornare a costruire un solido asse col governo israeliano di Netanyahu, risolutamente ostile a ogni compromesso con l’Iran e all’auspicio che era stato invece di Obama di poter gradualmente reintegrare un attore fondamentale come quello iraniano nel complesso gioco diplomatico mediorientale. Pesa il ritorno con Trump a una strategia mediorientale centrata, oltre che sull’alleanza con Israele, sulle relazioni speciali con Egitto e Arabia Saudita. Opera l’auspicio, e forse l’illusione, di poter destabilizzare il regime attraverso un’azione di massima pressione economica. Incide, infine, il retaggio di quattro decadi di contrapposizione assoluta tra i due paesi: un lascito, questo, forte nel paese e, ancor più, tra i repubblicani e il loro elettorato di riferimento, poco propenso alle distinzioni e incline a rubricare la teocrazia iraniana come parte di una generica e indifferenziata minaccia islamica. I sondaggi ci dicono che ancor oggi una netta maggioranza degli americani – circa l’80% – giudica sfavorevolmente l’Iran; una percentuale, questa, che cresce tra l’elettorato conservatore. Non a caso, e diversamente da altri dossier di politica estera, la linea di Trump sull’Iran è ampiamente appoggiata a destra, anche da figure spesso molto critiche nei confronti del presidente come il senatore John McCain.

L’Europa prova a difendersi e a proteggere industrie pienamente consapevoli, però, che il mercato iraniano non vale le possibili sanzioni di Washington. Lo fa per ovvie ragioni d’interesse economico. Agisce però anche il convincimento – diffuso trasversalmente e condiviso da governi molto diversi come quelli britannico, tedesco e francese – che l’accordo del 2015 vada salvaguardato per evitare una pericolosissima escalation in un contesto fragile e volatile come quello mediorientale. Un convincimento che richiede unità e forza per essere difeso e riaffermato. Entrambe sembrano però mancare alla UE oggi, anche a causa dell’incoerenza di quei suoi membri – Italia su tutti – che su questo dossier come su altri sembrano oggi agire in contrasto con i loro stessi interessi.

 

Il Giornale di Brescia, 11 agosto 2018

Single Payer et sinistra democratica

Giornata di elezioni, oggi, in varie parti d’America. Le due forse più interessanti da seguire sono quelle per il 12° distretto dell’Ohio e le primarie democratiche da cui uscirà il candidato democratico alla carica di governatore in Michigan. Nel primo caso, va verificata la tenuta repubblicana in un distretto tendenzialmente conservatore – che Trump vinse con più di dieci punti di scarto nel 2016 e che i repubblicani controllano dagli anni 80 – ma nel quale è maggiormente rappresentato un elettorato bianco benestante e con alti livelli d’istruzione (ca. il 40% ha una laurea). In teoria – e, dati 2016 alla mano, non solo in teoria – si tratta di quel tipo di elettorato che il radicalismo di Trump ha più allontanato/irritato. In Michigan si ripropone invece la sfida tra sinistra e liberals, in un contesto però nel quale il campo stesso di gioco sembra essersi di molto spostato a sinistra (e la candidata liberal-obamiana Gretchen Whitmer ha in fondo solide credenziali progressiste). Fa sensazione, qui, il giovane candidato sandersiano, Abdul El-Sayed, che aspira ad essere il primo governatore mussulmano nella storia statunitense. El Sayed ha appena 33 anni e un cv davvero impressionante: studi a Michigan, Oxford (Rhodes Scholar), Columbia; giovane assistant prof di Public Health al dipartimento di epidemiologia di Columbia, responsabile per le questioni sanitarie (Health Director) a Chicago, il più giovane di sempre in una grande città statunitense. Corre con una piattaforma nella quale centrale è un elemento divenuto ormai quasi identitario per la sinistra democratica: un modello di sanità pubblica universale, “single payer”. Una proposta, questa, che pare ormai essere entrata nel DNA del partito e che lo stato di New York, ad esempio, sta vagliando seriamente. È di questi giorni la pubblicazione di uno studio della RAND, think tank che di certo non può essere accusata di faziosità partigiana, commissionato per verificare la fattibilità di un disegno di legge proposto dai democratici newyorchesi che introdurrebbe il single payer nello stato (https://www.rand.org/pubs/research_reports/RR2424.html). Lo studio – pur riconoscendo l’inevitabile aleatorietà di molte stime e proiezioni – evidenzia tanto la fattibilità quanto i benefici, per gran parte degli abitanti dello stato, che deriverebbero dall’introduzione di un modello di sanità pubblica gratuita (cfr. fig 1 e 2, SQ sta per status quo, NYHA è l’acronimo della riforma – New York Health Act – in discussione). A una copertura assai più ampia corrisponderebbe una riduzione dei costi (stimata in addirittura in 15 miliardi di dollari nel 2031). Detto che ciò non è in contraddizione con Obamacare ma ne rappresenta per certi aspetti il naturale portato – l’estensione di Medicaid, il programma di sanità pubblica per famiglie e individui con redditi più bassi, previsto dalla riforma di Obama è uno degli elementi di suo maggior successo, come dimostra l’apprezzamento dell’opinione pubblica – la riforma in discussione a NY si confronta con una serie non marginale di problemi e ostacoli:

a) L’amministrazione Trump dovrebbe accettare che tutti i finanziamenti di Obamacare (Medicare, Medicaid, sussidi e detrazioni fiscali) vadano al programma di NY
b) Pur con tutti i risparmi previsti, Il programma andrebbe comunque finanziato con una significativa crescita dell’imposizione fiscale sui redditi alti e medio-alti (fig.3; tanto per intenderci una famiglia con un reddito attorno ai 150/200mila dollari annui – che a NY città difficilmente è considerabile come un reddito altissimo – vedrebbe triplicato il livello di tassazione statale, dal 6 al 18% annuo)
c) E questo – in un sistema federale come quello statunitense – problemi di fattibilità/sostenibilità potrebbe porne, che in fondo a trasferirsi in New Jersey non ci vuole poi molto, e Jersey City e Hoboken sono pure diventati posti assai piacevoli dove vivere…

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UBER & CO. A NEW YORK

 

Il consiglio comunale – City Council – di New York potrebbe presto porre un tetto al numero di taxi e auto con conducente che possono circolare nella città. È una misura chiaramente indirizzata contro Uber, Lyft e altre compagnie che negli ultimi anni – a NY come altrove – hanno conosciuto un boom rapido e ininterrotto (fig.1 e 2, Uber è arrivata a NY nel 2012; Lyft nel 2014), contribuendo a congestionare un traffico già in sofferenza e mettendo in crisi i tassisti, molti dei quali già pesantemente indebitati per acquistare le licenze (e a NY hanno fatto scalpore i sei suicidi di tassisti disperati e sul lastrico avvenuti nell’ultimo anno). Intendiamoci, come sa bene chi vive a Parigi o a Roma, le condizioni di monopolio in cui questi spesso operano, la compravendita di licenze il cui numero rimane invariato e tanto altro, rendono spesso difficile difendere i tassisti tradizionali. A NY si aggiunge pure l’acclarata propensione di molti taxi a discriminare sulla base della razza, rifiutandosi di accettare passeggeri neri. Ma è chiaro che a queste rigidità non si può rispondere con forme barbariche di deregulation e di sfruttamento della forza lavoro come quelle rappresentate da Uber (secondo vari parametri Lyft è lievemente – ma solo lievemente – meglio; la fig. 3 ci mostra peraltro come sia diventato vieppiù comune, e in una certa misura necessario, lavorare per più di una compagnia sola). Non è in caso che il cap sul numero di vetture che possono circolare è accompagnato anche da una discussione sulla possibilità d’introdurre un salario minimo per i conducenti. Una misura, questa, sostenuta anche dalla commissione municipale competente in materia (TLC, la City’s Taxy and Limousine Commission), ma che deve essere votata dal City Council. Un recente, ricco studio di due economisti (James Parrot e Michael Reich, http://www.centernyc.org/an-earnings-standard/) propone di fissare questo salario minimo a $17.22 netti all’ora, misura che farebbe aumentare i guadagni (del 20/25%, $6500 all’anno) di circa l’85% dei conducenti. Ma il report di Parrot e Reich dice altre cose molto interessanti e meno note, che contraddicono non di rado la propaganda di Uber & co. e le convinzioni/autogiustificazioni di chi usa il loro servizio senza porsi tanti scrupoli o problemi. Ad esempio:

– Per la grande maggioranza dei conducenti di vetture Uber, Lyft ecc a NY si tratta di un lavoro a tempo pieno e non di un modo per integrare altri redditi.
– Il 90% dei conducenti Uber/Lyft & co sono immigrati; solo 1 su 6 ha un titolo di studio universitario. L’80% ha comprato un’auto nuova espressamente per svolgere questo lavoro
– Nella gran parte dei casi sono la principale o sola fonte di reddito per la famiglia. Il 40% vive al limite o sotto la soglia della povertà e ha diritto a Medicaid (l’assistenza medica gratuita)

Ah:

a) Il top manager, dicono bravissimo, assunto da Uber nel 2017 per rimettere ordine dopo vari scandali e casini, Dara Khosrowshahi, prima di arrivare a Uber è riuscito a guadagnare in un anno quasi 100 milioni di dollari, tra salario e stock options (e si dice che Uber abbia dovuto pagarne circa il doppio a Expedia, con il quale sarebbe stato vincolato fino al 2020; d’altronde nelle compagnie della S&P500 il rapporto tra la retribuzione dei CEO e quella media dei dipendenti è passata da ca. 40 a 1 a inizio anni Ottanta al ca. 350 a 1 del 2016…)
b) Vediamo tutti di usare il più possibile i mezzi pubblici, per quanto Trenitalia faccia sempre del suo meglio per dissuaderci …

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INFOWARS

Molti dei re-tweet di Marcello Foa vengono, direttamente o indirettamente, da Infowars. Sito della destra americana più retriva e dietrologica, Infowars è guidato da Alex Jones, radio host che da anni diffonde senza scrupoli teorie cospirative di vario genere e che dal suo insediamento celebra con frequenza l’operato del governo lega-5 stelle (è un grande fan di Salvini, ça va sans dire..). Jones è ora sotto processo: denunciato dai genitori di uno dei bimbi di sei anni, Noah Pozner, morti nella terribile strage della scuola di Sandy Hook del dicembre 2012 (ne morirono 20, di bimbi, quel giorno, più sei dipendenti della scuola). Jones ha da subito affermato che la strage non fosse mai avvenuta: che fosse stata inventata dall’amministrazione Obama per poi imporre al paese una legislazione più restrittiva in materia di armi da fuoco. E ha sostenuto che i genitori di Noah fossero degli attori pagati da Obama. I genitori di Noah sono stati da allora oggetto di reiterate minacce, ritenute credibili dalla polizia e hanno dovuto cambiare abitazione sette volte. Esasperati, hanno infine denunciato Jones. Che ora chiede paghino loro le spese processuali ….

 

http://nymag.com/daily/intelligencer/2018/08/alex-jones-wants-sandy-hook-parents-to-pay-his-legal-fees.html

CORTOCIRCUITI TRUMPIANI

L’economia statunitense continua a correre. Il 4.1% di crescita del PIL su base annuale nel secondo trimestre del 2018 è un dato di tutto rispetto, soprattutto se comparato col risultato meno positivo del primo trimestre, quando l’aumento fu del 2%. Dall’insediamento di Trump, il PIL è cresciuto al ritmo medio annuo del 3%. Il tasso di disoccupazione (fig.1) sta attorno al 4%, anche se la percentuale quasi raddoppia se usiamo altri indicatori che includono forza lavoro sotto-utilizzata, part-time e chi è uscito dalla forza lavoro ossia non cerca più di rientrarvi (cfr. https://www.bls.gov/news.release/empsit.t15.htm). Trump ovviamente cavalca questi risultati e così fanno gran parte dei candidati repubblicani alle elezioni di mid-term, assai attenti ad evitare riferimenti a tagli alle tasse che favoriscono in maniera preponderante i redditi più alti (e che secondo tutti i sondaggi sono in realtà impopolari presso una parte assai ampia della stessa base elettorale repubblicana) o attacchi a Obamacare, i cui benefici – soprattutto per le famiglie con redditi più bassi, grazie all’estensione di Medicaid – sono ormai visibili e apprezzati (fig.2, come su altre questioni, le politiche di Obama raccolgono maggior apprezzamento ora che non è più alla Casa Bianca, a dimostrazione di quanto pregiudiziale fosse molta dell’opposizione nei suoi confronti).

Tre considerazioni su questi risultati economici:

a) è ovvio che, nonostante quanto dica Trump, la crescita non deriva da politiche protezionistiche e di sostegno al manifatturiero che per il momento sono solo abbozzate e rimangono allo stato di dichiarazioni. Bisognerà attendere qualche mese per vedere come la crescita di questo trimestre si divida per settore (per dati sui primi 5 trimestri “trumpiani” che evidenziano la sostanziale continuità con Obama rispetto alla ripresa del manifatturiero si veda la fig.3). Molti commentatori sottolineano il peso di fattori contingenti e, paradossalmente, la propensione di acquirenti stranieri a comprare di più dagli Usa ora per anticipare gli effetti delle possibili future tariffe trumpiane (cfr. https://www.ft.com/con…/fe50168c-9197-11e8-b639-7680cedcc421). Più importante pare invece essere lo stimolo dei tagli alle tasse approvati con Trump: una forma di sostegno alla crescita che dal 2011 in poi i repubblicani al Congresso impedirono a Obama in nome di una responsabilità fiscale che, come da tradizione repubblicana da Reagan in poi, è stata prontamente abbandonata dopo le elezioni del 2016.

b) L’impatto sui conti pubblici è evidente, come mostrano le fig.4 e 5. La crescita non si traduce in abbassamento di debito e deficit. Anzi, il Congressional Budget Office – agenzia bipartisan alle cui stime si affidano storicamente entrambi i partiti – offre delle proiezioni di deficit stabilmente al 5% negli anni a venire (https://www.cbo.gov/publication/54052)

c) È una crescita trainata ancora una volta primariamente dai consumi a debito. Le fig. 6 e 7 ci mostrano la percentuale dei risparmi sul reddito famigliare e sulla ricchezza nazionale. Percentuale che è precipitata a livelli pre-crisi e che, quindi, sembra riproporre alcune delle dinamiche che quella crisi la provocarono, a maggior ragione in una fase di rinnovata deregulation finanziaria quale è quella attuale. Va da sé che ciò ripropone tutte le contraddizioni dell’impero statunitense dei consumi. E su questo Trump entra in pieno cortocircuito, che i suoi slogan protezionistici e il consumo a debito (di beni primariamente importati) compatibili non sono. E la fig.8, sul deficit della bilancia commerciale statunitense, ci dice che mai gli Usa hanno avuto nei primi 5 mesi dell’anno un passivo così ampio

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