Mario Del Pero

CORTOCIRCUITI TRUMPIANI

L’economia statunitense continua a correre. Il 4.1% di crescita del PIL su base annuale nel secondo trimestre del 2018 è un dato di tutto rispetto, soprattutto se comparato col risultato meno positivo del primo trimestre, quando l’aumento fu del 2%. Dall’insediamento di Trump, il PIL è cresciuto al ritmo medio annuo del 3%. Il tasso di disoccupazione (fig.1) sta attorno al 4%, anche se la percentuale quasi raddoppia se usiamo altri indicatori che includono forza lavoro sotto-utilizzata, part-time e chi è uscito dalla forza lavoro ossia non cerca più di rientrarvi (cfr. https://www.bls.gov/news.release/empsit.t15.htm). Trump ovviamente cavalca questi risultati e così fanno gran parte dei candidati repubblicani alle elezioni di mid-term, assai attenti ad evitare riferimenti a tagli alle tasse che favoriscono in maniera preponderante i redditi più alti (e che secondo tutti i sondaggi sono in realtà impopolari presso una parte assai ampia della stessa base elettorale repubblicana) o attacchi a Obamacare, i cui benefici – soprattutto per le famiglie con redditi più bassi, grazie all’estensione di Medicaid – sono ormai visibili e apprezzati (fig.2, come su altre questioni, le politiche di Obama raccolgono maggior apprezzamento ora che non è più alla Casa Bianca, a dimostrazione di quanto pregiudiziale fosse molta dell’opposizione nei suoi confronti).

Tre considerazioni su questi risultati economici:

a) è ovvio che, nonostante quanto dica Trump, la crescita non deriva da politiche protezionistiche e di sostegno al manifatturiero che per il momento sono solo abbozzate e rimangono allo stato di dichiarazioni. Bisognerà attendere qualche mese per vedere come la crescita di questo trimestre si divida per settore (per dati sui primi 5 trimestri “trumpiani” che evidenziano la sostanziale continuità con Obama rispetto alla ripresa del manifatturiero si veda la fig.3). Molti commentatori sottolineano il peso di fattori contingenti e, paradossalmente, la propensione di acquirenti stranieri a comprare di più dagli Usa ora per anticipare gli effetti delle possibili future tariffe trumpiane (cfr. https://www.ft.com/con…/fe50168c-9197-11e8-b639-7680cedcc421). Più importante pare invece essere lo stimolo dei tagli alle tasse approvati con Trump: una forma di sostegno alla crescita che dal 2011 in poi i repubblicani al Congresso impedirono a Obama in nome di una responsabilità fiscale che, come da tradizione repubblicana da Reagan in poi, è stata prontamente abbandonata dopo le elezioni del 2016.

b) L’impatto sui conti pubblici è evidente, come mostrano le fig.4 e 5. La crescita non si traduce in abbassamento di debito e deficit. Anzi, il Congressional Budget Office – agenzia bipartisan alle cui stime si affidano storicamente entrambi i partiti – offre delle proiezioni di deficit stabilmente al 5% negli anni a venire (https://www.cbo.gov/publication/54052)

c) È una crescita trainata ancora una volta primariamente dai consumi a debito. Le fig. 6 e 7 ci mostrano la percentuale dei risparmi sul reddito famigliare e sulla ricchezza nazionale. Percentuale che è precipitata a livelli pre-crisi e che, quindi, sembra riproporre alcune delle dinamiche che quella crisi la provocarono, a maggior ragione in una fase di rinnovata deregulation finanziaria quale è quella attuale. Va da sé che ciò ripropone tutte le contraddizioni dell’impero statunitense dei consumi. E su questo Trump entra in pieno cortocircuito, che i suoi slogan protezionistici e il consumo a debito (di beni primariamente importati) compatibili non sono. E la fig.8, sul deficit della bilancia commerciale statunitense, ci dice che mai gli Usa hanno avuto nei primi 5 mesi dell’anno un passivo così ampio

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