Mario Del Pero

Il nuovo accordo tra Stati Uniti e Messico

Dopo mesi di negoziati, Messico e Stati Uniti sembrano avere raggiunto un compromesso che va a modificare alcuni ambiti nodali del processo d’integrazione commerciale all’interno del NAFTA (l’area di libero scambio nordamericana, che include anche il Canada). Quali sono gli aspetti più importanti di questo accordo? Quale la sua rilevanza politica? E quali i suoi limiti e i problemi che presumibilmente vi saranno nel processo di ratifica da parte del Congresso statunitense?

I contenuti essenziali, innanzitutto. Trump ottiene poco o nulla su due temi che erano stati centrali nella sua campagna contro il NAFTA. Non vi è nessuna clausola che avrebbe fatto decadere automaticamente l’accordo dopo 5 anni in caso esso non fosse stato rinegoziato; la durata di quest’ultimo viene invece fissata a 16 anni, con revisioni ogni 6 anni. Non s’introducono inoltre tariffe sui prodotti agricoli, che il Presidente americano avrebbe voluto per tutelare i coltivatori stagionali statunitensi. A fronte di ciò, Trump ottiene però concessioni rilevanti e dalla forte valenza politica. Il Messico assume vari impegni per meglio garantire salari e tutele dei suoi lavoratori: nel settore agricolo promette di aderire agli standard fissati dall’Organizzazione Mondiale del Lavoro; in quello automobilistico accetta che tra il 40 e il 45% del valore di un veicolo sia prodotto da lavoratori retribuiti almeno 16 dollari all’ora (il salario minimo è attualmente di circa 5 dollari e quello nelle fabbriche di auto si attesta attorno ai 7/8 dollari). Sempre per quanto riguarda l’industria automobilistica, l’accordo prevede che per non essere soggetta a tariffe la percentuale totale di una vettura assemblata negli Usa e in Messico debba passare dal 62.5 al 75%, con un maggior uso di acciaio, alluminio e plastica prodotti nei due paesi.

Trump ottiene un indubbio successo politico. Per quanto di difficilissima realizzazione, come proprio la storia del NAFTA evidenzia, s’impone una sorta di parziale salario minimo, che permette al Presidente di ergersi a paladino sia dei lavoratori messicani, sfruttati e sottopagati, sia di quelli americani, vittime di una delocalizzazione produttiva trainata dal basso costo del lavoro e dalle deboli tutele sindacali esistenti in Messico (anche se poi, la penalizzazione per chi non rispetta il vincolo del salario minimo è una tariffa assai bassa del 2.5%). La clausola del 75% ha a sua volta una evidente funzione anti-Cina e ambisce a proteggere una catena di distribuzione nella quale la componentistica cinese si era da tempo infilata. È, insomma, una sorta di protezionismo nord-americano e transnazionale quello proposto da Trump, che si permette inoltre di umiliare il Canada, imponendogli una scadenza tassativa (questa settimana) per accettare o meno i termini di un accordo al quale Ottawa non si può sottrarre vista l’importanza del mercato americano per l’economia canadese.

Questo ci porta però a un primo, potenziale cortocircuito. Le misure attuate vanno ovviamente a incidere sui costi di produzione e quindi sui prezzi del prodotto ultimo. È immaginabile che la risposta sarà l’imposizione di tariffe sulle automobili europee e asiatiche. A risentirne saranno i consumatori americani, con possibili contraccolpi in termini di consenso per il Presidente, e più in generale quello strumento di egemonia dell’America che è appunto stato il suo mercato interno. Se gli Usa cessano di essere il “consumatore di ultima istanza” viene meno una funzione storica che ha loro permesso, tra le altre cose, di attrarre così tanti finanziamenti e prestiti esteri. Il secondo cortocircuito è invece tutto politico. La competenza in materia di accordi commerciali è del Congresso e molti repubblicani, legati in particolare ad alcuni ambienti imprenditoriali, sembrano essere già sul piede di guerra. Ed anche su questo si gioca una partita che ci dirà quanto pieno sia il controllo che oggi Trump ha del suo partito.

Il Giornale di Brescia, 31 agosto 2018

 

 

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