Mario Del Pero

IMPEACHMENT?

Di giornate complicate Trump e la sua amministrazione ne hanno avute più di una. Nessuna, però, può competere con quella di martedì scorso. Il primo manager della sua campagna presidenziale del 2016, Paul Manafort, è stato condannato per otto capi d’imputazione che vanno dall’evasione fiscale alla frode bancaria; nella stessa giornata, Michael Cohen, uno degli storici avvocati del Presidente, lo ha implicato in una serie di reati federali, ammettendo di aver violato la legge sui finanziamenti elettorali per poter pagare il silenzio di una pornostar e di una ex modella di playboy sulle loro relazioni compromettenti con Trump.

È la punta di un iceberg, quella rappresentata dai casi di Manafort e Cohen, che origina dall’inchiesta del procuratore Mueller sulle ingerenze russe nella campagna del 2016. Come Cohen, altri hanno patteggiato e stanno collaborando con Mueller, incluso il primo consigliere per la Sicurezza Nazionale di Trump, Michael Flynn. E ulteriori scandali e rivelazioni sono inevitabilmente destinati a seguire. Trump ha portato alla Casa Bianca non solo la sua spregiudicatezza e la sua volgarità, ma anche un quarantennio di affari torbidi e di vita professionale sempre ai limini della legalità. Un suo braccio destro come Cohen può davvero scoperchiare un pentolone altamente tossico su questi affari.

Ma quali danni politici ed elettorali può causare tutto ciò al Presidente? E soprattutto, è immaginabile che si arrivi fino al suo impeachment, come prospettano molti media e suoi avversari politici? Su questo è possibile nutrire più di un dubbio.

Qualsiasi riflessione sull’impeachment deve partire da due domande: i reati che coinvolgono il Presidente sono tali da poter giustificare un simile provvedimento? Esistono le condizioni politiche affinché la procedura d’impeachment possa essere attivata?

Alla prima domanda non si può che rispondere affermativamente. Alla seconda invece no. Nella sezione 4 dell’articolo 2 della Costituzione si afferma che “il Presidente, il Vice-Presidente e tutti i funzionari civili degli Stati Uniti potranno essere rimossi dai loro uffici su accusa e verdetto di colpevolezza di tradimento, corruzione o altri gravi crimini e misfatti.”

La gran parte dei costituzionalisti concordano nel ritenere che, se confermate, le ammissioni di Cohen implicherebbero il Presidente in reati gravi e potrebbero quindi giustificare l’attivazione da parte del Congresso della procedura d’impeachment. Che però – proprio per la responsabilità primaria dell’organo legislativo – è procedura complessa e, appunto, tutta politica: la Camera dei Rappresentanti deve autorizzare, a maggioranza semplice, l’impeachment; a quel punto si passa al Senato, trasformato in una sorta di tribunale, con giudice il Presidente della Corte Suprema e i senatori nei panni di una giuria che ha bisogno di un voto a maggioranza qualificata dei 2/3 per condannare l’imputato (il Presidente) e decretarne la rimozione.

Nella storia del paese non si è mai giunto a tanto: Andrew Johnson e Bill Clinton nel 1868 e nel 1999 furono messi in stato d’impeachment, ma al Senato mancò la maggioranza qualificata e rimasero in carica; Richard Nixon si dimise anticipatamente nel 1974 per evitare l’umiliazione di una decisione ormai certa.

L’attuale contesto politico rende assai futuribile un nuovo impeachment presidenziale. Per il quale sarebbe necessario un improbabile crollo di popolarità di Trump tra la base repubblicana, che affrancherebbe molti senatori e deputati del partito del Presidente e permetterebbe finalmente una ribellione della quale oggi non vi è traccia. Perché la popolarità di Trump tra l’elettorato repubblicano è agli stessi, altissimi livelli del suo insediamento (tra l’85 e il 90%, secondo Gallup); perché la polarizzazione politica riduce la mobilità elettorale e crea due campi sostanzialmente impermeabili, come indicano gl’indici d’approvazione dell’operato del Presidente che, sia pure molto bassi, sono stabili se non inscalfibili (attorno al 40%, con una banda di oscillazione che è meno della metà di quella che Obama ebbe nello stesso periodo); perché la campagna presidenziale di delegittimazione delle inchieste in corso sta evidentemente funzionando, tanto che secondo recenti sondaggi il 75% dei repubblicani ritiene che quella di Mueller sia una “caccia alla streghe” e meno del 15% la considera un’“indagine legittima”. Con un’economia che continua a correre, una trasversale riluttanza a usare l’arma nucleare dell’impeachment e un partito democratico vittima delle sue divisioni e inconsistenze, Trump rimane per il momento tranquillo anche se tutto può ovviamente cambiare, a partire dalle elezioni di mid-term del novembre prossimo e dagli immancabili, nuovi scandali con i quali ci potremo risvegliare già domani.

Il Mattino, 24 agosto 2018

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