Mario Del Pero

Archivio mensile: settembre 2018

“L’ANNO DELLA DONNA?”

Mentre impazza la polemica su Brett Kavanaugh, il giudice nominato alla Corte Suprema da Trump e in attesa di conferma dal Senato, ora accusato da un’ex compagna del liceo per una presunta aggressione sessuale avvenuta quando i due erano 17enni, da più parti ci si chiede se il 2018 possa essere un nuovo “anno della donna”. Una replica, insomma, di quel 1992 quando il numero di senatrici passò da 4 a 7 (con l’elezione speciale in marzo di Kay Bailey Hutchinson, l’attuale ambasciatrice alla NATO e la prima senatrice nella storia del Texas), alla Camera furono elette per la prima volta 24 nuove rappresentanti (il numero più alto di sempre), portando il totale di donne al Congresso da 32 a 54. Pesarono allora vari fattori, tra cui una controversia non dissimile da quella cui stiamo assistendo su Kavanaugh, che coinvolse allora Clarence Thomas, attuale giudice della Corte Suprema, che durante la procedura di conferma fu accusato di molestie sessuali da una sua ex assistente, Anita Hill (afro-americano conservatore, Thomas era stato scelto da Bush per sostituire il primo giudice nero della Corte Suprema, il leggendario Thurgood Marshall).

Le primarie, soprattutto quelle dei democratiche, hanno visto correre (e vincere) un numero altissimo di donne. Il 2018 batterà tutti i record in termini di candidature femminili. Ai 35 contesti (in 33 stati) per il voto al Senato si presenteranno 23 donne: 15 democratiche e 8 repubblicane; per i 435 seggi della Camera le candidate donne saranno 239 (187 democratiche; appena 52 repubblicane); per i 36 governatorati in palio ci saranno 16 candidate donne (12 D e 4 R. Una miniera inesauribile di dati e informazioni al riguardo è il Center for American Women and Politics di Rutgers: http://cawp.rutgers.edu/)

Non contiamo poi le tante elezioni locali, dove abbiamo visto emergere figure capaci di acquisire rapidamente un profilo nazionale (come la controversa – e per quanto mi riguarda piuttosto insopportabile – Julia Salazar che sarà eletta al senato di New York).

Come si piega tutto ciò e cosa ci dice? In pillole

  1. che agiscono tanti fattori, incluso MeToo e tutto quello che ne è seguito, ma che pesa in maniera evidente la reazione all’elezione di un Presidente ostentatamente (e spesso volgarmente) misogino come Trump. Questo “anno della donna”, se vogliamo semplificare, è anche una risposta al Trumpismo. E non è un caso che proprio tra le donne, il tasso di approvazione di Trump sia oggi a livelli bassissimi, ca 10/15 punti percentuali inferiore – https://news.gallup.com/poll/241787/snapshot-strongly-disapprove-trump.aspx – di quello generale (di suo tutt’altro che alto, come ben sappiamo).
  2. Che pesa in una qualche misura l’effetto Hillary. La convinzione che essere donna abbia in ultimo nuociuto alla Clinton nel 2016 e che un impegno maggiore sia necessario per ovviare a un gender gap che, nella rappresentanza politica così come nelle retribuzioni, rimane ancora assai marcato (e dove, anzi, su terreni cruciali, a partire dalla discriminazione salariale, si rischi di perdere alcune delle conquiste ottenute con Obama)
  3. Che il numero record di donne candidate simboleggia anch’esso una reazione a una vecchia politica che è stata in ultimo incapace di fermare Trump (chiamatelo, se volete, invece effetto “anti-Hillary”). Esprima insomma una forma di contestazione di un establishment politico spesso auto-referenziale
  4. che in elezioni dove un dato determinante sarà rappresentato dal tasso di partecipazione elettorale – dalla capacità di mobilitare appieno il proprio elettorato – il voto delle donne sarà decisivo: perché rappresenta una larga maggioranza del voto democratico (il voto femminile andò 54 a 39 alla Clinton nel 2016 e 56 a 43 a Obama nel 2008); e perché – molto banalmente – le donne costituiscono una maggioranza dell’elettorato attivo (il 55% nel 2016; il 53 nel 2008; cfr. http://www.people-press.org/2018/08/09/an-examination-of-the-2016-electorate-based-on-validated-voters/)
  5. Anche se dovessero – come pare – essere battuti tutti i record del passato, siamo ancora lontani, molto lontani dall’avvicinarci a una qualche parità, come peraltro ci ricorda bene la composizione del gabinetto di Trump con appena 7 donne e nessuna davvero nei dipartimenti più pesanti (almeno di non voler considerare tale la Homeland Security della Nielsen). Su 50 governatori, 6 sono donne (12%; la percentuale sale al 23% se si considerano altri importanti uffici elettivi statali); 23 su 100 sono le donne al senato; 84 su 435 (appena il 19%) alla Camera. Una percentuale quest’ultima che potrebbe salire al massimo al 24% quest’anno. “Anno della donna”, sì, ma di una donna ancora fortemente minoritaria nelle istituzioni rappresentative statunitensi (http://www.cawp.rutgers.edu/current-numbers)

 

 

 

RAHMBO

 

Primo sindaco ebreo di Chicago (2011-19), capo di gabinetto nel cruciale biennio d’apertura dell’amministrazione Obama, e prima ancora deputato dell’Illinois (2003-9) e consigliere influente nell’amministrazione di Bill Clinton e nella sua campagna elettorale del 1992, Rahm Emanuel – “Rahmbo” per molti amici e detrattori – ha deciso a sorpresa di non ricandidarsi a un terzo mandato alla guida della sua città. A sorpresa, perché dopo anni difficili – segnati da scontri aspri con i sindacati degli insegnanti e da scandali legati alla sua propensione a difendere (e talora occultare) la violenza delle forze di polizia – la sua popolarità era tornata a crescere e la sua posizione appariva più solida. Difficile però non vedere nella fine – temporanea o meno, lo scopriremo presto – della carriera politica di Emanuel la crisi di un modello che il sindaco di Chicago ha incarnato in modo quasi parossistico. Un modello liberal, radicale su temi che noi definiremo etici (le varie associazioni per i diritti LGBT hanno sempre dato il massimo dei voti a Emanuel); attento a questioni vitali per centri metropolitani come il controllo delle armi (Emanuel è un nemico storico della NRA e da sindaco di una città devastata dalla violenza come Chicago ha cercato di usare gli strumenti a sua disposizione per imporre misure restrittive sulla vendita di armi da fuoco); liberista (e grande sostenitore del NAFTA quando questo fu istituito); abile e spregiudicato fundraiser; falco liberal e filo-israeliano, che sostenne con entusiasmo l’intervento in Iraq nel 2002; legato strettamente al mondo della finanza, nella quale ha lavorato e dove presumibilmente tornerà. Un New Democrat, insomma, che oggi appare però alquanto Old. Anche se di Old vi è in fondo sempre stato il suo atteggiamento sprezzante e brutale – un po’ da House of Cards – verso avversari e giornalisti ostili: una volta a un sondaggista con il quale era entrato in conflitto inviò per posta un pesce morto… Tra le tante immagini della vita politica di Rahm, una delle più buffe – almeno per me – è quella di un paio di anni fa, quando un Renzi goffo e in evidente sovrappeso si fece filmare mentre faceva jogging con il sindaco sul lungolago di Chicago ….

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Jogging all’alba a Chicago per il premier Matteo Renzi che si è allenato con il sindaco Rahm…

MANAFORT E LA DEMOCRAZIA STATUNITENSE

Anche Paul Manafort – il primo manager della campagna elettorale di Donald Trump del 2016 – ha infine ceduto. In cambio di una riduzione a un massimo di dieci anni della condanna per molteplici reati, che vanno dall’evasione fiscale alla frode bancaria al riciclaggio, Manafort ha dato la sua disponibilità a collaborare con l’inchiesta del procuratore Robert Mueller sulle ingerenze russe nel voto del 2016. Il cerchio pare stringersi ancora di più attorno al Presidente e ai suoi famigliari. Il numero di ex collaboratori che si sono dichiarati colpevoli, hanno patteggiato e stanno fornendo informazioni a Mueller cresce di giorno in giorno. E stiamo parlando ora non di pesci piccoli o figure, come il primo consigliere per la sicurezza nazionale di Trump Michael Flynn, sulla cui affidabilità è lecito nutrire molti dubbi. Manafort – che Trump aveva pubblicamente elogiato come un “uomo coraggioso” capace di non farsi “piegare” dalle pressioni – è probabilmente colui che più può raccontare sull’intervento russo nel 2016 e, anche, sui rapporti d’affari opaci e controversi tra la famiglia Trump e Mosca. Manafort partecipò – assieme al figlio di Trump, Donald Jr, e al genero, Jared Kushner – al famoso incontro con emissari russi a New York del giugno 2016 nel quale questi promisero informazioni compromettenti su Hillary Clinton. Soprattutto, per anni Manafort ha lavorato per conto di politici e oligarchi russi, in particolare in Ucraina, costruendo una torbida rete di relazioni con figure legate al Cremlino e con settori dei servizi di Mosca. Può, in altre parole, dire molto, moltissimo e far fare un salto di qualità decisivo all’inchiesta di Mueller.

Cosa ci dice tutto ciò su Trump, sulla sua elezione e, anche, sul futuro della sua presidenza? Due sono le considerazioni da fare.

La prima è che la sorprendente ascesa di una figura come Donald Trump – uomo d’affari borderline, con all’attivo molteplici bancarotte e al quale le principali banche statunitensi da tempo erano indisponibili a fare credito – dà una cifra del livello di degrado e, anche, di corruzione raggiunto dalla democrazia statunitense. Trump non è solo una figura “epicamente inadeguata” per il ruolo che occupa, come scriveva domenica scorsa il columnist del Financial Times, Edward Luce. È anche uomo che ha portato alla Presidenza, oltre che la sua straordinaria volgarità e incompetenza, un reticolo inestricabile di conflitti d’interesse e un passato nel quale figure improponibili come Manafort hanno occupato un ruolo centrale. Il trumpismo è al contempo espressione estrema dell’inquinamento del processo democratico e vettore di ulteriore sua degenerazione: la sua altissima tossicità la misuriamo ormai quasi quotidianamente. La questione – e questa è la seconda considerazione – è se esistano gli anticorpi per contenerne gli effetti: se il corpo sia sufficientemente sano per reggere l’urto. Su questo è lecito nutrire più di un dubbio. A dispetto di tutto, la base repubblicana sembra essere ancora con Trump anzi, come confermato dalle primarie per la scelta dei candidati alle elezioni di novembre, il partito rimane a tutti gli effetti il partito di Donald Trump. La possibilità di una riconquista democratica della Camera è molto alta, ma anche negli scenari più ottimistici il numero di seggi che i repubblicani perderanno sarà di poco superiore alla metà di quelli persi dai democratici nelle prime elezioni di mid-term dopo l’elezione di Obama. E con sondaggi che indicano come 2/3 degli elettori repubblicani vorrebbero fosse posto immediatamente termine all’inchiesta di Mueller, il pericolo è che all’avanzare di questa corrisponda l’intensificazione di uno scontro politico che rischia oggi davvero di andare fuori controllo.

Il Giornale di Brescia, 18.9.2018

 

SETTEMBRE 2008, DIECI ANNI DOPO

Nel decennale del pieno esplodere della crisi finanziaria del 2008 – con l’eclatante crack di Lehman – escono numerosi articoli e testimonianze di quei giorni convulsi, di quel che ne è seguito e del bilancio che si può fare dieci anni più tardi. Bilancio pieno di chiaroscuri, questo, che la crisi fu sì in una qualche misura contenuta – o quantomeno si evitò il disastro – ma l’occasione per riforme strutturali è andata in larga misura persa, i riverberi della crisi li sentiamo ancor oggi e, soprattutto, il rischio di una sua ripetizione è dietro l’angolo, con così tanta liquidità in circolazione, consumi a debito che sono tornati a correre negli Usa e l’ostentato (ed efficace) assalto trumpiano ai meccanismi di regolamentazione introdotti da Obama. Sul Times, è apparso ieri un bellissimo editoriale di un suo editor, M.H. Miller (https://www.nytimes.com/2018/09/15/opinion/sunday/financial-crisis-student-loans-recession.html), uno dei milioni di giovani americani indebitatisi all’osso per poter studiare e oggi permanentemente sott’acqua di fronte all’incapacità di estinguere il debito. Il magazine del Financial Times (https://app.ft.com/content/c180fab6-a46e-11e8-8ecf-a7ae1beff35b?sectionid=cover_magazine) offre a sua volta una serie di testimonianze di vittime della crisi: non solo gente che si lanciò ingenuamente su mutui insostenibili, scommettendo sull’aumento incessante dei valori immobiliari – sulla trasformazione della proprietà in una sorta d’inesauribile bancomat – ma anche chi, pur agendo cautamente, finì stritolato da una crisi dai più predetta, ma la cui ampiezza e violenza pochi potevano immaginare. Politicamente siamo ancora nel cono d’ombra di quella crisi e delle politiche adottate per fronteggiarla. Crisi e politiche che hanno colpito durissimamente un ceto medio, il cui tenore di vita dipendeva in modo cruciale da credito facile e bolla immobiliare (che spesso costituivano fattori compensativi di redditi stagnanti e stratificazione sociale sempre più rigida). Mettere in sicurezza il sistema bancario, salvare settori economici cruciali (come quello automobilistico), surrogare l’inaridimento del credito e della liquidità con tassi prossimi allo zero e QE come se piovesse era forse l’unica strada possibile. Soprattutto se accompagnato – come in parte è stato con Obama – da investimenti in beni pubblici, ampliamento della rete del welfare e nuove politiche regolamentatorie come la cruciale, ancorché parziale, Dodd-Frank. Queste azioni furono però contenute da un Congresso che, ancor prima del tracollo democratico nelle elezioni di mid-term del 2010, si mise spesso di traverso e, secondo tutti i resoconti di cui disponiamo, da fazioni interne all’amministrazione che dal chief of staff Rahm Emanuel al direttore del National Economic Council Lawrence Summers mitigarono le proposte più radicali, in termini sia di re-regulation sia di deficit spending, avanzate da altri consiglieri di Obama. E se la ripresa vi è stata e, soprattutto a partire dal 2015, i redditi medi sono tornati a crescere (percentualmente come non avveniva dalla fine degli anni Novanta), altri indicatori ci mostrano i limiti di queste politiche e, anche, l’estrema fragilità del contesto attuale. Tre esempi tra i tanti disponibili:

a) Tassi prossimi allo zero per un così lungo periodo hanno finito per alimentare rinnovata speculazione finanziaria, penalizzando al contempo quelli investimenti (si pensi a tanti fondi pensione) il cui rendimento è legato a treasury securities e obbligazioni di vario tipo . Nel picco verso il basso del marzo 2009 il Dow Jones superava di poco i 9mila punti; oggi sta a 26mila con una crescita che in meno di dieci anni sfiora il 200% (e quasi un raddoppio se vogliamo usare come benchmark invece il dicembre 2007). Il Nasdaq è passato nello stesso periodo da 1600 a 8000 circa, con una crescita del 400

b) Se prendete i titoli di alcune delle banche salvate nel 2008-9, il quadro è per molti aspetti ancor più scioccante. Le sei banche più grandi degli Stati Uniti – JPMorgan Chase, Bank of America, Citigroup, Wells Fargo, Goldman Sachs e Morgan Stanley – (che da sole contano per circa il 60/70% di quanto quotidianamente viene preso a prestito dalla FED) furono allora finanziate per un totale di circa 500miliardi di dollari. Tra il marzo 2009 e oggi il valore dei titoli Citigroup è passato da 12.20 a 70.20; Wells Fargo, con tutti i suoi problemi e scandali, da 11 a più di 54; Morgan Stanley da 19 a 49. Nel mentre, i bonus dei CEO delle banche (legati quasi sempre alle performance borsistiche), che tanto scandalo suscitarono nel 2008, sono tornati, quelli sì, ai livelli pre-crisi. Tanto per intenderci, nel 2017 Michael Corbat – CEO di Citygroup – ha aggiunto 21.5milioni di dollari di bonus a una retribuzione su base annua di 1.5 milioni; Lloyd Blankfein, di Goldman Sachs, 22 milioni di bonus su una retribuzione di 2; James Gorman, di Morgan Stanley, 25.5 milioni su una retribuzione di 1.5.

c) Con tassi d’interesse inferiori all’inflazione, graduale allentamento dei meccanismi di regolamentazione introdotti nel 2009-10 e crescita economica, la propensione a consumare a debito – talora ben oltre le proprie possibilità – è ormai tornata a livelli non così lontani da quelli pre-2007/8 e dobbiamo ancora scontare i provvedimenti, presi o spesso solo annunciati, di Trump (https://fred.stlouisfed.org/series/PSAVERT )

 

 

 

 

POVERTÀ E DISEGUAGLIANZE

È un articolo bello, doloroso e drammatico quello che il Times pubblica oggi sulla povertà negli Usa raccontata attraverso la storia di una giovane ragazza madre, Vanessa Solivan (https://www.nytimes.com/…/americans-jobs-poverty-homeless.h…). Bello perché dà volti e storie a quello che siamo soliti raccontare con numeri, statistiche e grafici. Al quale è come ci fossimo tutti assuefatti: i salari medi aumentati appena del 12% tra il 1973 e oggi a fronte di una crescita della produttività del 77%; il tasso della ricchezza nazionale posseduto dallo 0.1% del paese passato dal 7 al 22% tra il 1979 e il 2013; più dell’12% della popolazione (fig.1) che, pur escludendo homeless e carcerati, vive sotto la soglia della povertà (e questo nonostante il netto miglioramento della situazione con Obama); un salario minimo (fig.2) che a livello federale è fermo a $7.25 l’ora: indicizzato quello del 1968 sarebbe del 40% superiore. Questo e la lunga coda della crisi del 2007-8 ci aiuta a comprendere le ragioni della svolta a sinistra del partito democratico cui stiamo assistendo. Pure Obama ora si dichiara favorevole al single payer, un sistema sanitario pubblico (anche perché consapevole che è in una certa misura la conseguenza – voluta o meno non lo sappiamo – della sua riforma). E però proprio con l’amministrazione Obama, cosa che a sinistra si tende a dimenticare, abbiamo avuto tutta una serie di politiche – salario minimo per lavoratori federali, Obamacare appunto, sostegno a studenti indebitati, protezione consumatori di prodotti finanziari, equal pay, ecc ecc ecc – che effetti ne hanno sortito. È uscito proprio oggi l’ultimo report del Census Bureau sul reddito e la povertà negli Usa (https://www.census.gov/…/library/publ…/2018/demo/p60-263.pdf). Che ci offre la solita miniera di dati. E ci dice che anche nel 2017 è continuata la tendenza alla crescita del reddito medio delle famiglie già visto nel biennio precedente (pur a un ritmo inferiore del 2015-16, cfr. Fig.3). Insomma, benissimo i giovani socialisti che cercano qua e là di scalare il Partito Democratico, ma molte lezioni l’esperienza di governo di Obama le può certo offrire

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DI SOLE E DI CARBONE…

L’amministrazione Trump si prepara ad annunciare un nuovo intervento atto a rovesciare la regolamentazione introdotta da Obama in materia d’inquinamento, togliendo controlli e vincoli sull’emissione di metano dove viene estratto petrolio e gas (https://www.nytimes.com/2018/09/10/climate/methane-emissions-epa.html?action=click&module=Top%20Stories&pgtype=Homepage). Lo stesso giorno il Congresso della California completa l’iter di approvazione del piano che prevede la produzione entro il 2045 del 100% di elettricità carbon-free (https://www.vox.com/energy-and-environment/2018/8/31/17799094/california-100-percent-clean-energy-target-brown-de-leon, visto quanto accaduto negli ultimi dieci anni si può scommettere sul fatto che l’obiettivo sarà raggiunto con largo anticipo). Due mondi; due filosofie; due politiche ricettive a pressioni di lobby e gruppi d’interesse diversi: l’industria estrattiva e tutto quel che vi ruota attorno nel caso di Trump e dei repubblicani; i gruppi ambientalisti e il nuovo business delle rinnovabili per i dems. Non è una disputa nuova, peraltro, che fu anzi il buon Jimmy Carter il primo a portare alla casa bianca un team di agguerriti “envirocrats” e a cercare d’investire pesantemente in rinnovabili (all’epoca soprattutto il solare). Pesavano allora la crisi energetica e gli shock petroliferi più che considerazioni legate all’inquinamento, che comunque stavano entrando prepotentemente nel dibattito pubblico e politico. E pesava una retorica dei limiti che dominò la discussione degli anni Settanta e la retorica di tutte le amministrazioni (Nixon, Ford, Carter) del decennio e che trovò la sua sublimazione nel “discorso sul malessere” di Carter del luglio 79 (http://www.presidency.ucsb.edu/ws/?pid=32596). Discorso straordinario, questo, che faccio sempre vedere a studenti che faticano a credere che un Presidente americano possa aver chiesto al paese di fare car-sharing, usare i mezzi pubblici, abbassare la temperatura dei termosifoni, ecc ecc (sul “malaise speech” vi è un libro molto bello di Kevin Mattson: https://www.bloomsbury.com/us/what-the-heck-are-you-up-to-mr-president-9781608191390/). Poi arrivò l’epoca dei consumi sfrenati e una retorica che di limiti proprio non voleva sentir parlare. Consumi a debito, questi, di capitali, generosamente prestati da banche e investitori stranieri, e di ambiente, appunto, da sfruttare e se necessario inquinare senza remore. La partita odierna però è diversa. La tecnologia ha permesso di declinare anche la svolta delle politiche energetiche come una possibilità e non una imposizione. La retorica di Obama su quello si è concentrata. La contrapposizione in atto – dove ancora una volta il potere federale si scontra con quello locale – può quindi essere declinata dagli oppositori di Trump come un confronto tra chi guarda avanti, al futuro, e chi non è in grado di farlo. Nel mentre stati e municipalità sfidano il Presidente che ha annunciato il ritiro degli Usa dall’accordo sul clima del 2015 e adottano politiche pubbliche spesso radicali. Fanno, in altre parole, essi stessi politica estera legandosi a iniziative e network globali (cfr https://www.citymetric.com/horizons/here-are-three-ways-cities-are-leading-fight-against-climate-change-3573) o costruendo progetti nazionali nei quali, al solito, molto attivo è l’ex sindaco di NY Bloomberg (https://www.americaspledgeonclimate.com/). Governi municipali, inclusi quelli di grandi città come Atlanta, Orlando, Portland e Madison, approvano l’obiettivo del 100% (già raggiunto dall’ineffabile Burlington, Vt). E ovviamente i risultati si vedono nonostante l’accelerata deregulation di Trump che, assieme alle nomine alle Corti, rappresenta probabilmente uno dei successi principali di questa amministrazione: la fig.1 (https://www.eia.gov/outlooks/steo/report/renew_co2.php) indica i risultati sul breve delle rinnovabili; la 2 e la 3 (https://www.eia.gov/energyexplained/index.php?page=electricity_in_the_united_states e https://www.eia.gov/todayinenergy/detail.php?id=36612) rispettivamente la fonte della produzione di elettricità e la distribuzione dei consumi energetici negli Usa (crolla il carbone e, a dispetto del boom del gas naturale, la percentuale dei consumi di fonti fossili su quella totale risulta nel 2017 la più bassa dal 1902 in poi); la fig.4, infine, è la riduzione di emissioni CO2 negli Usa (https://www.eia.gov/todayinenergy/detail.php?id=34872)

SOUTH BEND, INDIANA

36enne, gay, progressista, sposato, veterano dell’Afghanistan, laurea magna cum laude in storia e letteratura a Harvard (con tesi su Graham Greene e l’influenza del puritanesimo sulla politica estera Usa), Rhodes Scholar e first class honors degree a Oxford, sindaco dal 2011 di una di quelle città della Rust Belt che quando passi ti chiedi se abbiano avuto anch’esse una qualche Chernobyl tenuta nascosta al mondo. A leggere il profilo di Pete Buttigieg si resta davvero colpiti (e ci si chiede quali lati oscuri, rivelabili in una campagna elettorale di dimensione nazionale, possa davvero avere). Anche perché dal 2011, con un mondo di possibilità davanti a lui, è tornato a vivere nel quartiere dove è nato, candidandosi a sindaco della sua città, South Bend, Indiana. Il sindaco lo fa da allora, con una breve interruzione di 7 mesi nel 2013-4 per un tour of duty in Afghanistan (sottotenente della Marina, rimane un riservista). E i risultati sembrano davvero essere straordinari pur facendo la tara a un paese (gli Usa) e uno stato (l’Indiana) che si sono risollevati dalla terribile botta del 2007-8 e dove la disoccupazione è ora sotto il 4% (addirittura il 3.2 in Indiana, anche se rimane appena il 28° stato in termini di reddito pro capite e addirittura il 42° per quanto riguarda i laureati, che stanno sotto il 25% della popolazione, mentre in Massachusetts e Colorado si collocano attorno al 40). Tra il 2010 e oggi la disoccupazione a South Bend è passata dal 14.2 al 3.6% (fig.1); rovesciando una tendenza che durava dagli anni Settanta la popolazione è tornata a crescere; il reddito medio pro-capite, pur rimanendo sotto la media nazionale e statale è cresciuto a ritmi accelerati (fig.2). Che politiche sono state adottate per ottenere questi risultati e cosa ci dicono degli Usa e della sinistra democratica di governo? Da quel che si legge è un mix di tradizionali politiche progressiste e d’innovazione che si appoggia a nuove tecnologie:

– Riqualificazione urbana fatta di recupero di aree dismesse, pedonalizzazione e, soprattutto, ristrutturazione di immobili (“1000 case in 1000 giorni”)
– Cablaggio della città con la fibra ottica (e chi conosce un po’ gli Usa sa quale incredibile ritardo molte città abbiano su questo)
– Informatizzazione delle pratiche amministrative e sforzo di rendere più efficiente e meno costose tante procedure sotto il cui peso le città spesso soffocano
– Nell’impossibilità di usare la leva fiscale per raccogliere risorse – in Indiana c’è un cap statale sulle tasse sugli immobili – sforzo d’intercettare finanziamento federali (in particolare i programmi di Obama per start-up e nuove imprese) e iniziative come la “What Works in Cities” dell’ex sindaco di New York Bloomberg (https://datasmart.ash.harvard.edu/…/the-power-of-partnershi…)
– Collaborazione con l’Università di Notre Dame, con programmi appositamente pensati per garantire che neolaureati lavorino almeno un anno per la città (https://sbenfocus.org/)
– Ruolo cruciale degli immigrati, la cui percentuale di laureati e imprenditori è sensibilmente più alta (https://research.newamericaneconomy.org/…/new-americans-in…/)

I risultati sono straordinari (o così appaiono per il momento). Prendete altre due città dello stato comparabili in qualche misura a South Bend, come Gary e Hammond, e tutti i dati a partire dalla occupazione sono ben peggiori (full disclosure here: ho vissuto un anno da ragazzo in questi posti, nel pieno della crisi postindustriale degli anni Ottanta, e ci sono particolarmente affezionato). Cosa ci dice tutto ciò, al di là delle crescenti ambizioni del buon Buttigieg che potrebbero addirittura proiettarlo alla candidatura presidenziale nel 2020 (il primo Presidente Gay? Si chiedeva Frank Bruni sul Times un paio di anni fa: https://www.nytimes.com/…/sund…/the-first-gay-president.html)? Quattro cose, in grande sintesi:

– Che è su scala locale, municipale in particolare, che la sinistra può testare politiche radicali sì, ma affatto velleitarie o ideologiche. È quello lo spazio dove pragmatismo e visione si possono incontrare. E lo possono fare in un processo virtuoso di circolazione globale di esperienze di governo municipale (un po’ di promozione istituzionale qui, che il bravissimo collega Patrick Le Gales da qualche anno coordina un labo, “Cities are Back in Town” sul tema: http://www.sciencespo.fr/…/fr/seminaire/cities-are-back-town)
– Gli slogan trumpiani sulla re-industrializzazione spesso tali sono: slogan demagogici che al massimo scatenano guerre commerciali (a proposito: ricordate la storia di Carrier, l’azienda dell’Indiana che Trump aveva “salvato” dalla delocalizzazione in Messico? Questo è l’esito:https://www.nytimes.com/…/carrier-trump-absenteeism-morale.…)
– Che fondamentale per storie come quelle di South Bend è la prossimità a un centro dove conoscenze e competenze si formano e possono essere utilizzate, come appunto Notre Dame
– Che però una percentuale di lavoratori non-qualificati è inevitabile averli, perché rimangono lavori che li accolgono (anzi, a South Bend – dalla ristorazione alle pulizie – la richiesta è inevitabilmente aumentata) e perché non tutti vogliono (o sono capaci di) riqualificarsi. Fondamentale è quindi la battaglia sul salario minimo, che nella conservatrice Indiana rimane al livello più basso – 7.25 dollari l’ora – del paese (https://www.laborlawcenter.com/state-minimum-wage-rates/)-

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DOTTORI STRANAMORE (“OVVERO COME HO IMPARATO A NON PREOCCUPARMI E AD AMARE IL DEFICIT”)

“Non sono preoccupato; è grande abbastanza da prendersi cura di sé stesso”. Rispose con una grande battuta, il buon Ronald Reagan, quando nel 1986 alcuni giornalisti gli chiesero se fosse preoccupato per il deficit crescente (che in quegli anni stava stabilmente tra il 3 e il 6% del PIL, fig.1). E in effetti, da buoni dottor Stranamore della fiscalità, dagli anni Settanta in poi i repubblicani di deficit – interno ed esterno – e di debito non si sono granché preoccupati. Alte spese pubbliche, soprattutto per la difesa (ma anche in sanità e pensioni, che vanno a blocchi elettorali, in particolare gli over-65, cruciali per i loro successi); credito facile per alimentare consumi che compensino diseguaglianze e redditi per lo più stagnanti; tagli alle tasse, in particolare ai redditi più alti (la fig.2 è l’andamento dell’aliquota più alta sui redditi individuali/familiari prima dell’ultimo taglio di Trump che l’ha riportata al 37% dal 39.6). Poi arrivano i democratici alla Casa Bianca e d’improvviso deficit e debito diventano questioni nodali, con repubblicani à la Paul Ryan che costruiscono tutta una carriera politica su gli slogan e le parole d’ordine della responsabilità fiscale. Sfruttando un periodo d’intensa crescita economica, imponendo una correzione ad anni di tagli alle tasse e riducendo le spese militari, Clinton riuscì a correggere la rotta e chiuse con un triennio di attivi di bilancio: i primi dagli anni Settanta in poi. Obama ha dovuto gestire una crisi senza precedenti in un contesto di ostruzionismo repubblicano ai limiti dell’eversione costituzionale. Ostruzionismo giustificato, appunto, con le sobrie parole d’ordine della responsabilità fiscale, che parvero addirittura trovare sanzione bipartisan con la costituzione di apposite commissioni incaricate di formulare proposte vincolanti in materia (e che comunque non sembravano mai soddisfare i falchi fiscali come Ryan). Pur tra mille ostacoli e potendo usare solo in minima parte la leva fiscale, Obama riportò gradualmente il deficit a livelli accettabili (sotto il 3% nell’ultimo suo triennio; possiamo discutere all’infinito peraltro dei tanti errori che ha commesso, ma questa è un’altra questione). E ora? Beh, ora il deficit non sembra costituire più un problema, almeno per i repubblicani che rivestono felici i panni del dottor Stranamore solo momentaneamente dismessi negli anni di Obama. Ryan dice di voler tornare a fare il papà in Wisconsin e di avere altro a cui pensare. La leadership repubblicana segue felice il suo Presidente su una strada che, secondo l’ultimo rapporto del Congressional Budget Office (https://www.cbo.gov/system/files…) provocherà un’esplosione del deficit e un’ulteriore accelerata crescita del debito. Le proiezioni – davvero straordinarie – per il trentennio sono nelle figure 3 e 4. Presumibilmente (e auspicabilmente) non si realizzeranno perché torneranno i democratici alla Casa Bianca e dovranno, al solito, raccogliere i cocci (che tutto ciò stia avvenendo in una fase di surriscaldata crescita economica dà un’ulteriore misura di quanto ideologiche e furbe certe giustificazioni supply side possano essere)

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LA CARICA DEI SINDACI

Diversi sindaci e amministratori locali del partito democratico stanno acquisendo un profilo nazionale e, addirittura, considerando la possibilità di una candidatura alle presidenziali del 2020. In realtà, i (pochi) sindaci che hanno provato a correre per le presidenziali raramente hanno avuto successo e torna alla memoria inevitabilmente la sgangheratissima campagna di Giuliani (per gli history buffs, una rapida ricerca su google mi dice che mai un sindaco di una delle più grandi città è stato presidente – chi ci arrivò più vicino fu il sindaco di New York DeWitt Clinton nel 1812; Coolidge fu sindaco di Northampton, Mass dal 1910 al 1911; Grover Cleveland di Buffalo dal 1881 al 1882; Andrew Johnstone di Greeneville, Tenn. Dal 1830 al 1833).
Le ragioni sono tante e sono state ampiamente studiate (http://journals.sagepub.com/doi/abs/10.1177/1532673X17752322), ma pesa indubbiamente la relativa rappresentatività delle città e, anche, l’impatto di una polarizzazione politica e culturale in virtù della quale in tempi recenti molti sindaci stati sono (o sono stati percepiti) come troppo spostati a sinistra: tra le prime trenta città statunitensi per dimensioni, solo 5 hanno sindaci repubblicani (San Diego, Jacksonville, Fort Worth, El Paso e Oklahoma City), 2 sono gli indipendenti e 23 i democratici (tutti quelli delle cinque città più grandi: New York, Los Angeles, Chicago, Houston e Philadelphia). Il cleavage politico ed elettorale tra aree urbane/suburbane-exurbane/rurali è noto e ampiamente documentato (cfr. fig 1 e 2 su come si sono manifestati nel voto del 2016).
Eppure le cose sembrano oggi cambiare. Le ragioni sono plurime: la polarizzazione legittima e rafforza la sinistra democratica, come ben stiamo vedendo; la richiesta di combinare ciò con pragmatismo e acclarata capacità a governare può essere raccolta proprio da molti sindaci; la resistenza a Trump e alle sue politiche – dall’immigrazione all’ambiente – parte spesso dal basso, con atti dalla grande forza simbolica (le “città santuario”) o politiche pubbliche (ad esempio la riduzione dell’inquinamento) spesso di grande successo. Soprattutto, le città – città-mondo come New York o Los Angeles – sembrano rappresentare quella realtà diversificata, dinamica, plurale, globale e cosmopolita che in fondo i democratici ambiscono a incarnare e a offrire come modello. Prendete Los Angeles e il suo sindaco, Eric Garcetti, che una corsa presidenziale sembra la stia considerando seriamente, come evidenziano i suoi recenti viaggi in Iowa, New Hampshire e South Carolina. Ebreo, bisnonno italiano emigrato in Messico (e lì impiccato durante la rivoluzione), secondo sindaco messicano-statunitense della città (oltre che suo sindaco più giovane in epoca moderna), campione di tante battaglie anti-trumpiane, dall’immigrazione appunto al cambiamento climatico, Garcetti sembra offrire un profilo tanto emblematico quanto perfetto (come in modi diversi, l’interessantissimo sindaco di South Bend, Pete Buttigieg,https://www.rollingstone.com/…/pete_buttigieg-36-year-old-…/). Il problema – e torniamo al punto di partenza – è che deve fare il sindaco, ovvero governare realtà terribilmente complesse, che impongono compromessi, retromarce e, talora, veri e propri voltafaccia. Garcetti – che è stato riconfermato nel 2017 con il 73% dei voti – ad esempio, si è offerto di mediare nella disputa in corso tra i sindacati degli insegnanti e il distretto scolastico di LA (http://www.governing.com/…/gov-garcetti-teachers-strike-los… . Come in tante parti del paese, gli insegnanti di LA sono sul piede di guerra e chiedono migliori retribuzioni e condizioni di lavoro (la mobilitazione degli insegnanti e i tanti successi da loro ottenuti nell’ultimo anno sono uno dei fenomeni politici e sindacali più interessanti cui stiamo assistendo). Garcetti cerca d’intervenire perché – si presume – vuole evitare problemi alle scuole della sua città, ma anche per confermare la sua immagine di pragmatico idealista, capace di coniugare principi e buon governo. Corre però un rischio immenso, che un fallimento metterebbe in discussione la sua abilità come problem-solver e un compromesso troppo pesante la sua fermezza nel difendere determinati principi. Il rischio e il problema, insomma, di chi fa, e fa davvero, il sindaco…

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