Mario Del Pero

“L’ANNO DELLA DONNA?”

Mentre impazza la polemica su Brett Kavanaugh, il giudice nominato alla Corte Suprema da Trump e in attesa di conferma dal Senato, ora accusato da un’ex compagna del liceo per una presunta aggressione sessuale avvenuta quando i due erano 17enni, da più parti ci si chiede se il 2018 possa essere un nuovo “anno della donna”. Una replica, insomma, di quel 1992 quando il numero di senatrici passò da 4 a 7 (con l’elezione speciale in marzo di Kay Bailey Hutchinson, l’attuale ambasciatrice alla NATO e la prima senatrice nella storia del Texas), alla Camera furono elette per la prima volta 24 nuove rappresentanti (il numero più alto di sempre), portando il totale di donne al Congresso da 32 a 54. Pesarono allora vari fattori, tra cui una controversia non dissimile da quella cui stiamo assistendo su Kavanaugh, che coinvolse allora Clarence Thomas, attuale giudice della Corte Suprema, che durante la procedura di conferma fu accusato di molestie sessuali da una sua ex assistente, Anita Hill (afro-americano conservatore, Thomas era stato scelto da Bush per sostituire il primo giudice nero della Corte Suprema, il leggendario Thurgood Marshall).

Le primarie, soprattutto quelle dei democratiche, hanno visto correre (e vincere) un numero altissimo di donne. Il 2018 batterà tutti i record in termini di candidature femminili. Ai 35 contesti (in 33 stati) per il voto al Senato si presenteranno 23 donne: 15 democratiche e 8 repubblicane; per i 435 seggi della Camera le candidate donne saranno 239 (187 democratiche; appena 52 repubblicane); per i 36 governatorati in palio ci saranno 16 candidate donne (12 D e 4 R. Una miniera inesauribile di dati e informazioni al riguardo è il Center for American Women and Politics di Rutgers: http://cawp.rutgers.edu/)

Non contiamo poi le tante elezioni locali, dove abbiamo visto emergere figure capaci di acquisire rapidamente un profilo nazionale (come la controversa – e per quanto mi riguarda piuttosto insopportabile – Julia Salazar che sarà eletta al senato di New York).

Come si piega tutto ciò e cosa ci dice? In pillole

  1. che agiscono tanti fattori, incluso MeToo e tutto quello che ne è seguito, ma che pesa in maniera evidente la reazione all’elezione di un Presidente ostentatamente (e spesso volgarmente) misogino come Trump. Questo “anno della donna”, se vogliamo semplificare, è anche una risposta al Trumpismo. E non è un caso che proprio tra le donne, il tasso di approvazione di Trump sia oggi a livelli bassissimi, ca 10/15 punti percentuali inferiore – https://news.gallup.com/poll/241787/snapshot-strongly-disapprove-trump.aspx – di quello generale (di suo tutt’altro che alto, come ben sappiamo).
  2. Che pesa in una qualche misura l’effetto Hillary. La convinzione che essere donna abbia in ultimo nuociuto alla Clinton nel 2016 e che un impegno maggiore sia necessario per ovviare a un gender gap che, nella rappresentanza politica così come nelle retribuzioni, rimane ancora assai marcato (e dove, anzi, su terreni cruciali, a partire dalla discriminazione salariale, si rischi di perdere alcune delle conquiste ottenute con Obama)
  3. Che il numero record di donne candidate simboleggia anch’esso una reazione a una vecchia politica che è stata in ultimo incapace di fermare Trump (chiamatelo, se volete, invece effetto “anti-Hillary”). Esprima insomma una forma di contestazione di un establishment politico spesso auto-referenziale
  4. che in elezioni dove un dato determinante sarà rappresentato dal tasso di partecipazione elettorale – dalla capacità di mobilitare appieno il proprio elettorato – il voto delle donne sarà decisivo: perché rappresenta una larga maggioranza del voto democratico (il voto femminile andò 54 a 39 alla Clinton nel 2016 e 56 a 43 a Obama nel 2008); e perché – molto banalmente – le donne costituiscono una maggioranza dell’elettorato attivo (il 55% nel 2016; il 53 nel 2008; cfr. http://www.people-press.org/2018/08/09/an-examination-of-the-2016-electorate-based-on-validated-voters/)
  5. Anche se dovessero – come pare – essere battuti tutti i record del passato, siamo ancora lontani, molto lontani dall’avvicinarci a una qualche parità, come peraltro ci ricorda bene la composizione del gabinetto di Trump con appena 7 donne e nessuna davvero nei dipartimenti più pesanti (almeno di non voler considerare tale la Homeland Security della Nielsen). Su 50 governatori, 6 sono donne (12%; la percentuale sale al 23% se si considerano altri importanti uffici elettivi statali); 23 su 100 sono le donne al senato; 84 su 435 (appena il 19%) alla Camera. Una percentuale quest’ultima che potrebbe salire al massimo al 24% quest’anno. “Anno della donna”, sì, ma di una donna ancora fortemente minoritaria nelle istituzioni rappresentative statunitensi (http://www.cawp.rutgers.edu/current-numbers)

 

 

 

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