Mario Del Pero

Archivio mensile: ottobre 2018

Milionari che non pagano tasse

Sono pezzi di alto, altissimo giornalismo quelli che il Times sta pubblicando sulle spregiudicate politiche fiscali degli immobiliaristi newyorchesi – i Trump e i Kushner – che contro tutte le leggi del buon senso (e del buon gusto) sono infine giunti alla guida del paese (https://www.nytimes.com/…/donald-trump-tax-schemes-fred-tru…). Inchieste giornalistiche come si vedono sempre più raramente: mesi di lavoro, montagne di dati, coinvolgimento di decine di studiosi ed esperti. Ahimè, nel volgarissimo tritacarne che è l’informazione corrente esse durano lo spazio di un battito di ciglia e forse nemmeno quello. Del banditismo di Trump sapevamo già molto: bancarotte plurime; corruzione diffusa; furberie di vario tipo; rapporti opachi con la politica, le banche e imprese costruttrici spesso in odore di malavita; discriminazioni razziali verso acquirenti e, ancor più, affittuari. Più interessante è però il caso del giovin Kushner (https://www.nytimes.com/…/busine…/kushner-paying-taxes.html…). Perché qui tutto avviene alla luce del sole, sfruttando una normativa dolosamente lacunosa, fatta apposta per favorire i grandi immobiliaristi e le loro speculazioni. Scopriamo così che Kushner – ricchezza odierna stimata di 324 milioni di dollari – non ha pagato un cent di tasse federali nell’ultimo decennio. Come ha fatto? In estrema sintesi ha preso soldi a prestito, a tassi bassissimi, da banche amiche; acquistato-rinnovato-rivenduto-affittato immobili; detratto dai profitti il costo di deterioramento (stravalutato) dell’immobile; dichiarato un passivo e ottenuto addirittura un credito fiscale conseguente. Abbastanza disgustoso, ovvio. Ma legale, vuoi per le responsabilità del legislatore – che permette a un simile, diabolico meccanismo, di operare – vuoi per l’assenza del controllore/regolamentatore. E però la vicenda ci dice tre cose importanti, strettamente interrelate:

a) La prima è che questo meccanismo di agevolazione della speculazione immobiliare sta dentro quella bolla – sgonfiata ma in ricrescita (fig.1 e fig.2 per NY) – che ha costituito il pilastro di una crescita trainata dai consumi a debito. Ovvero da una capacità di consumare dipendente dal continuo aumento del valore d’immobili messi a collateral e trasformati quindi in sorta di bancomat

b) Il codice fiscale statunitense è una groviera piena di buchi e interstizi – i famosi loopholes – che non sono nati per caso, ma che sono figli di scelte deliberate ovvero di scambi machiavellici a cui hanno partecipato non di rado i democratici (molti dei quali con la finanza hanno rapporti strettissimi)

c) Che questi loopholes riflettono però un più generale un discorso anti-tasse che dagli anni settanta in poi ha dominato la discussione politica e al quale nessuno, nemmeno Obama o Clinton, si è potuto sottrarre. Lo vediamo bene, ovviamente, nella modifica delle aliquote sui redditi più alti (dal 91% del 1965 all’attuale 37%, fig.3); lo vediamo sul capital gain (fig.4: fece scalpore Romney, nel 2012, che dichiarò di aver pagato il 14% su 13.69 milioni di dollari; ma Trump – primo presidente a non rendere pubbliche le sue dichiarazioni dei redditi – è probabile non abbia pagato nulla); lo vediamo appunto in queste sconcertanti agevolazioni di cui ha beneficiato Jared Kushner

Image may contain: text
No automatic alt text available.
No automatic alt text available.
No automatic alt text available.

TRUMP E LE PAURE DELL'”UOMO BIANCO”

Dietro il trumpismo, lo sappiamo bene, c’è la paura di un pezzo d’America, bianca e maschile (oltre che primariamente over 30), che costituisce la spina dorsale dell’elettorato che ha portato questo improbabile immobiliarista newyorchese alla Casa Bianca. Nel 2016, il voto bianco maschile andò a Trump 62 a 32 (http://www.people-press.org/2018/08/09/an-examination-of-the-2016-electorate-based-on-validated-voters/ e fig.1);). Non solo: l’elettorato bianco maschile fu, tra i vari segmenti in cui possiamo dividere chi vota, quello con il tasso di partecipazione elettorale tra i più alti, tanto da costituire circa un terzo dei votanti totali. E il suo sostegno a Trump non è affatto scemato in questi due anni, come abbiamo peraltro visto bene nella recente discussione sulla nomina del giudice Kavanaugh. Sondaggi recenti ci dicono che il tasso di approvazione dell’operato del Presidente tra gli elettori maschi bianchi rimane stabile e alto (https://poll.qu.edu/national/release-detail?ReleaseID=2544 e https://myopportunity.com/data-science/middle-aged-white-men-remain-steadfast-in-their-support-for-donald-trump) . Agiscono processi demografici che sembrano ridurre – per altro con grande gradualità – il peso relativo di questo gruppo; operano trasformazioni economiche che hanno colpito una certa middle class bianca impoverita anche in conseguenza della crisi del 2008 e della difficoltà di avere accesso a consumi a debito che dagli anni 70 in poi hanno costituito indiretto ammortizzatore sociale e fattore in qualche modo compensativo per redditi stagnanti e disuguaglianza crescente (ed è su questa middle class, più che sulla working class travolta dalla globalizzazione che tanto piace a molti analisti come facile spiegazione del trumpismo, che ci si deve soffermare nelle analisi); incidono alcuni eccessi del politically correct, del MeToo e delle irrealistiche e talora quasi caricaturali bolle liberal-progressiste che sono divenuti molti college statunitensi (il buon Mark Lilla lo si può di certo criticare su tante cose, ma sugli eccessi di una deriva identitaria temo abbia più di una ragione: https://tocqueville21.com/focus/focus-liberalism-and-identity-politics/ ). Ma il vittimismo dell’“uomo bianco statunitense,” per usare questa brutta formula, è un vittimismo che deriva primariamente dal timore di perdere i privilegi di cui – comparativamente – ancora gode e dal tentativo di rispondere alle dinamiche in atto riaffermando una visione sostanzialmente statica, essenzialista e normativa di quel che l’America è e deve essere. Il reddito medio rimane più alto (di ca. il 30/35% rispetto a neri e ispanici; di circa il 15/20% rispetto alle donne bianche: https://www.census.gov/library/publications/2018/demo/p60-263.html) ; il tasso di disoccupazione per i bianchi più basso (3.2% contro il 6.5 dei neri https://www.bls.gov/web/empsit/cpsee_e16.htm), così come quello di famiglie bianche che stanno sotto la soglia della povertà (circa la metà rispetto a quelle nere); per quanto la situazione sia lievemente migliorata negli ultimi anni, la distribuzione della popolazione carceraria (esempio classico), ci dice che i neri – ca. il 12% della popolazione complessiva – sfiorano il 40% (https://www.bop.gov/about/statistics/statistics_inmate_race.jsp e fig.2). Il dramma Kavanaugh, molto mal gestito dai democratici va detto, in fondo questo ci ha mostrato una volta ancora. Non tanto rispetto a una questione – la presunta aggressione sessuale di 35 anni fa – sulla quale poco continuiamo a sapere, ma sulla reazione del giudice e dei suo sostenitori: di un’America maschile e bianca che presenta privilegi come diritti, la preservazione dei privi come la tutela dei secondi

SOVRANISMI E RISPOSTE TRANSNAZIONALI

Si parla tanto di « sovranismo », termine ormai inflazionato ma, che nella sua oggettiva bruttezza, bene descrive però la filosofia che vi sottostà: la chiusura; la separazione; la paura della diversità e del pluralismo; in ultimo la discriminazione e l’intolleranza. Bello o brutto che sia, il problema è che le promesse sovraniste – ossia il ripristino di una mitizzata sovranità nazionale con cui opporsi alle potenti dinamiche d’integrazione globale – sono del tutto irrealistiche e finanche utopiche. Come se il 1945 (Hiroshima e Nagasaki), il 1971 (fine di Bretton Woods) o il 2001 (ingresso della Cina nel WTO) – per scegliere solo tre tra le infinite possibilità che la storia recente ci offre – non fossero mai esistite. Nell’era delle interdipendenze plurime, la nostra è una sovranità strutturalmente limitata. La nostra e quella del resto del mondo, intendiamoci, anche se gerarchie di potenza – e, va detto, di qualità di governo – definiscono il grado di libertà d’azione di cui ogni paese gode. Non siamo sovrani in termini di sicurezza, anzi siamo in teoria esposti addirittura alla possibilità di essere spazzati via da una guerra atomica rispetto alla quale non avremo alcuna voce in capitolo. Non siamo pienamente sovrani in materia di ambiente e salute (ricordate Chernobyl?), che del cambiamento climatico e di tante, potenziali pandemie siamo in ultimo semplice oggetto. Non siamo sovrani rispetto a flussi globali di capitali e investimenti che ci possono sballonzare a loro piacimento, come ben stiamo vedendo Non siamo sovrani nemmeno rispetto a processi migratori che – per buona pace di chi ci governa – non possono essere bloccati per decreto, neanche militarizzando il Mediterraneo e l’Europa tutti. Rispetto a queste dinamiche d’integrazione, la risposta non può che essere transnazionale: regionale (europea) o globale. Alzando cioè la soglia dell’integrazione e partecipando agli sforzi di governare e, verrebbe voglia di dire, “civilizzare” questi processi. In fondo gli storici più accorti lo sanno bene – si pensi ai lavori del grande Alan Milward sull’integrazione europea – che la sovranità si recupera governando e sfruttando l’interdipendenza, non inseguendo chimere di separazione e chiusura. Oggi, che il “bannonismo” sembra farla da padrone, almeno nel dettare i termini del discorso pubblico, la risposta può partire dal basso, attraverso la circolazione di esperienze di governo locale: la loro messa in rete e la costruzione di alleanze di soggetti che non necessariamente debbono essere statuali. Gli esempi su questo si moltiplicano, soprattutto in quegli ambiti in cui l’ideologismo spinto e grossolano dei “sovranisti” genera politiche i cui effetti negativi si manifestano, talora drammaticamente visibili, nella quotidianità della nostra vita. Prendete appunto l’ambiente, l’inquinamento e il cambiamento climatico. Il grottesco negazionismo trumpiano, l’uscita degli Usa dagli accordi di Parigi e l’accelerata deregolamentazione promossa da Trump – con provvedimenti che lasciano semplicemente attoniti (https://jamanetwork.com/journals/jama/fullarticle/2684596), tra cui la rimozione di standard basilari sull’inquinamento atmosferico e dei corsi d’acqua – ha generato una importante reazione dal basso, accelerando iniziative già in atto o facilitando la creazione di nuove. Tra le tante, il network globale di città della “Carbon Neutral Cities Alliance” (CNCA: http://carbonneutralcities.org/about/ ), che si pone l’obiettivo di tagliare dell’80/100% l’emissione di gas nocivi entro il 2050. Negli Usa ne fanno parte città importantissime come New York, Washington, Boston, San Francisco e – utile esempio tra i tanti – Portland. Realtà metropolitana spesso all’avanguardia, questa, su tante delle frontiere del governo delle città; la prima negli Usa a introdurre nel 1993 un progetto per la riduzione di gas (e anche allora si trattò di un’iniziativa globale, che coinvolse 11 altre città); e che nel 2015 ha prodotto un nuovo piano (https://www.portlandoregon.gov/bps/article/548588) fissando vari obiettivi, tra cui uno – la produzione del 100% dell’elettricità cittadini da rinnovabili – raggiunto già l’anno successivo.

IMMIGRAZIONE E SUPER-POTENZA

Nel loro ultimo libro, che abbiamo discusso qui a SciencesPo qualche giorno fa / https://global.oup.com/…/prod…/america-abroad-9780190464257…&), Stephen Brooks e William Wohlforth si confrontano con un tema complesso e spesso molto banalizzato: come misurare la potenza, assoluta e relativa, di un attore statale, definendo la correlazione tra questa potenza, la gerarchia che ne consegue e la capacità dei soggetti (o, meglio, del soggetto: gli Usa) superiore/i di usarla per perseguire i propri interessi e imporre le proprie priorità. A loro merito va certamente lo sforzo fatto per sottrarsi a schematismi semplicistici e, di, riflesso assai deterministici, e il tentativo quindi di mostrare le tante complessità generate da processi d’interdipendenza che rendono al meglio parziali e al peggio fuorvianti tanti indicatori comunemente in uso. Tra questi, bilance commerciali incapaci di dar conto degli esiti di catene di produzione in cui il profitto ultimo va in larga parte a gruppi e individui del soggetto in teoria in deficit e quindi perdente (è il caso, banalissimo, delle tante produzioni che vedono solo la fase terminale avvenire in Cina). A loro demerito, se possiamo dire così, una certa a-storicità (e qui è lo storico pedante che parla) e una tendenza a piegare alcuni dati a una tesi – quella che contesta l’idea di un rapido e inevitabile declino degli Stati Uniti – tutto sommato convincente e condivisibile. Tra i dati usati a evidenziare una maggiore solidità statunitense, particolarmente interessante è quello demografico (fig.1), ovvero la capacità presente e futura degli Stati Uniti di tenere quasi invariata la curva demografica e il rapporto quindi tra popolazione attiva e non-attiva, che alla prima spetta il compito di generare le risorse contributive necessarie al mantenimento della seconda. Un equilibrio, quello statunitense, che deriva solo in minima parte da tassi di natalità alti, ma non altissimi (e comunque inferiori a quelli francesi). A pesare è stata ovviamente l’immigrazione, che per quanto considerevolmente calata nel periodo 2000-15 – quindi ben prima dell’elezione di Trump (fig.2) – ha contribuito a tenere più bassa l’età media e a immettere forza lavoro giovane, particolarmente necessaria in periodi di scarsità di forza lavoro come quello attuale. Cose risapute, ci mancherebbe, che ci mostrano però ancora una volta come gli slogan trumpiani di “rifare grande l’America” prendano di mira politiche e dinamiche in realtà centrali nel mantenimento della indubbia, e ancor oggi incontestabile, superiorità di potenza statunitense

No automatic alt text available.
No automatic alt text available.

ENTHUSIASM GAPS

Alla fine la vicenda Kavanaugh sembra aver favorito i repubblicani. Dico “sembra” che i sondaggi sono ovviamente aleatori e di qui al voto del 6 novembre manca ancora un mese e molto può accadere. In un contesto politico ed elettorale fissamente polarizzato, cruciale – soprattutto in elezioni come quelle di mid-term – diventa però la capacità di mobilitare appieno il proprio elettorato. E qui Kavanaugh potrebbe essere il salvatore di un partito che sembrava davvero alle corde, in particolare alla Camera, come ci dicono i computatori seriali di dati à la Nate Silver & co (cfr. https://fivethirtyeight.com/…/is-kavanaugh-helping-republi…/ e https://www.vox.com/…/2018-midterm-elections-brett-kavanaug…). Per le stime di FiveThirtyEight, le probabilità di riconquista democratica della Casa Bianca sono scese dall’80 al 73% nella settimana successiva all’audizione di Kavanaugh e della Blasey Ford (fig.1). Nel mentre, il tasso di approvazione dell’operato di Trump è tornato nuovamente a crescere (fig.2). Infine, vari sondaggi indicano ora che l’“enthusiasm gap” tra elettori democratici ed elettori democratici si è in larga misura chiuso negli ultimi giorni (http://maristpoll.marist.edu/… e fig.2). La vicenda è stata una chiamata alle armi per entrambe le parti. Il problema è che una delle due – i democratici – era già mobilitata; l’altra molto meno. La cosa che lascia sorpresi (e, sì, anche attoniti) è che tutto ciò avvenga dopo un’audizione, quella di Kavanaugh, imbarazzante non tanto per la sua capacità o meno di rispondere alle accuse della Blasey Ford, ma per la sua aggressiva, urlata ed estrema partigianeria – tra attacchi ai Clinton, alla Sinistra e ai liberal, e untuosi ringraziamenti a Trump – che di un giudice della Corte Suprema staremo in teoria parlando (e migliaia di giuristi su questo stanno giustamente insistendo: https://www.nytimes.com/…/kavanaugh-law-professors-letter.h…). Ma così sembrano andare le cose oggi, ahimè

Image may contain: text
No automatic alt text available.
Image may contain: text

AMAZON E LA MINIMUM WAGE

Un po’ a sorpresa, arriva la decisione di Amazon – che personalmente cerco di boicottare ogni qualvolta posso – di portare il salario minimo dei suoi dipendenti da 11 a 15 dollari l’ora (quello federale rimane ancorato a 7.25 dollari, anche se vi è una grande differenza tra stato e stato; in testa alla lista c’è oggi lo stato di Washington con 11.50 dollari, cfr.: http://www.ncsl.org/…/labor-a…/state-minimum-wage-chart.aspx). La decisione di Amazon è stata addirittura elogiata da Sanders, negli ultimi anni un implacabile nemico dell’azienda e del suo famoso proprietario e amministratore delegato, Jeff Bezos (fig.1). Essa segue quella della Port Authority di New York e del New Jersey di portare a 19 dollari l’ora il salario minimo dei 40mila dipendenti dei tre grandi aeroporti newyorchesi (JFK, La Guardia, Newark Liberty). E sta dentro una discussione che coinvolge gran parte del paese: nell’ultimo biennio più di metà degli Stati hanno deciso un aumento del salario minimo, in taluni casi attivando meccanismi automatici (il Massachusetts, ad esempio, ha deciso di portarlo a 15 dollari in 5 anni); al voto del novembre prossimo vi saranno anche due referendum su questo e in Stati – Arkansas e Missouri – non propriamente workers-friendly (considerate che 5 Stati del sud ancor oggi non hanno un salario minimo statale…) Le spiegazioni sono diverse e hanno matrici tanto politiche quanto economiche:

a) In un contesto di quasi piena occupazione – e per giunta senza prospettive di tornare ad adottare politiche più flessibili in materia di immigrazione – cominciano a esservi situazioni di scarsità di forza lavoro. Negli Usa siamo oggi sotto il 4% di disoccupazione; la partecipazione al lavoro – la “labor force participation rate” (fig.2) – rimane ancora bel al di sotto del picco pre-crisi del 2008, ma è lievemente salita e gl’incentivi salariali potrebbero accelerare questo recupero. Bezos lo sa bene, che solo nell’ultimo anno ha visto crescere il numero di suoi dipendenti – oggi quasi 600mila – del 50%, anche grazie all’acquisizione di Whole Foods

b) Pesa però tanto il fatto che si venga da decenni di retribuzioni stagnanti o, peggio, in calo. Il salario minimo ce lo rivela bene e drammaticamente: introdotto con il Fair Labor Standards Act del 1938, ha avuto un costante aumento relativo fino alle fine degli anni 60 quando si è di fatto bloccato: al netto dell’inflazione ha perso il 35/40% da allora (fig.3).

c) E questo ci porta alla battaglia politica. Condotta a livello statale e municipale, come abbiamo visto. Fatta propria dall’amministrazione Obama – che aumentò (via executive order) il salario minimo dei dipendenti federali, prese diversi altri provvedimenti e sollecitò più volte il Congresso a intervenire– e oggi cavalcata da una sinistra democratica e progressista influente come non era da tempo, come abbiamo visto anche nelle primarie degli ultimi mesi.

d) Incide però, in una qualche misura anche il clima trumpiano. Come altri temi, anche questo dimostra di avere una certa trasversalità (verrebbe voglia di dire “populista”, nel senso inglese del termine, se l’aggettivo non fosse stato così tanto abusato negli ultimi tempi). Lo mostrano bene le iniziative referendarie in teatri fino a pochi anni fa decisamente ostili a certe campagne. Bezos, che sciocco evidentemente non è, lo ha capito e ha addirittura sollecitato un’iniziativa federale in tal senso. E d’altronde, anche senza considerare le condizioni di lavoro terrificanti e l’estrema precarietà dei lavoratori di Amazon, la loro retribuzione annua media non raggiunge neanche i 35mila dollari annui lordi (la ricchezza di Bezos, il suo net worth, è oggi di 165miliardi di dollari ….). Tutto vuole, insomma, Mr. Amazon, meno che uno scontro politico e sindacale, con i sandersiani all’assalto e i lavoratori di Whole Foods che stanno cercando di organizzare finalmente una union. Si cerca insomma di depotenziare il conflitto e i pericoli per via salariale, che il clima politico e le condizioni economiche un po’ lo obbligano e di vantaggi, grazie anche ai tagli alle tasse di Trump, se ne sono comunque ottenuti non pochi

Image may contain: text
No automatic alt text available.
No automatic alt text available.

COMMERCI E AMERICA FIRST

Come prevedibile, allo scoccare della scadenza del 30 settembre Canada e Stati Uniti hanno trovato una convergenza per emendare e rinnovare l’accordo di libero scambio tra essi e il Messico. I termini precisi del compromesso non sono ancora del tutto chiari, anche se devono evidentemente ricalcare quello bilaterale tra Usa e Messico raggiunto un mese fa (di cui avevo parlato a suo tempo: https://mariodelpero.italianieuropei.it/…/il-nuovo-accordo…/), aggiungendovi alcune clausole specifiche alle relazioni commerciali tra Washington e Ottawa, in particolare la rimozione di forme di protezione dei prodotti caseari canadesi e l’imposizione di tetti sulle automobili prodotte in Canada ed esportabili negli Usa (di nuovo, in attesa di avere dettagli più precisi, si può immaginare siano stati adottati meccanismi simili a quelli concordati col Messico, su tutti l’idea la percentuale totale di una vettura assemblata negli Usa e in Messico debba passare dal 62.5 al 75% – con un maggior uso di acciaio, alluminio e plastica prodotti nei due paesi – per evitare di essere soggetta a tariffe). Tre considerazioni:

a) Trump ottiene un indubbio (e rilevante) successo politico, spendibile in chiave elettorale già questo novembre. Latticini e formaggi conteranno pure poco, ma la discriminazione dei produttori statunitensi da parte del Canada aveva assunto una valenza simbolica spropositata, diventando l’emblema degli accordi asimmetrici e penalizzanti per gli Usa, colposamente accettati da Clinton, Bush Jr. e Obama. Una valenza simbolica accentuata anche dal cambiamento nominale imposto all’accordo che cessa di essere chiamato NAFTA (nome detestato anche per la sua sonorità quasi latina …) per divenire USMCA (United States Mexico Canada Agreement), con un evidente e ostentato “US First” … E alla quale si aggiungono varie clausole destinate a difendere e tutelare i produttori statunitensi molto di più di quanto non facesse il defunto Accordo Transpacifico (TPP).

b) La vera asimmetria, che Trump ha infine messo sul tavolo, rimane però quella offerta dall’asset egemonico fondamentale di cui gli Usa continuano a disporre: il loro mercato interno e il suo ruolo fondamentale come volano della crescita globale. Primo mercato, per evidente distacco, per Messico e Canada: l’80 % delle esportazioni del primo sono verso gli Usa (https://ustr.gov/countries-regions/americas/mexico); il 76/77% di quelle del secondo (La UE, secondo mercato, non supera il 10%; la Cina è attorno al 4; fig.1). Vi è, da parte canadese, uno sforzo per iniziare a diversificare gli sbocchi delle proprie esportazioni, e il CETA siglato con l’Europa va in questa direzione, ma a oggi l’ex NAFTA rimane lo spazio fondamentale per Messico e Canada e tale è destinato a rimanere a lungo. In uno dei suoi libri forse meno riusciti (http://www.hup.harvard.edu/catalog.php?isbn=9780674025561), il grande Charles Maier usò una formula semplice e felice per descrivere la transizione egemonica – a egemone però invariato – degli anni 70, fondata sul passaggio degli Usa da “impero della produzione” a “impero dei consumi”. Ecco quell’impero dei consumi dimostra di continuare a funzionare e agire

c) Il che però ci rivela la demagogica ignoranza della visione trumpiana del commercio, come di una sorta di gioco a somma zero, in cui attivi e passivi delle bilance delle partite correnti ci indicherebbero chiaramente chi sta vincendo e chi sta perdendo nella brutale arena internazionale. Correzioni di squilibri macroscopici – in particolare con la Cina – sono necessari, ci mancherebbe. Ma in una rete d’interdipendenze complesse come quella corrente, gli schematismi trumpiani (e, anche, quelli dei nostri imbarazzanti gialloverdi) sono rozzi e, ovviamente, potenzialmente molto pericolosi. Prendiamo un caso facile facile, tra i tanti di cui disponiamo, che ci descrive la complessità delle catene di produzione odierne e dei vantaggi e svantaggi che esse conferiscono a una data nazione: quello di Iphone e Ipad (se ne parla in questo interessantissimo working paper di qualche anno fa:pcic.merage.uci.edu/papers/2011/value_ipad_iphone.pdf, fig.2); che ci rivela – molto banalmente – quanto parziale (e ingannevole) possano essere bilance commerciali dove prodotti il cui assemblaggio finale determina in teoria importatore ed esportatore (in questo caso Usa e Cina), attivi e deficit, ma che generano in realtà profitti e distribuzioni dei costi molto più articolati e che finiscono per beneficiare molto, molto di più il paese in teoria in deficit (in Cina rimane una parte assai residuale a fronte del presunto attivo commerciale)

No automatic alt text available.
No automatic alt text available.