Mario Del Pero

Archivio mensile: ottobre 2018

Mid-Term

35 senatori su 100; l’intera Camera dei Rappresentanti; 12 governatori; numerosi sindaci e consigli comunali; vari referendum statali, che spaziano dal salario minimo alla legalizzazione della cannabis. E un giudizio su Trump e la sua Presidenza. Gli americani saranno chiamati a esprimersi su tutto ciò il 6 novembre prossimo. I sondaggi ci dicono che il Senato quasi certamente resterà in mano ai repubblicani e che la Camera dovrebbe invece passare ai democratici. Ma sono sondaggi volatili, nel contesto di un dibattito i cui termini sono quotidianamente modificati dagli eventi, come ben abbiamo visto in questi giorni quando la discussione è stata dominata prima dalla carovana di migranti centro-americani diretti al confine tra Usa e Messico (e ciò favoriva i repubblicani) e poi dai pacchi bomba spediti da un sostenitore di Trump a vari avversari del Presidente (e ciò aiuta i democratici).

È un’America spaccata, quella che si reca alle prime elezioni nazionali dell’era Trump. E tale polarizzazione costituisce il primo dei tre aspetti sui quali è necessario soffermarsi per meglio comprendere questo ciclo elettorale. La divisione ha matrici plurime e di lungo periodo. Che l’elezione del 2016 ha però ulteriormente acuito. La percentuale di elettori che considera l’altro partito non solo un avversario ma un vero e proprio pericolo per la democrazia è cresciuta a dismisura; di riflesso, è scesa a livelli bassissimi la mobilità elettorale: la disponibilità a scegliere candidati di partiti diversi a seconda delle cariche o del ciclo elettorale. Si hanno, cioè, due basi di militanti e di votanti sempre più impermeabili e pienamente mobilitate l’una contro l’altra.

La conseguenza – e questo è il secondo aspetto – è un evidente imbarbarimento del confronto politico. Di fronte ad avversari che in quanto tali sono illegittimi, qualsiasi arma diviene lecita e la discussione scivola molto facilmente verso escalation di accuse, colpi bassi e diffamazioni. Il limine che separa tutto ciò dalla violenza si fa quindi molto sottile, come abbiamo potuto vedere nei recenti episodi di cronaca.

Ma – terzo e ultimo aspetto – le responsabilità di questo degrado, per quanto diffuse, non possono essere distribuite in egual misura alle due parti. Gravi e maggiori sono quelle dei repubblicani e del Presidente. Il contrasto tra Obama e Trump nell’utilizzo del pulpito presidenziale è quasi caricaturale. Tanto il primo cercò di contrastarlo, tale degrado, quanto il secondo lo ha cavalcato, alimentato e acuito. Trump ha presentato normali manifestazioni di protesta come pericolosi attacchi alla democrazia di folle violente e anti-democratiche. Ha strumentalizzato il caso di poche migliaia di migranti centro-americani, annunciando di voler inviare l’esercito al confine (da cui la carovana dista ancora circa 2mila chilometri) e denunciando senza prova alcuna la presenza nel gruppo di pericolosi “mediorientali”. Ha, come suo solito, insultato e dileggiato. E ha avallato l’azione di alcuni governi statali a guida repubblicana – Kansas e Georgia su tutti – tesi a ridurre la possibilità di accesso al voto di elettori ispanici e neri. Se i repubblicani, contro tutte le previsioni, dovessero preservare la loro maggioranza alla Camera, queste e altre azioni contro la democrazia statunitense potrebbero addirittura intensificarsi. Se così non fosse, dalle urne uscirà un paese ancor più incline allo scontro e alla contrapposizione. In una notte della ragione dalla quale – anche a causa della piena trumpizzazione del partito repubblicano – si fatica davvero a intravedere una via d’uscita.

Il Giornale di Brescia, 28 ottobre 2018

IL DIRITTO DI VOTARE

È uno dei problemi storici della democrazia americana, la “voter suppression”: rendere più difficile o impedire del tutto l’accesso al voto a pezzi dell’elettorato, soprattutto quelle minoranze che avrebbero potuto sfidare il sistema di segregazione razziale o che oggi votano in larghissima maggioranza democratico. La competenza è statale e le leggi variano quindi in modo significativo. Lo vediamo bene, ad esempio, per il diritto di voto dei carcerati (tra quali, si sa, sono largamente sovra-rappresentati gli afro-americani) . In due stati molto progressive (Maine e Vermont) non lo perdono nemmeno mentre scontano la condanna; in 14 vi è un recupero automatico del diritto di voto una volta terminato il periodo in carcere; negli altri vi è una finestra più o meno lunga di attesa o, per certi crimini, la perdita definitiva del diritto di voto (“A person convicted of murder, rape, bribery, theft, arson, obtaining money or goods under false pretense, perjury, forgery, embezzlement or bigamy » cessa di essere « a qualified elector” recita ad esempio la costituzione del Mississippi). Ma a vedere limitato il proprio diritto di voto non sono solo i carcerati. Richieste di documenti d’identificazione di cui molti elettori non dispongono, spesso giustificate da presunte (o grandemente esagerate) frodi elettorali; gerrymandering e creazione di collegi elettorali che rendono praticamente superfluo il votare; ostacoli di vario tipo, inclusa la riduzione del numero di seggi in giornate elettorali che sono anche lavorative: gli strumenti sono diversi e ampiamente utilizzati. Ha fatto scalpore in queste settimane il caso della Georgia, uno stato che non ha mai avuto un governatore nero, e dove la candidata democratica Stacey Abrams ha la concreta possibilità di essere la prima donna eletta alla carica oltre che la prima donna afroamericana a conquistare un governatorato. Il suo avversario, Brian Kemp, è l’attuale segretario di Stato: ossia la persona responsabile per la gestione delle operazioni elettorali (posizione, a dispetto di un evidente conflitto d’interessi, dalla quale si è rifiutato di dimettersi). Un ruolo che pare stia svolgendo con grande zelo e che ha indotto numerose associazioni per i diritti civili a mobilitarsi e a denunciare Kemp, in particolare dopo la scoperta che la registrazione elettorale di più di 50mila elettori è stata congelata per discrepanze tra i moduli presentati e i registri statali (a quanto pare si tratta in taluni casi di discrepanze minime, un trattino mancante in un cognome, ad esempio, o un secondo nome non inserito). Il 70% di questi elettori sono neri e concentrati nelle dieci contee più urbane dello Stato o nei sobborghi di Atlanta (https://www.citylab.com/…/where-voters-color-are-su…/573367/ e fig.1). La Georgia non è però un caso isolato e oggi il Times dà conto della sconcertante vicenda di Dodge City, Kansas, città dove il 60% della popolazione è ispanica (https://www.nytimes.com/…/26/us/dodge-city-kansas-voting.ht…). E dove per il voto del 6 novembre prossimo è previsto un solo seggio, fuori dai confini municipali, difficilmente raggiungibile per quella parte della popolazione che usa principalmente mezzi pubblici (a quanto pare Lyft si sta attivando per fornire un servizio gratuito quel giorno, è in una certa misura ironico che i ricchi neoliberal di San Francisco diventino i salvatori della democrazia americana ma tant’è …). Anche qui abbiamo un segretario di Stato, Kris Kobach, candidato governatore. Un avversario storico dell’ACLU e delle principali organizzazioni per i diritti civili, il buon Kobach. Da tempo impegnato nella campagna contro le frodi elettorali oltre che architetto (e vice-presidente) della commissione istituita da Trump in seguito alle sue denunce sui presunti milioni di voti irregolari ottenuti dalla Clinton nel 2016. La commissione ha avuto vita breve e non ha prodotto evidenza alcuna. In Kansas, Korbach ha lanciato una sua azione parallela contro il voto di persone non autorizzate, che dopo mesi d’inchiesta ha portato a individuare nove casi sospetti e ottenere una condanna…-

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L’omicidio Khashoggi e i rapporti tra Stati Uniti e Arabia Saudita

A modo suo – con le consuete incongruenze e approssimazioni – Donald Trump sta cercando di gestire la crisi che l’omicidio di Stato del giornalista Jamal Khashoggi ha provocato nelle relazioni tra Stati Uniti e Arabia Saudita. Relazioni importanti, queste, fattesi nuovamente nodali con l’elezione di Trump e la ridefinizione di alcune coordinate di fondo della strategia mediorientale degli Usa. Ma che non possono non essere condizionate dall’azione – agghiacciante nella sua gestione – che ha portato all’assassinio di un columnist del Washington Post come Khashoggi, che da più di un anno risiedeva legalmente negli Stati Uniti.

È possibile che, superato lo shock iniziale, Washington accetti le improbabili spiegazioni ufficiali che stanno giungendo da Riad. Che il fronte critico nei confronti del principe saudita Mohammed bin Salman – guidato dall’influente senatore Lindsey Graham – rientri progressivamente nei ranghi. Il partito repubblicano è oggi, a tutti gli effetti, il partito di Donald Trump. Anche sulla politica estera, le defezioni non sono ammesse o politicamente contemplabili. Dopo alcune giornate di smarrimento, i media più vicini al Presidente e alla destra radicale hanno iniziato un’opera di delegittimazione di Khashoggi, presentandolo come uomo in odore di radicalismo islamico.

L’Arabia Saudita è insomma troppo importante per gli Usa per poter essere scaricata. Nel disegno strategico statunitense ha un ruolo centrale, consolidatosi dagli anni Settanta a oggi, che solo Obama provò a contestare e qualificare e che Trump ha invece rilanciato con forza. È baluardo di un fronte che da anti-sovietico si è fatto progressivamente anti-siriano e, soprattutto, anti-iraniano. È attore centrale dentro l’OPEC e soggetto cui gli Usa delegarono il compito, vitale, di calmierare il prezzo del petrolio, dopo che gli shock petroliferi parvero mettere in ginocchio l’economia statunitense e il capitalismo globale. È uno degli alleati che più ha contribuito a puntellare l’egemonia del dollaro, con il suo continuo shopping di armi sofisticate dagli Usa, il conseguente trasferimento di petrodollari e l’acquisto di titoli del debito statunitense (dei quali, dopo Cina e Giappone, l’Arabia Saudita è tra i principali detentori).

Ma Riad è anche partner difficile, ingestibile e – come questa vicenda ben evidenzia – spesso assai poco presentabile. Regime autoritario e finanche medievale nel suo oscurantismo e nella sua mancanza di rispetto di elementari diritti civili e politici; sostenitore (e finanziatore) di modelli islamici radicali, sul piano teologico e politico; agente di destabilizzazione di un contesto perennemente fragile e altamente infiammabile come quello mediorientale.

Con questi dilemmi e queste contraddizioni Obama cercò in qualche modo di fare i conti. Le aperture all’Iran, la decisione di scaricare Mubarak in Egitto e le (caute) critiche a Israele si ponevano l’obiettivo di modificare con gradualità una politica di alleanze in Medio Oriente non più sostenibile anche a causa dello scomodo alleato saudita. Bush e i neoconservatori – da sempre molto critici nei confronti di Riad e della partnership saudita-statunitense – movevano a loro volta da premesse simili e la sciagurata operazione irachena del 2003 si poneva tra i suoi obiettivi anche quello di liberare gli Usa da questa dipendenza nei confronti dell’Arabia Saudita. Trump ha scelto un’altra linea: più cinica e, asseriscono i suoi difensori, più realistica. Che probabilmente non piace a una maggioranza del paese, ma continua a essere apprezzata da larga parte dell’elettorato repubblicano.

Il Giornale di Brescia, 21 ottobre 2018

 

CORRUZIONI

ProPublica ci offre un gran (ovvero terrificante) ritratto del magnate dei casino Sheldon Adelson ovvero del “patron in chief” di Trump (https://features.propublica.org/…/sheldon-adelson-casino-m…/). Falco filo-Netanyahu – invitato all’inaugurazione della nuova ambasciata di Gerusalemme – Adelson è oggi tra i maggiori finanziatori di Trump (cui ha dato 25 milioni di dollari nel 2016, 5 solo per la cerimonia d’insediamento) e dei repubblicani (38 spesi nella campagna per il prossimo mid-term). Non aveva puntato su Trump, inizialmente, Adelson, preferendogli Marco Rubio. Ma si è poi prontamente ravveduto. E ottenendo, a quanto pare, quello che gli stava più a cuore: una netta presa di posizione filo-israeliana e, ancor più, anti-palestinese. Ma la politica, va da sé, s’intreccia agli affari: il cuore al portafoglio. E a quanto pare Adelson sta avendo molto in ritorno: secondo alcune stime, grazie ai tagli alle tasse di Trump la sua compagnia – la Las Vegas Sands Corporation – avrebbe ottenuto un risparmio di 1200 miliardi di dollari (nel solo primo quadrimestre del 2018, Adelson si è aumentato il compenso da 12.7 a 26 milioni di dollari; la Sands ha fatto un più 31% di profitti nello stesso periodo; https://www.nytimes.com/…/…/tax-cuts-republicans-donors.html). Facendo inorridire diplomatici e interlocutori giapponesi, Trump avrebbe addirittura fatto lobbying pro-Adelson durante i suoi incontri col premier giapponese Abe; con una decisione molto controversa e contestata, Tokyo ha infatti deciso di concedere tre licenze per l’apertura di casino e Adelson sta puntando pesantemente su un mercato dal grandissimo potenziale.
Adelson è peraltro solo l’esempio estremo di un sistema decisamente malato: contaminato da finanziamenti alla politica che soprattutto dopo la sentenza Citizens United del 2010 sono andati completamente fuori controllo. In ogni ciclo elettorale viene battuto un record; Trump ha già messo in cassaforte più di 100 milioni di dollari in prospettiva 2020; i democratici stanno rispondendo più con contributi diffusi – sui collegi in ballo alla Camera il rapporto tra dems e reps è al riguardo di 3 a 1 (https://www.nytimes.com/…/campaign-finance-small-donors.html) – e con una crescente disponibilità a fare donazioni a candidati in stati e collegi diversi da quelli dove si risiede (il buon Beto O’Rourke ha fatto il pieno, ma è un fenomeno più ampio e generale: https://www.publicintegrity.org/…/out-state-donors-pour-cas…). Anche i democratici hanno però la loro bella lista di megadonors (fig.1), a partire ovviamente da Tom Steyer, il finanziere liberal e ambientalista newyorches-californiano che vorrebbe mettere Trump sotto impeachment…

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SURRISCALDAMENTI, DEFICIT E RETRIBUZIONI

Il meccanismo è quello classico e, dagli anni Ottanta in poi, visibile a tutti quelli che non sono accecati dall’ideologia del supply side e della trickle down. L’equazione è semplice e banale: tagli alle tasse e sgravi di ogni tipo, alte spese militari, costi per previdenza e sanità intoccabili e, vista la curva demografica, in aumento = deficit crescenti e potenzialmente fuori controllo. E così, nel primo vero anno di fiscalità trumpiana – quando cioè si iniziano a palesare pienamente gli effetti delle politiche di questa amministrazione – scopriamo che il deficit è cresciuto in un anno del 17%, sfiorando gli 800 miliardi di dollari. Si tratta dell’aumento più ampio dal 2012. Nei primi tre anni di Obama fu maggiore, ma allora si scontavano gli effetti delle politiche di spesa adottate in risposta alla recessione del 2008. Oggi il tutto avviene con tassi di crescita del PIL che stanno tra il 3 e il 4%. E con un amministrazione che in anni di vacche grasse, taglia le tasse e aumenta le spese (nel 2017 il gettito è cresciuto di appena l’1%; la spesa del 7: https://www.cbo.gov/publication/54442, fig. 1 e 2) . Siamo in pieno surriscaldamento, dettato peraltro anche da considerazioni di ordine elettorale in un ciclo che non ha ormai più soluzione di continuità: scollinato il mid-term s’inizierà subito a pensare al 2020. Ma non è solo il deficit a colpire tra i dati appena comunicati dal Tesoro. Che ci dicono anche come nel 2017-18 i salari siano cresciuti in media solo dell’1.4% e il reddito familiare dell’1.8% (era stato del 4.1 l’anno precedente). A fronte di una disoccupazione scesa stabilmente sotto il 4% e un contestuale, ancorché lento, aumento della percentuale della popolazione in cerca di lavoro, questo secondo dato si fa fatica a interpretarlo ovvero sembra indicare una strutturale fragilità della ripresa. In attesa che i dati vengano disaggregati e il quadro risulti più completo, ci si deve affidare a quelli del luglio scorso (cfr. https://www.epi.org/…/average-wage-growth-continues-to-fla…/). Che ci mostrano un quadro pieno di chiaroscuri. Al netto dell’inflazione la crescita dei salari è a dir poco anemica; ma vi sono aumenti consistenti nei quattro percentili di reddito più bassi (tra il 2 e il 4%). Che sono spiegabili con l’offerta di lavori a bassa qualifica (e reddito conseguente), con il fatto che la disponibilità di forza lavoro non sia stata ancora interamente assorbita e, ancor più, con le politiche adottate da molti stati in materia di salario minimo (di cui si dava conto in un precedente commento: https://mariodelpero.italianieuropei.it/…/amazon-e-la-mini…/). Sia come sia, il dato che rimane è quello di retribuzioni che non tengono il passo con la crescita per quei redditi mediani che già sono stati tra i più duramente colpiti dalla crisi (fig.3). E un contestuale aumento dei consumi a debito come elemento compensativo, facilitato da politiche creditorie che beneficiano dell’intensa deregolamentazione promossa dall’amministrazione repubblicana: anche se rimaniamo lontani dai picchi pre-crisi, il tasso di risparmio individuale come percentuale del reddito disponibile è tornato a scendere (sta sotto il 7% nell’ultimo dato della FRED di
St.Louis: https://fred.stlouisfed.org/series/PSAVERT) e di certo – nel contesto artificialmente surriscaldato della crescita corrente – è solo destinato a diminuire

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Milionari che non pagano tasse

Sono pezzi di alto, altissimo giornalismo quelli che il Times sta pubblicando sulle spregiudicate politiche fiscali degli immobiliaristi newyorchesi – i Trump e i Kushner – che contro tutte le leggi del buon senso (e del buon gusto) sono infine giunti alla guida del paese (https://www.nytimes.com/…/donald-trump-tax-schemes-fred-tru…). Inchieste giornalistiche come si vedono sempre più raramente: mesi di lavoro, montagne di dati, coinvolgimento di decine di studiosi ed esperti. Ahimè, nel volgarissimo tritacarne che è l’informazione corrente esse durano lo spazio di un battito di ciglia e forse nemmeno quello. Del banditismo di Trump sapevamo già molto: bancarotte plurime; corruzione diffusa; furberie di vario tipo; rapporti opachi con la politica, le banche e imprese costruttrici spesso in odore di malavita; discriminazioni razziali verso acquirenti e, ancor più, affittuari. Più interessante è però il caso del giovin Kushner (https://www.nytimes.com/…/busine…/kushner-paying-taxes.html…). Perché qui tutto avviene alla luce del sole, sfruttando una normativa dolosamente lacunosa, fatta apposta per favorire i grandi immobiliaristi e le loro speculazioni. Scopriamo così che Kushner – ricchezza odierna stimata di 324 milioni di dollari – non ha pagato un cent di tasse federali nell’ultimo decennio. Come ha fatto? In estrema sintesi ha preso soldi a prestito, a tassi bassissimi, da banche amiche; acquistato-rinnovato-rivenduto-affittato immobili; detratto dai profitti il costo di deterioramento (stravalutato) dell’immobile; dichiarato un passivo e ottenuto addirittura un credito fiscale conseguente. Abbastanza disgustoso, ovvio. Ma legale, vuoi per le responsabilità del legislatore – che permette a un simile, diabolico meccanismo, di operare – vuoi per l’assenza del controllore/regolamentatore. E però la vicenda ci dice tre cose importanti, strettamente interrelate:

a) La prima è che questo meccanismo di agevolazione della speculazione immobiliare sta dentro quella bolla – sgonfiata ma in ricrescita (fig.1 e fig.2 per NY) – che ha costituito il pilastro di una crescita trainata dai consumi a debito. Ovvero da una capacità di consumare dipendente dal continuo aumento del valore d’immobili messi a collateral e trasformati quindi in sorta di bancomat

b) Il codice fiscale statunitense è una groviera piena di buchi e interstizi – i famosi loopholes – che non sono nati per caso, ma che sono figli di scelte deliberate ovvero di scambi machiavellici a cui hanno partecipato non di rado i democratici (molti dei quali con la finanza hanno rapporti strettissimi)

c) Che questi loopholes riflettono però un più generale un discorso anti-tasse che dagli anni settanta in poi ha dominato la discussione politica e al quale nessuno, nemmeno Obama o Clinton, si è potuto sottrarre. Lo vediamo bene, ovviamente, nella modifica delle aliquote sui redditi più alti (dal 91% del 1965 all’attuale 37%, fig.3); lo vediamo sul capital gain (fig.4: fece scalpore Romney, nel 2012, che dichiarò di aver pagato il 14% su 13.69 milioni di dollari; ma Trump – primo presidente a non rendere pubbliche le sue dichiarazioni dei redditi – è probabile non abbia pagato nulla); lo vediamo appunto in queste sconcertanti agevolazioni di cui ha beneficiato Jared Kushner

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TRUMP E LE PAURE DELL'”UOMO BIANCO”

Dietro il trumpismo, lo sappiamo bene, c’è la paura di un pezzo d’America, bianca e maschile (oltre che primariamente over 30), che costituisce la spina dorsale dell’elettorato che ha portato questo improbabile immobiliarista newyorchese alla Casa Bianca. Nel 2016, il voto bianco maschile andò a Trump 62 a 32 (http://www.people-press.org/2018/08/09/an-examination-of-the-2016-electorate-based-on-validated-voters/ e fig.1);). Non solo: l’elettorato bianco maschile fu, tra i vari segmenti in cui possiamo dividere chi vota, quello con il tasso di partecipazione elettorale tra i più alti, tanto da costituire circa un terzo dei votanti totali. E il suo sostegno a Trump non è affatto scemato in questi due anni, come abbiamo peraltro visto bene nella recente discussione sulla nomina del giudice Kavanaugh. Sondaggi recenti ci dicono che il tasso di approvazione dell’operato del Presidente tra gli elettori maschi bianchi rimane stabile e alto (https://poll.qu.edu/national/release-detail?ReleaseID=2544 e https://myopportunity.com/data-science/middle-aged-white-men-remain-steadfast-in-their-support-for-donald-trump) . Agiscono processi demografici che sembrano ridurre – per altro con grande gradualità – il peso relativo di questo gruppo; operano trasformazioni economiche che hanno colpito una certa middle class bianca impoverita anche in conseguenza della crisi del 2008 e della difficoltà di avere accesso a consumi a debito che dagli anni 70 in poi hanno costituito indiretto ammortizzatore sociale e fattore in qualche modo compensativo per redditi stagnanti e disuguaglianza crescente (ed è su questa middle class, più che sulla working class travolta dalla globalizzazione che tanto piace a molti analisti come facile spiegazione del trumpismo, che ci si deve soffermare nelle analisi); incidono alcuni eccessi del politically correct, del MeToo e delle irrealistiche e talora quasi caricaturali bolle liberal-progressiste che sono divenuti molti college statunitensi (il buon Mark Lilla lo si può di certo criticare su tante cose, ma sugli eccessi di una deriva identitaria temo abbia più di una ragione: https://tocqueville21.com/focus/focus-liberalism-and-identity-politics/ ). Ma il vittimismo dell’“uomo bianco statunitense,” per usare questa brutta formula, è un vittimismo che deriva primariamente dal timore di perdere i privilegi di cui – comparativamente – ancora gode e dal tentativo di rispondere alle dinamiche in atto riaffermando una visione sostanzialmente statica, essenzialista e normativa di quel che l’America è e deve essere. Il reddito medio rimane più alto (di ca. il 30/35% rispetto a neri e ispanici; di circa il 15/20% rispetto alle donne bianche: https://www.census.gov/library/publications/2018/demo/p60-263.html) ; il tasso di disoccupazione per i bianchi più basso (3.2% contro il 6.5 dei neri https://www.bls.gov/web/empsit/cpsee_e16.htm), così come quello di famiglie bianche che stanno sotto la soglia della povertà (circa la metà rispetto a quelle nere); per quanto la situazione sia lievemente migliorata negli ultimi anni, la distribuzione della popolazione carceraria (esempio classico), ci dice che i neri – ca. il 12% della popolazione complessiva – sfiorano il 40% (https://www.bop.gov/about/statistics/statistics_inmate_race.jsp e fig.2). Il dramma Kavanaugh, molto mal gestito dai democratici va detto, in fondo questo ci ha mostrato una volta ancora. Non tanto rispetto a una questione – la presunta aggressione sessuale di 35 anni fa – sulla quale poco continuiamo a sapere, ma sulla reazione del giudice e dei suo sostenitori: di un’America maschile e bianca che presenta privilegi come diritti, la preservazione dei privi come la tutela dei secondi

SOVRANISMI E RISPOSTE TRANSNAZIONALI

Si parla tanto di « sovranismo », termine ormai inflazionato ma, che nella sua oggettiva bruttezza, bene descrive però la filosofia che vi sottostà: la chiusura; la separazione; la paura della diversità e del pluralismo; in ultimo la discriminazione e l’intolleranza. Bello o brutto che sia, il problema è che le promesse sovraniste – ossia il ripristino di una mitizzata sovranità nazionale con cui opporsi alle potenti dinamiche d’integrazione globale – sono del tutto irrealistiche e finanche utopiche. Come se il 1945 (Hiroshima e Nagasaki), il 1971 (fine di Bretton Woods) o il 2001 (ingresso della Cina nel WTO) – per scegliere solo tre tra le infinite possibilità che la storia recente ci offre – non fossero mai esistite. Nell’era delle interdipendenze plurime, la nostra è una sovranità strutturalmente limitata. La nostra e quella del resto del mondo, intendiamoci, anche se gerarchie di potenza – e, va detto, di qualità di governo – definiscono il grado di libertà d’azione di cui ogni paese gode. Non siamo sovrani in termini di sicurezza, anzi siamo in teoria esposti addirittura alla possibilità di essere spazzati via da una guerra atomica rispetto alla quale non avremo alcuna voce in capitolo. Non siamo pienamente sovrani in materia di ambiente e salute (ricordate Chernobyl?), che del cambiamento climatico e di tante, potenziali pandemie siamo in ultimo semplice oggetto. Non siamo sovrani rispetto a flussi globali di capitali e investimenti che ci possono sballonzare a loro piacimento, come ben stiamo vedendo Non siamo sovrani nemmeno rispetto a processi migratori che – per buona pace di chi ci governa – non possono essere bloccati per decreto, neanche militarizzando il Mediterraneo e l’Europa tutti. Rispetto a queste dinamiche d’integrazione, la risposta non può che essere transnazionale: regionale (europea) o globale. Alzando cioè la soglia dell’integrazione e partecipando agli sforzi di governare e, verrebbe voglia di dire, “civilizzare” questi processi. In fondo gli storici più accorti lo sanno bene – si pensi ai lavori del grande Alan Milward sull’integrazione europea – che la sovranità si recupera governando e sfruttando l’interdipendenza, non inseguendo chimere di separazione e chiusura. Oggi, che il “bannonismo” sembra farla da padrone, almeno nel dettare i termini del discorso pubblico, la risposta può partire dal basso, attraverso la circolazione di esperienze di governo locale: la loro messa in rete e la costruzione di alleanze di soggetti che non necessariamente debbono essere statuali. Gli esempi su questo si moltiplicano, soprattutto in quegli ambiti in cui l’ideologismo spinto e grossolano dei “sovranisti” genera politiche i cui effetti negativi si manifestano, talora drammaticamente visibili, nella quotidianità della nostra vita. Prendete appunto l’ambiente, l’inquinamento e il cambiamento climatico. Il grottesco negazionismo trumpiano, l’uscita degli Usa dagli accordi di Parigi e l’accelerata deregolamentazione promossa da Trump – con provvedimenti che lasciano semplicemente attoniti (https://jamanetwork.com/journals/jama/fullarticle/2684596), tra cui la rimozione di standard basilari sull’inquinamento atmosferico e dei corsi d’acqua – ha generato una importante reazione dal basso, accelerando iniziative già in atto o facilitando la creazione di nuove. Tra le tante, il network globale di città della “Carbon Neutral Cities Alliance” (CNCA: http://carbonneutralcities.org/about/ ), che si pone l’obiettivo di tagliare dell’80/100% l’emissione di gas nocivi entro il 2050. Negli Usa ne fanno parte città importantissime come New York, Washington, Boston, San Francisco e – utile esempio tra i tanti – Portland. Realtà metropolitana spesso all’avanguardia, questa, su tante delle frontiere del governo delle città; la prima negli Usa a introdurre nel 1993 un progetto per la riduzione di gas (e anche allora si trattò di un’iniziativa globale, che coinvolse 11 altre città); e che nel 2015 ha prodotto un nuovo piano (https://www.portlandoregon.gov/bps/article/548588) fissando vari obiettivi, tra cui uno – la produzione del 100% dell’elettricità cittadini da rinnovabili – raggiunto già l’anno successivo.

IMMIGRAZIONE E SUPER-POTENZA

Nel loro ultimo libro, che abbiamo discusso qui a SciencesPo qualche giorno fa / https://global.oup.com/…/prod…/america-abroad-9780190464257…&), Stephen Brooks e William Wohlforth si confrontano con un tema complesso e spesso molto banalizzato: come misurare la potenza, assoluta e relativa, di un attore statale, definendo la correlazione tra questa potenza, la gerarchia che ne consegue e la capacità dei soggetti (o, meglio, del soggetto: gli Usa) superiore/i di usarla per perseguire i propri interessi e imporre le proprie priorità. A loro merito va certamente lo sforzo fatto per sottrarsi a schematismi semplicistici e, di, riflesso assai deterministici, e il tentativo quindi di mostrare le tante complessità generate da processi d’interdipendenza che rendono al meglio parziali e al peggio fuorvianti tanti indicatori comunemente in uso. Tra questi, bilance commerciali incapaci di dar conto degli esiti di catene di produzione in cui il profitto ultimo va in larga parte a gruppi e individui del soggetto in teoria in deficit e quindi perdente (è il caso, banalissimo, delle tante produzioni che vedono solo la fase terminale avvenire in Cina). A loro demerito, se possiamo dire così, una certa a-storicità (e qui è lo storico pedante che parla) e una tendenza a piegare alcuni dati a una tesi – quella che contesta l’idea di un rapido e inevitabile declino degli Stati Uniti – tutto sommato convincente e condivisibile. Tra i dati usati a evidenziare una maggiore solidità statunitense, particolarmente interessante è quello demografico (fig.1), ovvero la capacità presente e futura degli Stati Uniti di tenere quasi invariata la curva demografica e il rapporto quindi tra popolazione attiva e non-attiva, che alla prima spetta il compito di generare le risorse contributive necessarie al mantenimento della seconda. Un equilibrio, quello statunitense, che deriva solo in minima parte da tassi di natalità alti, ma non altissimi (e comunque inferiori a quelli francesi). A pesare è stata ovviamente l’immigrazione, che per quanto considerevolmente calata nel periodo 2000-15 – quindi ben prima dell’elezione di Trump (fig.2) – ha contribuito a tenere più bassa l’età media e a immettere forza lavoro giovane, particolarmente necessaria in periodi di scarsità di forza lavoro come quello attuale. Cose risapute, ci mancherebbe, che ci mostrano però ancora una volta come gli slogan trumpiani di “rifare grande l’America” prendano di mira politiche e dinamiche in realtà centrali nel mantenimento della indubbia, e ancor oggi incontestabile, superiorità di potenza statunitense

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ENTHUSIASM GAPS

Alla fine la vicenda Kavanaugh sembra aver favorito i repubblicani. Dico “sembra” che i sondaggi sono ovviamente aleatori e di qui al voto del 6 novembre manca ancora un mese e molto può accadere. In un contesto politico ed elettorale fissamente polarizzato, cruciale – soprattutto in elezioni come quelle di mid-term – diventa però la capacità di mobilitare appieno il proprio elettorato. E qui Kavanaugh potrebbe essere il salvatore di un partito che sembrava davvero alle corde, in particolare alla Camera, come ci dicono i computatori seriali di dati à la Nate Silver & co (cfr. https://fivethirtyeight.com/…/is-kavanaugh-helping-republi…/ e https://www.vox.com/…/2018-midterm-elections-brett-kavanaug…). Per le stime di FiveThirtyEight, le probabilità di riconquista democratica della Casa Bianca sono scese dall’80 al 73% nella settimana successiva all’audizione di Kavanaugh e della Blasey Ford (fig.1). Nel mentre, il tasso di approvazione dell’operato di Trump è tornato nuovamente a crescere (fig.2). Infine, vari sondaggi indicano ora che l’“enthusiasm gap” tra elettori democratici ed elettori democratici si è in larga misura chiuso negli ultimi giorni (http://maristpoll.marist.edu/… e fig.2). La vicenda è stata una chiamata alle armi per entrambe le parti. Il problema è che una delle due – i democratici – era già mobilitata; l’altra molto meno. La cosa che lascia sorpresi (e, sì, anche attoniti) è che tutto ciò avvenga dopo un’audizione, quella di Kavanaugh, imbarazzante non tanto per la sua capacità o meno di rispondere alle accuse della Blasey Ford, ma per la sua aggressiva, urlata ed estrema partigianeria – tra attacchi ai Clinton, alla Sinistra e ai liberal, e untuosi ringraziamenti a Trump – che di un giudice della Corte Suprema staremo in teoria parlando (e migliaia di giuristi su questo stanno giustamente insistendo: https://www.nytimes.com/…/kavanaugh-law-professors-letter.h…). Ma così sembrano andare le cose oggi, ahimè

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