Mario Del Pero

IMMIGRAZIONE E SUPER-POTENZA

Nel loro ultimo libro, che abbiamo discusso qui a SciencesPo qualche giorno fa / https://global.oup.com/…/prod…/america-abroad-9780190464257…&), Stephen Brooks e William Wohlforth si confrontano con un tema complesso e spesso molto banalizzato: come misurare la potenza, assoluta e relativa, di un attore statale, definendo la correlazione tra questa potenza, la gerarchia che ne consegue e la capacità dei soggetti (o, meglio, del soggetto: gli Usa) superiore/i di usarla per perseguire i propri interessi e imporre le proprie priorità. A loro merito va certamente lo sforzo fatto per sottrarsi a schematismi semplicistici e, di, riflesso assai deterministici, e il tentativo quindi di mostrare le tante complessità generate da processi d’interdipendenza che rendono al meglio parziali e al peggio fuorvianti tanti indicatori comunemente in uso. Tra questi, bilance commerciali incapaci di dar conto degli esiti di catene di produzione in cui il profitto ultimo va in larga parte a gruppi e individui del soggetto in teoria in deficit e quindi perdente (è il caso, banalissimo, delle tante produzioni che vedono solo la fase terminale avvenire in Cina). A loro demerito, se possiamo dire così, una certa a-storicità (e qui è lo storico pedante che parla) e una tendenza a piegare alcuni dati a una tesi – quella che contesta l’idea di un rapido e inevitabile declino degli Stati Uniti – tutto sommato convincente e condivisibile. Tra i dati usati a evidenziare una maggiore solidità statunitense, particolarmente interessante è quello demografico (fig.1), ovvero la capacità presente e futura degli Stati Uniti di tenere quasi invariata la curva demografica e il rapporto quindi tra popolazione attiva e non-attiva, che alla prima spetta il compito di generare le risorse contributive necessarie al mantenimento della seconda. Un equilibrio, quello statunitense, che deriva solo in minima parte da tassi di natalità alti, ma non altissimi (e comunque inferiori a quelli francesi). A pesare è stata ovviamente l’immigrazione, che per quanto considerevolmente calata nel periodo 2000-15 – quindi ben prima dell’elezione di Trump (fig.2) – ha contribuito a tenere più bassa l’età media e a immettere forza lavoro giovane, particolarmente necessaria in periodi di scarsità di forza lavoro come quello attuale. Cose risapute, ci mancherebbe, che ci mostrano però ancora una volta come gli slogan trumpiani di “rifare grande l’America” prendano di mira politiche e dinamiche in realtà centrali nel mantenimento della indubbia, e ancor oggi incontestabile, superiorità di potenza statunitense

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