Mario Del Pero

COMMERCI E AMERICA FIRST

Come prevedibile, allo scoccare della scadenza del 30 settembre Canada e Stati Uniti hanno trovato una convergenza per emendare e rinnovare l’accordo di libero scambio tra essi e il Messico. I termini precisi del compromesso non sono ancora del tutto chiari, anche se devono evidentemente ricalcare quello bilaterale tra Usa e Messico raggiunto un mese fa (di cui avevo parlato a suo tempo: https://mariodelpero.italianieuropei.it/…/il-nuovo-accordo…/), aggiungendovi alcune clausole specifiche alle relazioni commerciali tra Washington e Ottawa, in particolare la rimozione di forme di protezione dei prodotti caseari canadesi e l’imposizione di tetti sulle automobili prodotte in Canada ed esportabili negli Usa (di nuovo, in attesa di avere dettagli più precisi, si può immaginare siano stati adottati meccanismi simili a quelli concordati col Messico, su tutti l’idea la percentuale totale di una vettura assemblata negli Usa e in Messico debba passare dal 62.5 al 75% – con un maggior uso di acciaio, alluminio e plastica prodotti nei due paesi – per evitare di essere soggetta a tariffe). Tre considerazioni:

a) Trump ottiene un indubbio (e rilevante) successo politico, spendibile in chiave elettorale già questo novembre. Latticini e formaggi conteranno pure poco, ma la discriminazione dei produttori statunitensi da parte del Canada aveva assunto una valenza simbolica spropositata, diventando l’emblema degli accordi asimmetrici e penalizzanti per gli Usa, colposamente accettati da Clinton, Bush Jr. e Obama. Una valenza simbolica accentuata anche dal cambiamento nominale imposto all’accordo che cessa di essere chiamato NAFTA (nome detestato anche per la sua sonorità quasi latina …) per divenire USMCA (United States Mexico Canada Agreement), con un evidente e ostentato “US First” … E alla quale si aggiungono varie clausole destinate a difendere e tutelare i produttori statunitensi molto di più di quanto non facesse il defunto Accordo Transpacifico (TPP).

b) La vera asimmetria, che Trump ha infine messo sul tavolo, rimane però quella offerta dall’asset egemonico fondamentale di cui gli Usa continuano a disporre: il loro mercato interno e il suo ruolo fondamentale come volano della crescita globale. Primo mercato, per evidente distacco, per Messico e Canada: l’80 % delle esportazioni del primo sono verso gli Usa (https://ustr.gov/countries-regions/americas/mexico); il 76/77% di quelle del secondo (La UE, secondo mercato, non supera il 10%; la Cina è attorno al 4; fig.1). Vi è, da parte canadese, uno sforzo per iniziare a diversificare gli sbocchi delle proprie esportazioni, e il CETA siglato con l’Europa va in questa direzione, ma a oggi l’ex NAFTA rimane lo spazio fondamentale per Messico e Canada e tale è destinato a rimanere a lungo. In uno dei suoi libri forse meno riusciti (http://www.hup.harvard.edu/catalog.php?isbn=9780674025561), il grande Charles Maier usò una formula semplice e felice per descrivere la transizione egemonica – a egemone però invariato – degli anni 70, fondata sul passaggio degli Usa da “impero della produzione” a “impero dei consumi”. Ecco quell’impero dei consumi dimostra di continuare a funzionare e agire

c) Il che però ci rivela la demagogica ignoranza della visione trumpiana del commercio, come di una sorta di gioco a somma zero, in cui attivi e passivi delle bilance delle partite correnti ci indicherebbero chiaramente chi sta vincendo e chi sta perdendo nella brutale arena internazionale. Correzioni di squilibri macroscopici – in particolare con la Cina – sono necessari, ci mancherebbe. Ma in una rete d’interdipendenze complesse come quella corrente, gli schematismi trumpiani (e, anche, quelli dei nostri imbarazzanti gialloverdi) sono rozzi e, ovviamente, potenzialmente molto pericolosi. Prendiamo un caso facile facile, tra i tanti di cui disponiamo, che ci descrive la complessità delle catene di produzione odierne e dei vantaggi e svantaggi che esse conferiscono a una data nazione: quello di Iphone e Ipad (se ne parla in questo interessantissimo working paper di qualche anno fa:pcic.merage.uci.edu/papers/2011/value_ipad_iphone.pdf, fig.2); che ci rivela – molto banalmente – quanto parziale (e ingannevole) possano essere bilance commerciali dove prodotti il cui assemblaggio finale determina in teoria importatore ed esportatore (in questo caso Usa e Cina), attivi e deficit, ma che generano in realtà profitti e distribuzioni dei costi molto più articolati e che finiscono per beneficiare molto, molto di più il paese in teoria in deficit (in Cina rimane una parte assai residuale a fronte del presunto attivo commerciale)

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