Mario Del Pero

L’omicidio Khashoggi e i rapporti tra Stati Uniti e Arabia Saudita

A modo suo – con le consuete incongruenze e approssimazioni – Donald Trump sta cercando di gestire la crisi che l’omicidio di Stato del giornalista Jamal Khashoggi ha provocato nelle relazioni tra Stati Uniti e Arabia Saudita. Relazioni importanti, queste, fattesi nuovamente nodali con l’elezione di Trump e la ridefinizione di alcune coordinate di fondo della strategia mediorientale degli Usa. Ma che non possono non essere condizionate dall’azione – agghiacciante nella sua gestione – che ha portato all’assassinio di un columnist del Washington Post come Khashoggi, che da più di un anno risiedeva legalmente negli Stati Uniti.

È possibile che, superato lo shock iniziale, Washington accetti le improbabili spiegazioni ufficiali che stanno giungendo da Riad. Che il fronte critico nei confronti del principe saudita Mohammed bin Salman – guidato dall’influente senatore Lindsey Graham – rientri progressivamente nei ranghi. Il partito repubblicano è oggi, a tutti gli effetti, il partito di Donald Trump. Anche sulla politica estera, le defezioni non sono ammesse o politicamente contemplabili. Dopo alcune giornate di smarrimento, i media più vicini al Presidente e alla destra radicale hanno iniziato un’opera di delegittimazione di Khashoggi, presentandolo come uomo in odore di radicalismo islamico.

L’Arabia Saudita è insomma troppo importante per gli Usa per poter essere scaricata. Nel disegno strategico statunitense ha un ruolo centrale, consolidatosi dagli anni Settanta a oggi, che solo Obama provò a contestare e qualificare e che Trump ha invece rilanciato con forza. È baluardo di un fronte che da anti-sovietico si è fatto progressivamente anti-siriano e, soprattutto, anti-iraniano. È attore centrale dentro l’OPEC e soggetto cui gli Usa delegarono il compito, vitale, di calmierare il prezzo del petrolio, dopo che gli shock petroliferi parvero mettere in ginocchio l’economia statunitense e il capitalismo globale. È uno degli alleati che più ha contribuito a puntellare l’egemonia del dollaro, con il suo continuo shopping di armi sofisticate dagli Usa, il conseguente trasferimento di petrodollari e l’acquisto di titoli del debito statunitense (dei quali, dopo Cina e Giappone, l’Arabia Saudita è tra i principali detentori).

Ma Riad è anche partner difficile, ingestibile e – come questa vicenda ben evidenzia – spesso assai poco presentabile. Regime autoritario e finanche medievale nel suo oscurantismo e nella sua mancanza di rispetto di elementari diritti civili e politici; sostenitore (e finanziatore) di modelli islamici radicali, sul piano teologico e politico; agente di destabilizzazione di un contesto perennemente fragile e altamente infiammabile come quello mediorientale.

Con questi dilemmi e queste contraddizioni Obama cercò in qualche modo di fare i conti. Le aperture all’Iran, la decisione di scaricare Mubarak in Egitto e le (caute) critiche a Israele si ponevano l’obiettivo di modificare con gradualità una politica di alleanze in Medio Oriente non più sostenibile anche a causa dello scomodo alleato saudita. Bush e i neoconservatori – da sempre molto critici nei confronti di Riad e della partnership saudita-statunitense – movevano a loro volta da premesse simili e la sciagurata operazione irachena del 2003 si poneva tra i suoi obiettivi anche quello di liberare gli Usa da questa dipendenza nei confronti dell’Arabia Saudita. Trump ha scelto un’altra linea: più cinica e, asseriscono i suoi difensori, più realistica. Che probabilmente non piace a una maggioranza del paese, ma continua a essere apprezzata da larga parte dell’elettorato repubblicano.

Il Giornale di Brescia, 21 ottobre 2018

 

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