Mario Del Pero

Mid-Term

35 senatori su 100; l’intera Camera dei Rappresentanti; 12 governatori; numerosi sindaci e consigli comunali; vari referendum statali, che spaziano dal salario minimo alla legalizzazione della cannabis. E un giudizio su Trump e la sua Presidenza. Gli americani saranno chiamati a esprimersi su tutto ciò il 6 novembre prossimo. I sondaggi ci dicono che il Senato quasi certamente resterà in mano ai repubblicani e che la Camera dovrebbe invece passare ai democratici. Ma sono sondaggi volatili, nel contesto di un dibattito i cui termini sono quotidianamente modificati dagli eventi, come ben abbiamo visto in questi giorni quando la discussione è stata dominata prima dalla carovana di migranti centro-americani diretti al confine tra Usa e Messico (e ciò favoriva i repubblicani) e poi dai pacchi bomba spediti da un sostenitore di Trump a vari avversari del Presidente (e ciò aiuta i democratici).

È un’America spaccata, quella che si reca alle prime elezioni nazionali dell’era Trump. E tale polarizzazione costituisce il primo dei tre aspetti sui quali è necessario soffermarsi per meglio comprendere questo ciclo elettorale. La divisione ha matrici plurime e di lungo periodo. Che l’elezione del 2016 ha però ulteriormente acuito. La percentuale di elettori che considera l’altro partito non solo un avversario ma un vero e proprio pericolo per la democrazia è cresciuta a dismisura; di riflesso, è scesa a livelli bassissimi la mobilità elettorale: la disponibilità a scegliere candidati di partiti diversi a seconda delle cariche o del ciclo elettorale. Si hanno, cioè, due basi di militanti e di votanti sempre più impermeabili e pienamente mobilitate l’una contro l’altra.

La conseguenza – e questo è il secondo aspetto – è un evidente imbarbarimento del confronto politico. Di fronte ad avversari che in quanto tali sono illegittimi, qualsiasi arma diviene lecita e la discussione scivola molto facilmente verso escalation di accuse, colpi bassi e diffamazioni. Il limine che separa tutto ciò dalla violenza si fa quindi molto sottile, come abbiamo potuto vedere nei recenti episodi di cronaca.

Ma – terzo e ultimo aspetto – le responsabilità di questo degrado, per quanto diffuse, non possono essere distribuite in egual misura alle due parti. Gravi e maggiori sono quelle dei repubblicani e del Presidente. Il contrasto tra Obama e Trump nell’utilizzo del pulpito presidenziale è quasi caricaturale. Tanto il primo cercò di contrastarlo, tale degrado, quanto il secondo lo ha cavalcato, alimentato e acuito. Trump ha presentato normali manifestazioni di protesta come pericolosi attacchi alla democrazia di folle violente e anti-democratiche. Ha strumentalizzato il caso di poche migliaia di migranti centro-americani, annunciando di voler inviare l’esercito al confine (da cui la carovana dista ancora circa 2mila chilometri) e denunciando senza prova alcuna la presenza nel gruppo di pericolosi “mediorientali”. Ha, come suo solito, insultato e dileggiato. E ha avallato l’azione di alcuni governi statali a guida repubblicana – Kansas e Georgia su tutti – tesi a ridurre la possibilità di accesso al voto di elettori ispanici e neri. Se i repubblicani, contro tutte le previsioni, dovessero preservare la loro maggioranza alla Camera, queste e altre azioni contro la democrazia statunitense potrebbero addirittura intensificarsi. Se così non fosse, dalle urne uscirà un paese ancor più incline allo scontro e alla contrapposizione. In una notte della ragione dalla quale – anche a causa della piena trumpizzazione del partito repubblicano – si fatica davvero a intravedere una via d’uscita.

Il Giornale di Brescia, 28 ottobre 2018

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