Mario Del Pero

Milionari che non pagano tasse

Sono pezzi di alto, altissimo giornalismo quelli che il Times sta pubblicando sulle spregiudicate politiche fiscali degli immobiliaristi newyorchesi – i Trump e i Kushner – che contro tutte le leggi del buon senso (e del buon gusto) sono infine giunti alla guida del paese (https://www.nytimes.com/…/donald-trump-tax-schemes-fred-tru…). Inchieste giornalistiche come si vedono sempre più raramente: mesi di lavoro, montagne di dati, coinvolgimento di decine di studiosi ed esperti. Ahimè, nel volgarissimo tritacarne che è l’informazione corrente esse durano lo spazio di un battito di ciglia e forse nemmeno quello. Del banditismo di Trump sapevamo già molto: bancarotte plurime; corruzione diffusa; furberie di vario tipo; rapporti opachi con la politica, le banche e imprese costruttrici spesso in odore di malavita; discriminazioni razziali verso acquirenti e, ancor più, affittuari. Più interessante è però il caso del giovin Kushner (https://www.nytimes.com/…/busine…/kushner-paying-taxes.html…). Perché qui tutto avviene alla luce del sole, sfruttando una normativa dolosamente lacunosa, fatta apposta per favorire i grandi immobiliaristi e le loro speculazioni. Scopriamo così che Kushner – ricchezza odierna stimata di 324 milioni di dollari – non ha pagato un cent di tasse federali nell’ultimo decennio. Come ha fatto? In estrema sintesi ha preso soldi a prestito, a tassi bassissimi, da banche amiche; acquistato-rinnovato-rivenduto-affittato immobili; detratto dai profitti il costo di deterioramento (stravalutato) dell’immobile; dichiarato un passivo e ottenuto addirittura un credito fiscale conseguente. Abbastanza disgustoso, ovvio. Ma legale, vuoi per le responsabilità del legislatore – che permette a un simile, diabolico meccanismo, di operare – vuoi per l’assenza del controllore/regolamentatore. E però la vicenda ci dice tre cose importanti, strettamente interrelate:

a) La prima è che questo meccanismo di agevolazione della speculazione immobiliare sta dentro quella bolla – sgonfiata ma in ricrescita (fig.1 e fig.2 per NY) – che ha costituito il pilastro di una crescita trainata dai consumi a debito. Ovvero da una capacità di consumare dipendente dal continuo aumento del valore d’immobili messi a collateral e trasformati quindi in sorta di bancomat

b) Il codice fiscale statunitense è una groviera piena di buchi e interstizi – i famosi loopholes – che non sono nati per caso, ma che sono figli di scelte deliberate ovvero di scambi machiavellici a cui hanno partecipato non di rado i democratici (molti dei quali con la finanza hanno rapporti strettissimi)

c) Che questi loopholes riflettono però un più generale un discorso anti-tasse che dagli anni settanta in poi ha dominato la discussione politica e al quale nessuno, nemmeno Obama o Clinton, si è potuto sottrarre. Lo vediamo bene, ovviamente, nella modifica delle aliquote sui redditi più alti (dal 91% del 1965 all’attuale 37%, fig.3); lo vediamo sul capital gain (fig.4: fece scalpore Romney, nel 2012, che dichiarò di aver pagato il 14% su 13.69 milioni di dollari; ma Trump – primo presidente a non rendere pubbliche le sue dichiarazioni dei redditi – è probabile non abbia pagato nulla); lo vediamo appunto in queste sconcertanti agevolazioni di cui ha beneficiato Jared Kushner

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