Mario Del Pero

SOVRANISMI E RISPOSTE TRANSNAZIONALI

Si parla tanto di « sovranismo », termine ormai inflazionato ma, che nella sua oggettiva bruttezza, bene descrive però la filosofia che vi sottostà: la chiusura; la separazione; la paura della diversità e del pluralismo; in ultimo la discriminazione e l’intolleranza. Bello o brutto che sia, il problema è che le promesse sovraniste – ossia il ripristino di una mitizzata sovranità nazionale con cui opporsi alle potenti dinamiche d’integrazione globale – sono del tutto irrealistiche e finanche utopiche. Come se il 1945 (Hiroshima e Nagasaki), il 1971 (fine di Bretton Woods) o il 2001 (ingresso della Cina nel WTO) – per scegliere solo tre tra le infinite possibilità che la storia recente ci offre – non fossero mai esistite. Nell’era delle interdipendenze plurime, la nostra è una sovranità strutturalmente limitata. La nostra e quella del resto del mondo, intendiamoci, anche se gerarchie di potenza – e, va detto, di qualità di governo – definiscono il grado di libertà d’azione di cui ogni paese gode. Non siamo sovrani in termini di sicurezza, anzi siamo in teoria esposti addirittura alla possibilità di essere spazzati via da una guerra atomica rispetto alla quale non avremo alcuna voce in capitolo. Non siamo pienamente sovrani in materia di ambiente e salute (ricordate Chernobyl?), che del cambiamento climatico e di tante, potenziali pandemie siamo in ultimo semplice oggetto. Non siamo sovrani rispetto a flussi globali di capitali e investimenti che ci possono sballonzare a loro piacimento, come ben stiamo vedendo Non siamo sovrani nemmeno rispetto a processi migratori che – per buona pace di chi ci governa – non possono essere bloccati per decreto, neanche militarizzando il Mediterraneo e l’Europa tutti. Rispetto a queste dinamiche d’integrazione, la risposta non può che essere transnazionale: regionale (europea) o globale. Alzando cioè la soglia dell’integrazione e partecipando agli sforzi di governare e, verrebbe voglia di dire, “civilizzare” questi processi. In fondo gli storici più accorti lo sanno bene – si pensi ai lavori del grande Alan Milward sull’integrazione europea – che la sovranità si recupera governando e sfruttando l’interdipendenza, non inseguendo chimere di separazione e chiusura. Oggi, che il “bannonismo” sembra farla da padrone, almeno nel dettare i termini del discorso pubblico, la risposta può partire dal basso, attraverso la circolazione di esperienze di governo locale: la loro messa in rete e la costruzione di alleanze di soggetti che non necessariamente debbono essere statuali. Gli esempi su questo si moltiplicano, soprattutto in quegli ambiti in cui l’ideologismo spinto e grossolano dei “sovranisti” genera politiche i cui effetti negativi si manifestano, talora drammaticamente visibili, nella quotidianità della nostra vita. Prendete appunto l’ambiente, l’inquinamento e il cambiamento climatico. Il grottesco negazionismo trumpiano, l’uscita degli Usa dagli accordi di Parigi e l’accelerata deregolamentazione promossa da Trump – con provvedimenti che lasciano semplicemente attoniti (https://jamanetwork.com/journals/jama/fullarticle/2684596), tra cui la rimozione di standard basilari sull’inquinamento atmosferico e dei corsi d’acqua – ha generato una importante reazione dal basso, accelerando iniziative già in atto o facilitando la creazione di nuove. Tra le tante, il network globale di città della “Carbon Neutral Cities Alliance” (CNCA: http://carbonneutralcities.org/about/ ), che si pone l’obiettivo di tagliare dell’80/100% l’emissione di gas nocivi entro il 2050. Negli Usa ne fanno parte città importantissime come New York, Washington, Boston, San Francisco e – utile esempio tra i tanti – Portland. Realtà metropolitana spesso all’avanguardia, questa, su tante delle frontiere del governo delle città; la prima negli Usa a introdurre nel 1993 un progetto per la riduzione di gas (e anche allora si trattò di un’iniziativa globale, che coinvolse 11 altre città); e che nel 2015 ha prodotto un nuovo piano (https://www.portlandoregon.gov/bps/article/548588) fissando vari obiettivi, tra cui uno – la produzione del 100% dell’elettricità cittadini da rinnovabili – raggiunto già l’anno successivo.

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