Mario Del Pero

SURRISCALDAMENTI, DEFICIT E RETRIBUZIONI

Il meccanismo è quello classico e, dagli anni Ottanta in poi, visibile a tutti quelli che non sono accecati dall’ideologia del supply side e della trickle down. L’equazione è semplice e banale: tagli alle tasse e sgravi di ogni tipo, alte spese militari, costi per previdenza e sanità intoccabili e, vista la curva demografica, in aumento = deficit crescenti e potenzialmente fuori controllo. E così, nel primo vero anno di fiscalità trumpiana – quando cioè si iniziano a palesare pienamente gli effetti delle politiche di questa amministrazione – scopriamo che il deficit è cresciuto in un anno del 17%, sfiorando gli 800 miliardi di dollari. Si tratta dell’aumento più ampio dal 2012. Nei primi tre anni di Obama fu maggiore, ma allora si scontavano gli effetti delle politiche di spesa adottate in risposta alla recessione del 2008. Oggi il tutto avviene con tassi di crescita del PIL che stanno tra il 3 e il 4%. E con un amministrazione che in anni di vacche grasse, taglia le tasse e aumenta le spese (nel 2017 il gettito è cresciuto di appena l’1%; la spesa del 7: https://www.cbo.gov/publication/54442, fig. 1 e 2) . Siamo in pieno surriscaldamento, dettato peraltro anche da considerazioni di ordine elettorale in un ciclo che non ha ormai più soluzione di continuità: scollinato il mid-term s’inizierà subito a pensare al 2020. Ma non è solo il deficit a colpire tra i dati appena comunicati dal Tesoro. Che ci dicono anche come nel 2017-18 i salari siano cresciuti in media solo dell’1.4% e il reddito familiare dell’1.8% (era stato del 4.1 l’anno precedente). A fronte di una disoccupazione scesa stabilmente sotto il 4% e un contestuale, ancorché lento, aumento della percentuale della popolazione in cerca di lavoro, questo secondo dato si fa fatica a interpretarlo ovvero sembra indicare una strutturale fragilità della ripresa. In attesa che i dati vengano disaggregati e il quadro risulti più completo, ci si deve affidare a quelli del luglio scorso (cfr. https://www.epi.org/…/average-wage-growth-continues-to-fla…/). Che ci mostrano un quadro pieno di chiaroscuri. Al netto dell’inflazione la crescita dei salari è a dir poco anemica; ma vi sono aumenti consistenti nei quattro percentili di reddito più bassi (tra il 2 e il 4%). Che sono spiegabili con l’offerta di lavori a bassa qualifica (e reddito conseguente), con il fatto che la disponibilità di forza lavoro non sia stata ancora interamente assorbita e, ancor più, con le politiche adottate da molti stati in materia di salario minimo (di cui si dava conto in un precedente commento: https://mariodelpero.italianieuropei.it/…/amazon-e-la-mini…/). Sia come sia, il dato che rimane è quello di retribuzioni che non tengono il passo con la crescita per quei redditi mediani che già sono stati tra i più duramente colpiti dalla crisi (fig.3). E un contestuale aumento dei consumi a debito come elemento compensativo, facilitato da politiche creditorie che beneficiano dell’intensa deregolamentazione promossa dall’amministrazione repubblicana: anche se rimaniamo lontani dai picchi pre-crisi, il tasso di risparmio individuale come percentuale del reddito disponibile è tornato a scendere (sta sotto il 7% nell’ultimo dato della FRED di
St.Louis: https://fred.stlouisfed.org/series/PSAVERT) e di certo – nel contesto artificialmente surriscaldato della crescita corrente – è solo destinato a diminuire

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