Mario Del Pero

TRUMP E LE PAURE DELL'”UOMO BIANCO”

Dietro il trumpismo, lo sappiamo bene, c’è la paura di un pezzo d’America, bianca e maschile (oltre che primariamente over 30), che costituisce la spina dorsale dell’elettorato che ha portato questo improbabile immobiliarista newyorchese alla Casa Bianca. Nel 2016, il voto bianco maschile andò a Trump 62 a 32 (http://www.people-press.org/2018/08/09/an-examination-of-the-2016-electorate-based-on-validated-voters/ e fig.1);). Non solo: l’elettorato bianco maschile fu, tra i vari segmenti in cui possiamo dividere chi vota, quello con il tasso di partecipazione elettorale tra i più alti, tanto da costituire circa un terzo dei votanti totali. E il suo sostegno a Trump non è affatto scemato in questi due anni, come abbiamo peraltro visto bene nella recente discussione sulla nomina del giudice Kavanaugh. Sondaggi recenti ci dicono che il tasso di approvazione dell’operato del Presidente tra gli elettori maschi bianchi rimane stabile e alto (https://poll.qu.edu/national/release-detail?ReleaseID=2544 e https://myopportunity.com/data-science/middle-aged-white-men-remain-steadfast-in-their-support-for-donald-trump) . Agiscono processi demografici che sembrano ridurre – per altro con grande gradualità – il peso relativo di questo gruppo; operano trasformazioni economiche che hanno colpito una certa middle class bianca impoverita anche in conseguenza della crisi del 2008 e della difficoltà di avere accesso a consumi a debito che dagli anni 70 in poi hanno costituito indiretto ammortizzatore sociale e fattore in qualche modo compensativo per redditi stagnanti e disuguaglianza crescente (ed è su questa middle class, più che sulla working class travolta dalla globalizzazione che tanto piace a molti analisti come facile spiegazione del trumpismo, che ci si deve soffermare nelle analisi); incidono alcuni eccessi del politically correct, del MeToo e delle irrealistiche e talora quasi caricaturali bolle liberal-progressiste che sono divenuti molti college statunitensi (il buon Mark Lilla lo si può di certo criticare su tante cose, ma sugli eccessi di una deriva identitaria temo abbia più di una ragione: https://tocqueville21.com/focus/focus-liberalism-and-identity-politics/ ). Ma il vittimismo dell’“uomo bianco statunitense,” per usare questa brutta formula, è un vittimismo che deriva primariamente dal timore di perdere i privilegi di cui – comparativamente – ancora gode e dal tentativo di rispondere alle dinamiche in atto riaffermando una visione sostanzialmente statica, essenzialista e normativa di quel che l’America è e deve essere. Il reddito medio rimane più alto (di ca. il 30/35% rispetto a neri e ispanici; di circa il 15/20% rispetto alle donne bianche: https://www.census.gov/library/publications/2018/demo/p60-263.html) ; il tasso di disoccupazione per i bianchi più basso (3.2% contro il 6.5 dei neri https://www.bls.gov/web/empsit/cpsee_e16.htm), così come quello di famiglie bianche che stanno sotto la soglia della povertà (circa la metà rispetto a quelle nere); per quanto la situazione sia lievemente migliorata negli ultimi anni, la distribuzione della popolazione carceraria (esempio classico), ci dice che i neri – ca. il 12% della popolazione complessiva – sfiorano il 40% (https://www.bop.gov/about/statistics/statistics_inmate_race.jsp e fig.2). Il dramma Kavanaugh, molto mal gestito dai democratici va detto, in fondo questo ci ha mostrato una volta ancora. Non tanto rispetto a una questione – la presunta aggressione sessuale di 35 anni fa – sulla quale poco continuiamo a sapere, ma sulla reazione del giudice e dei suo sostenitori: di un’America maschile e bianca che presenta privilegi come diritti, la preservazione dei privi come la tutela dei secondi

Lascio un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.