Mario Del Pero

Trump e l’Arabia Saudita

È difficile, davvero molto difficile non provare profondo imbarazzo nel leggere la dichiarazione con la quale Donald Trump ha riaffermato il suo pieno sostegno all’Arabia Saudita e al principe Mohammed bin Salman. Trump – che evidentemente non ha voluto l’intervento dei suoi speechwriters – scrive in una forma che il giornalista dell’Atlantic Graeme Wood non esita a definire “mortificantemente semi-illetterata”: ripetizioni, frasi sconclusionate, punti esclamativi come se piovesse (“America First!”, “Il mondo è un luogo pericoloso!”, “vogliamo eliminare il terrorismo!”). Il tutto per ribadire la centralità strategica dell’alleato saudita e l’intenzione di non attivare misure punitive nei suoi confronti per l’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi avvenuto nel consolato saudita d’Istanbul. “È certo possibile” che Mohammed bin Salman “fosse a conoscenza di questo tragico evento; forse ne era a conoscenza – o forse no!” afferma Trump in un passaggio del documento che sarebbe comico se non si parlasse di un terribile omicidio.

Superato lo sconcerto per la forma grottesca di questo documento presidenziale, rimane da spiegare cosa muova il Presidente e quali saranno le possibili conseguenze della vicenda Khashoggi sui rapporti tra Stati Uniti e Arabia Saudita. Una relazione centrale e speciale per Washington, che Trump ha fatto di tutto per rilanciare dopo le difficoltà degli anni di Obama, quando la Casa Bianca – pur continuando a trasferire high-tech militare a Riad – cercò di modificare la tradizionale politica di alleanze degli Usa in Medio Oriente. Per l’attuale amministrazione, un mix di vecchi e nuovi fattori fanno dell’Arabia Saudita un alleato strategicamente vitale. In primo luogo vi è, ovviamente, il petrolio. Riad non ha più la centralità del passato come attore capace di moderarne il prezzo e garantirne gli approvvigionamenti e la dipendenza statunitense dal petrolio mediorientale si è negli anni di molto attenuata (le importazioni dall’Arabia Saudita sono più che dimezzate tra il 2005 e il 2017). Ma Riad rimane soggetto fondamentale nel limitare oscillazioni eccessive, e potenzialmente destabilizzanti, di costi e flussi di quella che rimane la fonte energetica primaria dell’economia globale. Il secondo fattore è rappresentato dal baratto tra la sicurezza fornita dagli Usa – in forma di protezione e di trasferimento di tecnologia bellica – e le risorse offerte in cambio dall’Arabia Saudita: non solo petrolio, ma anche investimenti, prestiti e importazioni. Le cifre che Trump offre spesso a casaccio – nel summenzionato documento parla addirittura di “450 miliardi di dollari” che l’Arabia Saudita avrebbe “concordato di spendere e investire” negli Stati Uniti – non hanno alcun ancoraggio nella realtà. Da più di 40 anni, Riad trasferisce però negli Usa una quantità ingente di petrodollari e contribuisce a puntellare il debito statunitense. Terzo e ultimo: la lotta al terrorismo e il quadro geopolitico del Medio Oriente. Su questo la discontinuità tra Obama e Trump è particolarmente acuta. Per il secondo, l’Arabia Saudita è partner vitale di una strategia chiaramente, e primariamente, anti-iraniana. L’ostilità a Teheran costituisce infatti la variabile principale e in larga misura indipendente della politica mediorientale di questa amministrazione. Un’ostilità peraltro ampiamente condivisa all’interno del partito repubblicano. Dentro il quale si sono levate voci critiche, che chiedono misure punitive nei confronti dell’Arabia Saudita e di Mohammed bin Salman. Voci che rientreranno però rapidamente nei ranghi, silenziate non tanto dalla improbabile prosa di questo Presidente quanto da visioni strategiche comuni a gran parte della destra americana.

Il Giornale di Brescia

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