Mario Del Pero

Voto

È il primo grande test elettorale dell’era Trump, il voto di mid-term di oggi. Gli americani sono chiamati a votare per il rinnovo di poco più di un terzo del senato (35 senatori su 100), l’intera Camera dei Rappresentanti, numerosi governatori e assemblee legislative statali. I sondaggi – da prendere ovviamente con cautela – indicano che l’esito più probabile sia un governo diviso, con i democratici capaci di riconquistare la Camera e i Repubblicani ancora in controllo del Senato. Il successo democratico dovrebbe estendersi anche su scala locale, alterando uno stato di cose che vede i repubblicani ancora dominanti (hanno oggi 33 governatorati contro i 16 dei democratici), ma spesso in difficoltà come si è visto in varie elezioni suppletive recenti. Un voto – quello negli stati – la cui importanza non va sottostimata, anche perché è lì, oltre che nelle grandi aree metropolitane, che è emersa in questi due anni l’opposizione più efficace alle politiche di Trump, dall’ambiente all’immigrazione.

In attesa di scoprire se le previsioni saranno confermate, due sembrano essere le principali indicazioni che questo voto offre. La prima è la piena nazionalizzazione – e in una certa misura “trumpizzazione” – della campagna elettorale. Divenuta ben presto un referendum sul Presidente e sul suo operato. Ovvero declinata in chiave di sostegno fideistico o di opposizione senza quartiere a Trump. Pesa qui l’azione e ancor più il lessico – violento e grossolano – di un Presidente che ostruisce qualsiasi mediazione, infiamma invariabilmente lo scontro e nutre una contrapposizione sempre più accesa. Incide la trasformazione del partito repubblicano ostaggio, anche nelle sue frange più moderate, del Presidente e di una base che è in larghissima maggioranza al suo fianco, pronta a punire, già nelle primarie, qualsiasi defezione. Ma opera anche l’incapacità democratica di sottrarsi a questa morsa micidiale: di evitare una costante rincorsa polemica con un Presidente radicale ed estremo come mai nella storia del paese, che riesce però continuamente a dettare temi e tempi della discussione.

Con un partito e un elettorato repubblicani ormai pienamente trumpiani, si accentua un dato caratterizzante la democrazia statunitense: una polarizzazione in due campi sempre più impermeabili, con un evidente effetto nocivo sulla governabilità del paese. È questa la seconda indicazione che emerge dal voto. Trump è per tanti aspetti il portato di questa polarizzazione: della radicalizzazione che essa genera e del contestuale imbarbarimento del confronto politico. Ma è anche agente altamente tossico, che dal pulpito presidenziale irrora la società statunitense con la sua retorica volgare, spregiudicata e talora esplicitamente razzista. Qualsiasi sia l’esito del voto, è difficile se non impossibile credere vi possa essere una ricomposizione a breve della frattura. Una Camera controllata dai democratici, oltre a paralizzare il processo legislativo, si trasformerà inevitabilmente in una sorta di tribunale dal quale i democratici, facendo leva sui poteri congressuali d’inchiesta (a partire da quelli della Commissione Intelligence), lanceranno le loro indagini su Trump, i suoi affari torbidi, i suoi mille conflitti d’interesse e, soprattutto, le ingerenze russe nella campagna del 2016. Una vittoria di Trump legittimerà molte delle degenerazioni in atto, lasciando campo aperto a un Presidente il cui deficit di cultura e sensibilità democratiche si manifesta ormai quotidianamente in forma quasi caricaturale.

Il Giornale di Brescia, 6 novembre 2018

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