Mario Del Pero

Archivio mensile: dicembre 2018

ISTRUZIONE GRATUITA?

 

Tra i tanti consumi a debito degli americani esplosi nell’ultimo quarantennio vi è anche quello dell’istruzione universitaria. Che si è fatta di suo sempre più costosa; e che continua a offrire la garanzia di poter ottenere un lavoro più rapidamente e meglio retribuito. Gli ultimi dati offerti dal Bureau of Labor Statistics sono al riguardo emblematici (fig.1): chi ha un dottorato di ricerca percepisce uno stipendio tre volte superiore a chi non ha terminato gli studi superiori; il tasso di disoccupazione è dell’1.5% per i primi e del 6.5% per i secondi. L’istruzione costa però sempre di più (fig.2): nelle università private (no-profit), le tuition&fees (costi d’iscrizione ai corsi + spese amministrative; escluso quindi vitto e alloggio) si collocano, in media, attorno ai 35mila dollari annui; in quelle pubbliche sono ca.10mila [e anche per questo si spiega lo straordinario successo che i master di SciencesPo, soprattutto quelli PSIA, stanno avendo con gli studenti americani…]. E quindi è cresciuta la propensione a indebitarsi. Sono circa 45milioni oggi gli americani che pagano un interesse su un debito contratto per studiare all’università; il totale di tale debito ammonta a circa 1.5 miliardi di dollari; più del 10% è moroso (non paga da più di 90 gg, ma secondo alcuni studi la percentuale di default potrebbe raggiungere nel 2023 addirittura il 40%; cfr. https://www.brookings.edu/…/the-looming-student-loan-defau…/ ); la classe di diplomati “graduate” (master e dottorati) del 2017, ha terminato gli studi con un debito medio pro-capite di 39,400 dollari. Soluzioni semplici ovviamente non ve ne sono, anche se con Obama si cercò d’introdurre dei meccanismi di aiuto, in particolare lo Student Loan Forgiveness Program, che avrebbe rimodulato tempi e durata del debito sulla base del reddito (Trump e la controversa segretaria dell’Istruzione Betsy DeVos non hanno ancora azzerato il programma, mi par di capire, ma hanno posto vari paletti sulla sua attuazione). Al solito, la risposta può venire (ovvero viene) dal basso: a livello statale e municipale. Ed è di questi giorni la notizia che la città di Nashville ha deciso d’integrare i finanziamenti di un programma statale (Tennessee Promise) e di garantire così un’istruzione totalmente gratuita in due college della città (Nashville State Community College and TCAT Nashville) (https://eu.tennessean.com/…/nashville-mayor-dav…/2206524002/). Una goccia, se vogliamo, ma non l’unica, che programmi simili sono stati lanciati anche in altre città. E che, in un processo emulativo e nel mutato contesto odierno, potrebbe rovesciare tendenze e dinamiche che a lungo sono apparse irreversibili

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Guerre commerciali? Non ancora

A una temporanea tregua si è infine giunti. Nell’ultima giornata del G-20 di Buenos Aires, Donald Trump e Xi Jinping si sono accordati per evitare, o quantomeno posticipare, l’esplosione di una guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina che minaccia di destabilizzare l’intera economia mondiale. Gli Usa sospendono l’imminente passaggio dal 10 al 25% delle tariffe su una serie di prodotti cinesi del valore di 200 miliardi di dollari. Pechino, da parte sua, s’impegna a una crescita “sostanziale” delle importazioni di prodotti agricoli, industriali ed energetici statunitensi. Con un gesto dall’alta valenza simbolica, la Cina promette inoltre controlli più severi sul traffico di fentanyl, uno degli oppioidi che stanno devastando tante comunità americane. Le due parti si danno tempo tre mesi per sostanziare questi impegni con accordi più dettagliati ed esaustivi.

A indietreggiare sembra essere stato soprattutto Donald Trump, che accetta di congelare una decisione già presa e annunciata con grande fanfara. È evidente, però, come entrambe le parti abbiano cercato di guadagnare del tempo per evitare una pericolosa escalation. E questo ci dice molto sia della profondità dell’interdipendenza sino-statunitense sia di quanto demagogiche siano tante proposte trumpiane. Che si debba cercare d’intervenire su alcuni squilibri macroscopici delle relazioni tra Cina e Usa è evidente; pensare di poterlo fare in modo unilaterale o scatenando guerre commerciali è invece velleitario e irresponsabile. Soprattutto, rischia di generare cortocircuiti ineludibili per gli Stati Uniti medesimi.

Trump usa infatti le bilance commerciali – gli attivi e i deficit – come indicatore fondamentale dello stato delle relazioni internazionali: come parametro indicante chi vince e chi perde nel sistema globale odierno. Quel che ne consegue, però, è una visione al meglio strabica e al peggio mistificatoria, che rischia di essere nociva per gli interessi americani. Questo per almeno tre motivi. Il primo è che il mercato statunitense – la capacità degli Usa di trainare la crescita globale per il tramite dei loro consumi – ha rappresentato nell’ultimo mezzo secolo una fondamentale risorsa egemonica: uno strumento attraverso il quale Washington, riaffermando la propria assoluta necessità per il resto del mondo, ha rilanciato la propria primazia nell’ordine globale. Il secondo è che le merci prodotte in Cina e importate negli Usa a costi stabili (ossia garantendo bassa inflazione) hanno permesso un modello di consumi a debito che ha costituito il vero architrave del sistema statunitense in un’epoca di diseguaglianze crescenti e tagli al welfare. I consumi sono stati (e continuano a essere) fondamentale ammortizzatore sociale e politico, capace di operare solo grazie alle dinamiche d’integrazione globale che Trump ora denuncia e pretende di smantellare. Terzo e ultimo: si è creata nel tempo un’influente rete d’interessi comuni tra le due parti, che i profitti del deficit con la Cina vanno spesso a imprenditori e azionisti statunitensi e lo stesso mercato cinese si è progressivamente aperto a esportatori americani (con una crescita di quasi il 600% dal 2001 – quando Pechino entrò nel WTO – a oggi). Non è un caso come dentro la stessa amministrazione Trump vi siano voci moderate, che hanno spinto per questo accordo temporaneo: nell’auspicio, si presume, che anche su questo come su altri dossier permanga e divenga permanente il marcato scarto tra la grossolana retorica del Presidente e le scelte concrete della sua amministrazione.

Il Giornale di Brescia, 3 dicembre 2018

George Herbert Walker Bush

Con la morte di George Herbert Walker Bush se ne va, forse per sempre, un pezzo d’America e della sua storia. Un’America conservatrice, patrizia, autoreferenziale, competente e fortemente internazionalista, che nell’era di Trump non sembra davvero trovare più posto. Bush Sr. le tante, contraddittorie dimensioni di quell’America le ha incarnate come pochi altri. Nipote di un industriale dell’acciaio e figlio di un ricco banchiere del Connecticut, Prescott Bush, che fu senatore negli anni Cinquanta, George H. Bush seguì solo in parte le orme paterne. Come per il nonno e il padre, la sua storia personale riassume però quella della classe dirigente del paese che, alla fine degli anni Ottanta, Bush Sr. avrebbe finito per guidare. Fu eroe di guerra: il più giovane pilota della Marina nel Secondo Conflitto Mondiale, durante il quale si distinse in varie operazioni sul fronte del Pacifico. Sposò poco più che ventenne Barbara Pierce, la figlia del presidente della McCall Corporation, una casa editrice di grande successo. Studiò, come il padre e i figli, alla prestigiosa università di Yale. Dopo la laurea si trasferì in Texas per cercare fortuna in un settore, quello petrolifero, allora in fortissima espansione. Sfruttando le connessioni familiari e la possibilità di ottenere facilmente dei finanziamenti, ebbe un discreto successo imprenditoriale.

E fu in Texas che iniziò la sua carriera politica dentro un partito repubblicano che stava mutando pelle, nel contesto di un riallineamento dove l’elettorato bianco del sud abbandonava i democratici, ormai schierati a livello nazionale nella battaglia contro la segregazione razziale. Bush Sr. quel cambiamento cercò di cavalcarlo, facendo propria la tradizionale rivendicazione sudista del primato dei diritti degli Stati contro l’invasivo potere federale. Nel 1966 fu eletto alla Camera dei Rappresentanti, uno dei due deputati repubblicani (su 23) in quella tornata, aprendo una svolta che si sarebbe poi consolidata negli anni successivi e avrebbe trasformato il Texas in un solido bastione repubblicano. La sua rapida scalata politica parve interrompersi nel 1970, quando cercò senza successo di conquistare uno dei due seggi del Texas al Senato. Aveva però maturato un credito politico presso l’amministrazione Nixon e offriva una biografia che sembrava poter portare a sintesi le diverse anime di un partito repubblicano il cui baricentro si spostava sempre più a sud, in quella Sunbelt – la “cintura del sole” che dalle due Caroline a est giunge fino alla California – in forte espansione economica e demografica e, di riflesso, sempre più influente politicamente. In questa rappresentazione, Bush era la realtà patrizia del New England trapiantata nel Texas; l’ottimo studente di Yale fattosi spregiudicato petroliere; la combinazione tra il tradizionale liberalismo repubblicano del nord-est e la nuova frontiera politica ed economica del sud-ovest suburbano e bianco. Nel corso degli anni Settanta, Bush fu nominato in rapida successione ambasciatore alle Nazioni Unite, presidente del Comitato Elettorale Repubblicano, rappresentante in Cina (con la quale gli Usa non avevano ancora formali rapporti diplomatici) e direttore della CIA. Un cursus, questo, chiaramente pre-presidenziale. E nel 1980, Bush appariva a tutti gli effetti come uno dei favoriti alla nomination repubblicana. Trovò però sulla sua strada l’ex governatore della California Ronald Reagan, il cui programma politico fatto di tagli alle tasse, radicale liberismo, anticomunismo e orgoglioso nazionalismo meglio rappresentava la nuova cultura politica repubblicana. Bush reagì accusando Reagan di offrire, con le sue ricette fiscalmente irresponsabili, una “economia del voodoo”. Aveva ragione da vendere e gli anni Ottanta videro gli Usa precipitare nella spirale di conti pubblici sempre più disastrati. Ma non era quello il messaggio che un’America prostrata dalle tante crisi del decennio precedente voleva sentirsi offrire. Reagan fu eletto e divenne il volto della rinascita dell’America degli anni Ottanta. Bush si accodò lealmente, fu nominato vice-Presidente ed attese con pazienza che giungesse il suo turno. Nel 1988 fu eletto Presidente da un elettorato che auspicava una sorta di terzo mandato reaganiano. Così non fu. Del suo predecessore non aveva il carisma ma nemmeno l’approssimazione e la superficialità. Venendo meno ai suoi impegni elettorali, e consapevole dei problemi del paese, aumentò le tasse facendo infuriare molti elettori repubblicani. Gestì con attenzione ed efficacia – ma senza eccessiva enfasi trionfalistica – la fine della Guerra Fredda, la riunificazione tedesca e l’implosione dell’Urss. Offrì un messaggio internazionalista, culminato nella prima Guerra del Golfo del 1991, quando la liberazione del Kuwait invaso dall’Iraq di Saddam Hussein fu guidata dagli Usa con un’azione militare autorizzata dall’Onu, che coinvolse un’amplissima coalizione di stati (fu in quell’occasione che Bush celebrò ottimisticamente, e irrealisticamente, l’avvento di “nuovo ordine mondiale” centrato sul primato del diritto e la rinnovata centralità delle Nazione Unite). Con il suo segretario di Stato, James Baker, promosse una mediazione attenta e imparziale nel conflitto israelo-palestinese, che gli valse le ire feroci del mondo conservatore e filo-israeliano. Nella campagna elettorale del 1992 poco poté nel contrastare l’ascesa di uno straordinario leader e comunicatore come Bill Clinton. Colpisce, nel riguardare i dibattiti televisivi di quella campagna, il distacco algido e quasi cerebrale di Bush: il suo sguardo di malcelata e irritata sufficienza nei confronti di un parvenu come Clinton. Quella campagna segnalava la fine di un’epoca. Con una generazione, quella formatasi nella Seconda Guerra Mondiale, che usciva di scena; con uno scontro politico e culturale che si faceva più radicale ed estremo; con un partito repubblicano lontano ormai anni luce da quello elitario dei Bush del Connecticut. Come hanno poi dimostrato la sciagurata esperienza presidenziale del primogenito George W. (“mio figlio è così”, pare aver chiosato la madre Barbara pochi giorni prima di morire, “perché ho fumato e bevuto quando ero incinta di lui”) e la fallimentare campagna elettorale del secondo figlio, Jeb Bush, nelle primarie repubblicane del 2016 poi vinte da Trump. In una delle sue ultime dichiarazioni pubbliche prima della morte, George H.W. Bush ha definito quest’ultimo uno “sbruffone”. Uno “sbruffone” per il quale, a quanto pare, nessun Bush ha votato nel 2016, ma che oggi rappresenta quel che è ed è diventato il partito repubblicano.

Il Mattino, 2 dicembre 2018