Mario Del Pero

George Herbert Walker Bush

Con la morte di George Herbert Walker Bush se ne va, forse per sempre, un pezzo d’America e della sua storia. Un’America conservatrice, patrizia, autoreferenziale, competente e fortemente internazionalista, che nell’era di Trump non sembra davvero trovare più posto. Bush Sr. le tante, contraddittorie dimensioni di quell’America le ha incarnate come pochi altri. Nipote di un industriale dell’acciaio e figlio di un ricco banchiere del Connecticut, Prescott Bush, che fu senatore negli anni Cinquanta, George H. Bush seguì solo in parte le orme paterne. Come per il nonno e il padre, la sua storia personale riassume però quella della classe dirigente del paese che, alla fine degli anni Ottanta, Bush Sr. avrebbe finito per guidare. Fu eroe di guerra: il più giovane pilota della Marina nel Secondo Conflitto Mondiale, durante il quale si distinse in varie operazioni sul fronte del Pacifico. Sposò poco più che ventenne Barbara Pierce, la figlia del presidente della McCall Corporation, una casa editrice di grande successo. Studiò, come il padre e i figli, alla prestigiosa università di Yale. Dopo la laurea si trasferì in Texas per cercare fortuna in un settore, quello petrolifero, allora in fortissima espansione. Sfruttando le connessioni familiari e la possibilità di ottenere facilmente dei finanziamenti, ebbe un discreto successo imprenditoriale.

E fu in Texas che iniziò la sua carriera politica dentro un partito repubblicano che stava mutando pelle, nel contesto di un riallineamento dove l’elettorato bianco del sud abbandonava i democratici, ormai schierati a livello nazionale nella battaglia contro la segregazione razziale. Bush Sr. quel cambiamento cercò di cavalcarlo, facendo propria la tradizionale rivendicazione sudista del primato dei diritti degli Stati contro l’invasivo potere federale. Nel 1966 fu eletto alla Camera dei Rappresentanti, uno dei due deputati repubblicani (su 23) in quella tornata, aprendo una svolta che si sarebbe poi consolidata negli anni successivi e avrebbe trasformato il Texas in un solido bastione repubblicano. La sua rapida scalata politica parve interrompersi nel 1970, quando cercò senza successo di conquistare uno dei due seggi del Texas al Senato. Aveva però maturato un credito politico presso l’amministrazione Nixon e offriva una biografia che sembrava poter portare a sintesi le diverse anime di un partito repubblicano il cui baricentro si spostava sempre più a sud, in quella Sunbelt – la “cintura del sole” che dalle due Caroline a est giunge fino alla California – in forte espansione economica e demografica e, di riflesso, sempre più influente politicamente. In questa rappresentazione, Bush era la realtà patrizia del New England trapiantata nel Texas; l’ottimo studente di Yale fattosi spregiudicato petroliere; la combinazione tra il tradizionale liberalismo repubblicano del nord-est e la nuova frontiera politica ed economica del sud-ovest suburbano e bianco. Nel corso degli anni Settanta, Bush fu nominato in rapida successione ambasciatore alle Nazioni Unite, presidente del Comitato Elettorale Repubblicano, rappresentante in Cina (con la quale gli Usa non avevano ancora formali rapporti diplomatici) e direttore della CIA. Un cursus, questo, chiaramente pre-presidenziale. E nel 1980, Bush appariva a tutti gli effetti come uno dei favoriti alla nomination repubblicana. Trovò però sulla sua strada l’ex governatore della California Ronald Reagan, il cui programma politico fatto di tagli alle tasse, radicale liberismo, anticomunismo e orgoglioso nazionalismo meglio rappresentava la nuova cultura politica repubblicana. Bush reagì accusando Reagan di offrire, con le sue ricette fiscalmente irresponsabili, una “economia del voodoo”. Aveva ragione da vendere e gli anni Ottanta videro gli Usa precipitare nella spirale di conti pubblici sempre più disastrati. Ma non era quello il messaggio che un’America prostrata dalle tante crisi del decennio precedente voleva sentirsi offrire. Reagan fu eletto e divenne il volto della rinascita dell’America degli anni Ottanta. Bush si accodò lealmente, fu nominato vice-Presidente ed attese con pazienza che giungesse il suo turno. Nel 1988 fu eletto Presidente da un elettorato che auspicava una sorta di terzo mandato reaganiano. Così non fu. Del suo predecessore non aveva il carisma ma nemmeno l’approssimazione e la superficialità. Venendo meno ai suoi impegni elettorali, e consapevole dei problemi del paese, aumentò le tasse facendo infuriare molti elettori repubblicani. Gestì con attenzione ed efficacia – ma senza eccessiva enfasi trionfalistica – la fine della Guerra Fredda, la riunificazione tedesca e l’implosione dell’Urss. Offrì un messaggio internazionalista, culminato nella prima Guerra del Golfo del 1991, quando la liberazione del Kuwait invaso dall’Iraq di Saddam Hussein fu guidata dagli Usa con un’azione militare autorizzata dall’Onu, che coinvolse un’amplissima coalizione di stati (fu in quell’occasione che Bush celebrò ottimisticamente, e irrealisticamente, l’avvento di “nuovo ordine mondiale” centrato sul primato del diritto e la rinnovata centralità delle Nazione Unite). Con il suo segretario di Stato, James Baker, promosse una mediazione attenta e imparziale nel conflitto israelo-palestinese, che gli valse le ire feroci del mondo conservatore e filo-israeliano. Nella campagna elettorale del 1992 poco poté nel contrastare l’ascesa di uno straordinario leader e comunicatore come Bill Clinton. Colpisce, nel riguardare i dibattiti televisivi di quella campagna, il distacco algido e quasi cerebrale di Bush: il suo sguardo di malcelata e irritata sufficienza nei confronti di un parvenu come Clinton. Quella campagna segnalava la fine di un’epoca. Con una generazione, quella formatasi nella Seconda Guerra Mondiale, che usciva di scena; con uno scontro politico e culturale che si faceva più radicale ed estremo; con un partito repubblicano lontano ormai anni luce da quello elitario dei Bush del Connecticut. Come hanno poi dimostrato la sciagurata esperienza presidenziale del primogenito George W. (“mio figlio è così”, pare aver chiosato la madre Barbara pochi giorni prima di morire, “perché ho fumato e bevuto quando ero incinta di lui”) e la fallimentare campagna elettorale del secondo figlio, Jeb Bush, nelle primarie repubblicane del 2016 poi vinte da Trump. In una delle sue ultime dichiarazioni pubbliche prima della morte, George H.W. Bush ha definito quest’ultimo uno “sbruffone”. Uno “sbruffone” per il quale, a quanto pare, nessun Bush ha votato nel 2016, ma che oggi rappresenta quel che è ed è diventato il partito repubblicano.

Il Mattino, 2 dicembre 2018

Lascio un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.