Mario Del Pero

Guerre commerciali? Non ancora

A una temporanea tregua si è infine giunti. Nell’ultima giornata del G-20 di Buenos Aires, Donald Trump e Xi Jinping si sono accordati per evitare, o quantomeno posticipare, l’esplosione di una guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina che minaccia di destabilizzare l’intera economia mondiale. Gli Usa sospendono l’imminente passaggio dal 10 al 25% delle tariffe su una serie di prodotti cinesi del valore di 200 miliardi di dollari. Pechino, da parte sua, s’impegna a una crescita “sostanziale” delle importazioni di prodotti agricoli, industriali ed energetici statunitensi. Con un gesto dall’alta valenza simbolica, la Cina promette inoltre controlli più severi sul traffico di fentanyl, uno degli oppioidi che stanno devastando tante comunità americane. Le due parti si danno tempo tre mesi per sostanziare questi impegni con accordi più dettagliati ed esaustivi.

A indietreggiare sembra essere stato soprattutto Donald Trump, che accetta di congelare una decisione già presa e annunciata con grande fanfara. È evidente, però, come entrambe le parti abbiano cercato di guadagnare del tempo per evitare una pericolosa escalation. E questo ci dice molto sia della profondità dell’interdipendenza sino-statunitense sia di quanto demagogiche siano tante proposte trumpiane. Che si debba cercare d’intervenire su alcuni squilibri macroscopici delle relazioni tra Cina e Usa è evidente; pensare di poterlo fare in modo unilaterale o scatenando guerre commerciali è invece velleitario e irresponsabile. Soprattutto, rischia di generare cortocircuiti ineludibili per gli Stati Uniti medesimi.

Trump usa infatti le bilance commerciali – gli attivi e i deficit – come indicatore fondamentale dello stato delle relazioni internazionali: come parametro indicante chi vince e chi perde nel sistema globale odierno. Quel che ne consegue, però, è una visione al meglio strabica e al peggio mistificatoria, che rischia di essere nociva per gli interessi americani. Questo per almeno tre motivi. Il primo è che il mercato statunitense – la capacità degli Usa di trainare la crescita globale per il tramite dei loro consumi – ha rappresentato nell’ultimo mezzo secolo una fondamentale risorsa egemonica: uno strumento attraverso il quale Washington, riaffermando la propria assoluta necessità per il resto del mondo, ha rilanciato la propria primazia nell’ordine globale. Il secondo è che le merci prodotte in Cina e importate negli Usa a costi stabili (ossia garantendo bassa inflazione) hanno permesso un modello di consumi a debito che ha costituito il vero architrave del sistema statunitense in un’epoca di diseguaglianze crescenti e tagli al welfare. I consumi sono stati (e continuano a essere) fondamentale ammortizzatore sociale e politico, capace di operare solo grazie alle dinamiche d’integrazione globale che Trump ora denuncia e pretende di smantellare. Terzo e ultimo: si è creata nel tempo un’influente rete d’interessi comuni tra le due parti, che i profitti del deficit con la Cina vanno spesso a imprenditori e azionisti statunitensi e lo stesso mercato cinese si è progressivamente aperto a esportatori americani (con una crescita di quasi il 600% dal 2001 – quando Pechino entrò nel WTO – a oggi). Non è un caso come dentro la stessa amministrazione Trump vi siano voci moderate, che hanno spinto per questo accordo temporaneo: nell’auspicio, si presume, che anche su questo come su altri dossier permanga e divenga permanente il marcato scarto tra la grossolana retorica del Presidente e le scelte concrete della sua amministrazione.

Il Giornale di Brescia, 3 dicembre 2018

Lascio un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.