Mario Del Pero

“IL MIGLIOR PRESIDENTE STATUNITENSE”, LO SHUTDOWN E ER CHE DE NOANTRI

Tra i tanti, quotidiani imbarazzi che la politica italiana e i suoi detriti generano, pochi o forse nessuno possono competere con le esternazioni quotidiane del nostro Che dei due mondi, il fu deputato (e presumibilmente sarà ministro) Alessandro Di Battista, che par di capire sia prossimo a un trionfale rientro in Italia. L’ultima, spettacolare, è che in politica estera Trump sarebbe il miglior presidente statunitense della storia, di certo molto meglio di “quel golpista di Obama”. Sì, proprio Trump: quello dell’abbandono dell’accordo sul nucleare iraniano, quello che ha portato gli Usa fuori dagli accordi di Parigi, sta mettendo vari ostacoli al tentativo avviato da Obama di migliorare le relazioni con Cuba, quello che ora sta imponendo al paese uno stop di varie attività del governo federale perché il Congresso non gli concede il finanziamento per costruire il suo benedetto muro al confine con il Messico. Ma il “Che de noantri” mica si fa ingannare, come noi creduloni. “Ah”, chiosa nel suo post ripetendo una delle tante bufale che girano, “gran parte del muro lo hanno fatto i democratici”. Posto che la politica di deportazioni d’immigrati illegali promossa sotto Obama fu molto, molto aggressiva, e fortemente criticata da molte associazioni per i diritti degli immigrati, quell’azione era nelle intenzioni parte di un baratto che avrebbe dovuto permettere di ottenere in cambio una qualche sanatoria dei circa 11 milioni d’immigrati non regolari che risiedono negli Usa (storia troppo lunga da ricordare qui, ma decisivo fu l’affondamento repubblicano di un progetto bipartisan presentato da 8 senatori, 4 per parte, nel 2013). Soprattutto, il progetto di costruire una barriera (fence) al confine col Mexico, che replicasse in dimensioni assai maggiori quella costruita tra San Diego e Tijuana negli anni Novanta, è stato approvato dal Congresso nel 2006, sotto Bush, e costruito in gran parte (circa il 90%) prima dell’elezione di Obama, il quale era sì disponibile a potenziare ed estendere questa barriera ma solo in cambio di una soluzione più ampia e onnicomprensiva (la stessa logica adottata, senza successo, dai democratici dopo l’elezione di Trump). Nel mentre la chiusura di varie attività del governo federale (full disclosure here: la cosa mi sta particolarmente sul gozzo che a inizio gennaio ho un viaggio programmato da tempo in Texas e rischio di trovarmi la Bush Library chiusa…) è giustificata da Trump come necessaria per difendere il paese da flussi incontrollati d’immigrati illegali e, ancor più, dal rischio che tra questi si nascondano pericolosissimi terroristi. Stesse giustificazioni che il Presidente ha utilizzato nelle sue tirate pre-elettorali contro la carovana di migranti/rifugiati centro-americani (alla quale, par di capire, dopo il voto non ha più dedicato lo straccio di un tweet). I numeri, si sa, non piacciono granché ai nostri pentastellati come abbiamo visto con questa storiaccia della Finanziaria; e nemmeno pare piacessero granché al Che vero, come evidenziano i suoi strampalati progetti del periodo in cui gli fu chiesto di trasformare l’economia cubana. Almeno su questo, insomma, il bonsai nostrano del Che vero può vantare qualche affinità con quello reale. I numeri, si diceva. Tra il 1975 e il 2015, evidenziano studi della Rand Corporation e del CATO institute, su 3,252, 493 rifugiati ammessi negli Usa, 20 erano terroristi (corrispondente alla stratosferica percentuale dello 0.00062%; cfr. fig.1). Tre sono stati gli assassini commessi in trent’anni da questi rifugiati-terroristi. Tre in 30 anni. Tutti e tre sono stati commessi da rifugiati cubani, che uccisero un dissidente cileno, un suo aiutante e un esule cubano non sufficientemente anti-castrista. Quanto all’immigrazione “incontrollata” – alle orde di messicani e centro-americani che terrorizzano gli Stati Uniti – vi è stato un significativo calo dopo il 2007, a cui hanno contribuito diversi fattori, ma rispetto alla quale decisiva è stata la riduzione d’immigrati che giungono dal Messico (fig.2 e 3). Immigrati non regolari in calo e che commettono, statisticamente, molti meno reati dei nativi, come dimostrato da molteplici studi (cfr. fig.4). Ma “il miglior presidente americano di sempre” – come i suoi tanti ammiratori nostrani – ai numeri non sembra dare granché bada, almeno non siano relativi al tasso di consenso di cui gode tra una base repubblicana inebriata da un decennio di menzogne e isterie e che oggi quel muro lo reclama a gran voce.

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