Mario Del Pero

La sfida delle città

Le città, lo sappiamo bene, sono realtà complesse, polimorfiche, contraddittorie. Tessuti delicati dove le scelte della politica entrano in circolo più rapidamente: rivelano – senza infingimenti retorici o facili ideologie – i loro effetti sulla quotidianità immediata di chi le vive. Luoghi ambivalenti, spesso attraversati da divisioni, differenze e squilibri. Spazi fragili, dove crisi e difficoltà si manifestano in modo più crudo e immediato. Ma anche naturali laboratori, dove testare scelte eterodosse e progetti visionari.

La storia, recente e meno, ci offre mille esempi di tutto ciò. C’indica le sfide con cui le città si sono dovute confrontare; ci mostra ricorrenze e discontinuità; ci dice che le città hanno spesso anticipato processi poi estesisi su scala regionale, nazionale e globale. Anche perché la natura intrinsecamente dialettica delle realtà urbane si manifesta in una dualità, e una sfida conseguente, alla quale non possono mai sfuggire: quella di essere simultaneamente locali e globali, ancorate al particolare del loro luogo e parte di dinamiche più ampie che le accomunano e uniscono. Un’identità vissuta in modo chiuso ed esclusivo le marginalizza e ghettizza; una incapacità di preservare e aggiornare tale identità le getta in pasto a processi di omologazione alienanti e abbruttenti. In termini concreti, la prima produce folcloristici assessorati alle culture e tradizioni locali che diventano paraventi per il più gretto localismo; la seconda trasforma le piazze e le vie principali in sorta di non-luoghi: spazi occupati da negozi in franchising e centri commerciali che rendono le città indistinguibili le une dalle altre, a prescindere dalla loro storia e latitudine.

È in questo delicato equilibrio tra apertura e identità, tra cambiamento e tradizione, che si misura la forza di una città e la qualità di chi la guida. Le politiche urbane sono spazio d’indagine privilegiato di studiosi costretti giocoforza ad adottare un approccio pluridisciplinare, indispensabile per esaminare realtà sì complesse e plurali. In un gioco di comparazioni e confronti storici, essi ci dicono che tali politiche sono sempre state globali laddove esperienze e azioni di governo hanno circolato, e circolano, da una parte all’altra del mondo: che i modelli di amministrazione urbana, anche quelli più innovativi e iconoclasti, hanno invariabilmente costituito il portato di scambi, plagi creativi e ibridazioni conseguenti. Lo vediamo anche oggi con mille città grandi e piccole che collaborano, trasferiscono idee, mutuano expertise e vissuti. Immaginando e costruendo, nel processo, spazi negoziati e condivisi di governance globale che integrano, e talora addirittura sostituiscono, quelli interstatuali delle grandi organizzazioni internazionali. Lo fanno talvolta in sintonia con il quadro nazionale e sovranazionale di cui fanno parte e talora in contrapposizione esplicita a esso: alle sue scelte più miopi, strumentali e ideologiche. Negli Stati Uniti – per menzionare il mio ambito di competenza – sono spesso le città che hanno lanciato coraggiosi progetti pilota in materia di politica ambientale, che stanno rigettando il grottesco negazionismo di Trump rispetto al cambiamento climatico o che stanno sfidando l’amministrazione sul tema, nodale e complesso, della gestione dei processi migratori. Città alleatesi tra di loro, in gruppi e consorzi; ovvero città entrate a far parte di network globali come il C40 che riunisce oggi quasi 100 grandi metropoli – da New York a Seul, da Parigi a Sidney – nell’azione contro l’inquinamento globale. Perché le città, e chi le governa con serietà e consapevolezza, sanno bene che le scelte non vanno procrastinate; che ai problemi, grandi e piccoli, va data risposta; che tatticismi, ideologie e opportunismi, quelli nello spazio urbano perdono rapidamente diritto di cittadinanza.

 

Supplemento “Città: qualità della vita”, Il Giornale di Brescia, 14.12.2018

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