Mario Del Pero

Un cerchio che si chiude?

Il cerchio sembra chiudersi implacabile attorno a Donald Trump e alla sua famiglia. I magistrati di New York hanno affermato che nel comprare il silenzio di due donne che minacciavano di rivelare le loro relazioni con il Presidente, l’avvocato di Trump, Michael Cohen – arrestato l’agosto scorso – abbia agito “in coordinamento con, e sotto la direzione de, l’Individuo 1”, con l’obiettivo ultimo “d’influenzare la campagna presidenziale del 2016 (“Individuo 1” sta appunto per Donald Trump). Il crimine, in questo caso, è la violazione della legge sul finanziamento delle campagne elettorali: un reato federale dal quale Trump si potrà proteggere fintanto che sarà alla Casa Bianca e i cui termini di prescrizione scadranno nel 2022. Nel mentre, il procuratore Robert Mueller, che conduce l’inchiesta sulle ingerenze russe nelle elezioni del 2016, ha elogiato Cohen per la collaborazione fornita, facendo esplicito riferimento a contatti tra Mosca e l’entourage di Trump avvenuti nell’autunno del 2015, quando stavano per iniziare le primarie repubblicane. Infine, sempre Mueller ha dichiarato che l’ex consigliere per la Sicurezza Nazionale di Trump, Michael Flynn, ha pienamente collaborato all’inchiesta e auspicato che gli sia comminata una mite pena alternativa alla detenzione in carcere.

Solo chi crede alle teorie cospirative del deep state – di uno stato “profondo” che mai avrebbe accettato l’elezione di Trump – può ritenere che le indagini in atto siano un complotto ordito ai danni del Presidente. Per certi aspetti quel cui stiamo assistendo era inevitabile. Trump porta con sé quasi mezzo secolo di attività imprenditoriale sempre ai limiti della legalità, fatta di iniziative spregiudicate, politiche fiscali borderline e rapporti frequenti con ambienti in odor di malavita. Un monte di conflitti d’interesse e questioni irrisolte, insomma, destinati a esplodere una volta giunto alla Casa Bianca, a maggior ragione quando tutto ciò si è intrecciato con i torbidi rapporti politici e imprenditoriali che la Trump Organization ha da tempo con settori vicini al Cremlino.

Cosa ne può conseguire? L’impeachment è da escludere. Mancano le condizioni – una chiara maggioranza al Congresso – ovvero manca la disponibilità di un numero rilevante di deputati e senatori repubblicani a scaricare il loro Presidente. Il motivo è presto detto: Trump ha scalato e in ultimo conquistato il Partito Repubblicano; la base è con lui, come si è visto anche al voto di mid-term del mese scorso. Tra i repubblicani il tasso di approvazione del suo operato è attorno al 90%: una cifra altissima e sostanzialmente immutata rispetto al giorno del suo insediamento (tanto per intenderci, nello stesso periodo Obama aveva perso dieci punti tra i pur fedelissimi elettori democratici). Un recente sondaggio NPR/PBS rivela come meno del 20% dei repubblicani consideri l’indagine di Mueller “equa” e più del 70% condivida l’affermazione di Trump secondo la quale si tratterebbe invece di una “caccia alle streghe”. Ed ecco che le elezioni del 2020 diventano, per Trump, qualcosa di più di una semplice competizione per la riconferma: potrebbero a tutti gli effetti costituire l’ultima ancora di salvataggio di cui dispone per evitare il carcere. Se confermati, i capi d’imputazione della procura di New York valgono l’arresto del Presidente: laddove il suo mandato terminasse nel 2020 rimarrebbe infatti una finestra di due anni prima della prescrizione. E tutto ciò inserisce un altro elemento di conflitto in un paese di suo spaccato e polarizzato come raramente nella sua storia.

Giornale di Brescia, 13 dicembre 2018

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