Mario Del Pero

Archivio mensile: febbraio 2019

La fine dell’INF

Era stata annunciata da tempo, la decisione dell’amministrazione Trump di abbandonare il trattato INF del 1987, l’accordo siglato a suo tempo da Stati Uniti e Unione Sovietica che proibiva il dispiegamento di missili basati a terra, con una capacità di gittata tra i 500 e i 5500 chilometri. L’annuncio è stato subito seguito da quello analogo di Putin; anche la Russia dichiara di non sentirsi più vincolata dai termini dell’accordo. Il trattato costituì un momento nodale, dall’alta valenza simbolica e politica: una tappa cruciale di un processo che aveva indotto le due superpotenze a istituzionalizzare il meccanismo della deterrenza – ad accettare una forma di sicurezza fondata sulla certezza della reciproca distruzione in caso di conflitto – e a promuovere forme consensuali di riduzione del rischio per il tramite di un contestuale processo di disarmo. Da questo regime di accordi oggi si decide di uscire. Gli Stati Uniti lo fanno per tre ragioni, strettamente interdipendenti, che per convenienza analitica potremmo definire strategiche, ideologiche e politiche. Si aprono così scenari potenzialmente molto pericolosi, che di tutto l’Europa e il mondo hanno oggi bisogno meno che di una nuova corsa agli armamenti.

Strategia, ideologia e politica, si diceva. La strategia è quella che lega questa decisione alle minacce, nuove e antiche, che gli Usa devono fronteggiare. Tra le seconde vi è la rinnovata sfida di una Russia che – monodimensionale nella sua capacità di potenza – investe nella sua risorsa fondamentale, l’arsenale nucleare, ammodernando tra l’altro la sua dotazione di missili a raggio intermedio, in probabile violazione dell’INF. Tra le prime, vi è invece una Cina che, pur avendo rinunciato a essere potenza nucleare alla pari con Mosca e Washington, molto sta investendo in missili a gittata limitata, che gli Usa pensano di poter bilanciare con strumenti analoghi, meno onerosi da dispiegare rispetto a quelli trasportabili per mare o aria. Secondo questa logica, condivisa anche da esperti altrimenti critici nei confronti di Trump, uscire dall’INF è indispensabile per rispondere alla rinnovata minaccia cinese e russa. A ciò si aggiunge l’ideologia, plasticamente incarnata dall’attuale Consigliere per la Sicurezza Nazionale John Bolton, da decenni critico feroce degli accordi stipulati dagli Usa in materia di armamenti. Nazionalista e sovranista come nessun altro, Bolton denuncia l’accettazione della deterrenza come una inaccettabile cessione di sovranità: come un vero tradimento perpetrato da chi accetta dolosamente di porre gli Usa in una condizione di rischio esistenziale, mettendo la sicurezza, invero la stessa sopravvivenza, dell’America nelle mani dei suoi nemici. Uscire dall’accordo INF è quindi solo un tassello di una strategia finalizzata a riacquisire una superiorità preponderante, da completare investendo negli ambiziosissimi progetti di difesa anti-missilistica che Bolton e altri sostengono. E questo ci porta all’elemento politico: a un approccio che promette di riportare gli Usa in una condizione di primato incontestabile, di rendere l’America nuovamente “grande” per usare lo slogan trumpiano che tanto piace alla base repubblicana.

I rischi sono però evidenti. Pur parziale e incompleto, il regime di non proliferazione nucleare costruito nell’ultimo mezzo secolo ha sortito risultati importanti. Esso si fonda primariamente sulla disponibilità delle due superpotenze nucleari a fare la loro parte, riducendo i rispettivi arsenali. Una condizione, questa, che ora sembra venir meno e che apre la prospettiva spaventevole di una nuova, incontrollata corsa agli armamenti.

Il Giornale di , 4 febbraio 2019