Mario Del Pero

Archivio mensile: febbraio 2019

Fake emergencies

I fatti, innanzitutto. Dopo un estenuante braccio di ferro – che ha pure provocato la chiusura per più di un mese di varie attività del governo federale – il Congresso ha infine raggiunto un compromesso per stanziare un miliardo e trecento milioni di dollari per estendere e migliorare le barriere poste in alcuni tratti del confine tra Messico e Stati Uniti. È meno di un quarto di quanto chiedeva Trump e infinitamente meno della cifra – che varie stime collocano tra i 20 e i 40 miliardi di dollari – necessaria per costruire una barriera completa (e che il Presidente aveva promesso sarebbe stata interamente pagata dal Messico). Trump ha considerato la possibilità di porre il veto allo stanziamento congressuale, rischiando però che esso sia annullato da un secondo voto a maggioranze qualificata dei 2/3 delle due Camere. Ha quindi scelto l’opzione estrema, paventata più volte nelle ultime settimane: firmare l’accordo trovato al Congresso; contestualmente, utilizzare una legge del 1976 per proclamare un’emergenza nazionale e dirottare alla costruzione del muro, e senza autorizzazione congressuale, circa 8 miliardi di dollari provenienti da vari altri programmi di spesa, principalmente del dipartimento della Difesa. Una decisione che potrebbe indurre un Congresso esautorato di una sua funzione fondamentale ad agire – aprendo un profondo conflitto istituzionale – e che vari gruppi hanno già contestato legalmente, dando il via a una disputa destinata a durare a lungo e a terminare presumibilmente alla Corte Suprema.

L’emergenza in realtà non esiste. Ovvero esiste un’emergenza umanitaria – quella delle famiglie prevalentemente centro-americane che arrivano al confine per richiedere asilo umanitario – che nulla ha a che fare con l’immigrazione illegale e che non sarebbe in alcun modo modificata dalla costruzione del muro. Nel giustificare la sua decisione, Trump ha dispiegato il suo consueto, e scolastico, lessico apocalittico: “abbiamo un’invasione di droghe, di gang, di persone e questo è inaccettabile”, ha dichiarato. Poco o nulla di quel che ha detto corrisponde al vero. Il numero d’immigrati che vengono bloccati al confine è calato di quasi l’80% in meno di venti anni; le droghe che entrano dal Messico negli Stati Uniti vi accedono per i normali punti di accesso e a nulla servirebbe il muro per fermarle; le città di frontiera – San Diego, Nogales, El Paso, Laredo, Brownsville – non sono affatto tra le più violente del paese (nel 2017 il tasso di omicidi per 100mila abitanti è stato di 2.76 a El Paso e di 3.84 a Laredo contro il 66 di St Louis, il 55 di Baltimora e il 39 di Detroit).

Quella di Trump è quindi un’iniziativa tutta ideologica e politica, indifferente ai fatti e priva di qualsivoglia buon senso. Iniziativa intrinsecamente autoritaria nelle modalità adottate e nel tentativo di esautorare il Congresso di una sua responsabilità fondamentale, sancita dalla Costituzione. Iniziativa funzionale ad alimentare la retorica ipernazionalista del Presidente e a soddisfare una base elettorale bianca e primariamente maschile, in un paese dove peraltro un’ampia maggioranza sembra oggi avere crescente consapevolezza della inutilità del muro. Iniziativa che differisce ancora una volta la presa di decisioni – delegate di fatto al potere giudiziario – e che rivela, se mai ve ne fosse ancora bisogno, la debolezza di una Politica dove le urla sguaiate – in questo caso quelle di Trump – sono vieppiù usate per occultare l’assenza di progetti e l’incapacità di governare.

Il Giornale di Brescia, 17 febbraio 2019

La fine dell’INF

Era stata annunciata da tempo, la decisione dell’amministrazione Trump di abbandonare il trattato INF del 1987, l’accordo siglato a suo tempo da Stati Uniti e Unione Sovietica che proibiva il dispiegamento di missili basati a terra, con una capacità di gittata tra i 500 e i 5500 chilometri. L’annuncio è stato subito seguito da quello analogo di Putin; anche la Russia dichiara di non sentirsi più vincolata dai termini dell’accordo. Il trattato costituì un momento nodale, dall’alta valenza simbolica e politica: una tappa cruciale di un processo che aveva indotto le due superpotenze a istituzionalizzare il meccanismo della deterrenza – ad accettare una forma di sicurezza fondata sulla certezza della reciproca distruzione in caso di conflitto – e a promuovere forme consensuali di riduzione del rischio per il tramite di un contestuale processo di disarmo. Da questo regime di accordi oggi si decide di uscire. Gli Stati Uniti lo fanno per tre ragioni, strettamente interdipendenti, che per convenienza analitica potremmo definire strategiche, ideologiche e politiche. Si aprono così scenari potenzialmente molto pericolosi, che di tutto l’Europa e il mondo hanno oggi bisogno meno che di una nuova corsa agli armamenti.

Strategia, ideologia e politica, si diceva. La strategia è quella che lega questa decisione alle minacce, nuove e antiche, che gli Usa devono fronteggiare. Tra le seconde vi è la rinnovata sfida di una Russia che – monodimensionale nella sua capacità di potenza – investe nella sua risorsa fondamentale, l’arsenale nucleare, ammodernando tra l’altro la sua dotazione di missili a raggio intermedio, in probabile violazione dell’INF. Tra le prime, vi è invece una Cina che, pur avendo rinunciato a essere potenza nucleare alla pari con Mosca e Washington, molto sta investendo in missili a gittata limitata, che gli Usa pensano di poter bilanciare con strumenti analoghi, meno onerosi da dispiegare rispetto a quelli trasportabili per mare o aria. Secondo questa logica, condivisa anche da esperti altrimenti critici nei confronti di Trump, uscire dall’INF è indispensabile per rispondere alla rinnovata minaccia cinese e russa. A ciò si aggiunge l’ideologia, plasticamente incarnata dall’attuale Consigliere per la Sicurezza Nazionale John Bolton, da decenni critico feroce degli accordi stipulati dagli Usa in materia di armamenti. Nazionalista e sovranista come nessun altro, Bolton denuncia l’accettazione della deterrenza come una inaccettabile cessione di sovranità: come un vero tradimento perpetrato da chi accetta dolosamente di porre gli Usa in una condizione di rischio esistenziale, mettendo la sicurezza, invero la stessa sopravvivenza, dell’America nelle mani dei suoi nemici. Uscire dall’accordo INF è quindi solo un tassello di una strategia finalizzata a riacquisire una superiorità preponderante, da completare investendo negli ambiziosissimi progetti di difesa anti-missilistica che Bolton e altri sostengono. E questo ci porta all’elemento politico: a un approccio che promette di riportare gli Usa in una condizione di primato incontestabile, di rendere l’America nuovamente “grande” per usare lo slogan trumpiano che tanto piace alla base repubblicana.

I rischi sono però evidenti. Pur parziale e incompleto, il regime di non proliferazione nucleare costruito nell’ultimo mezzo secolo ha sortito risultati importanti. Esso si fonda primariamente sulla disponibilità delle due superpotenze nucleari a fare la loro parte, riducendo i rispettivi arsenali. Una condizione, questa, che ora sembra venir meno e che apre la prospettiva spaventevole di una nuova, incontrollata corsa agli armamenti.

Il Giornale di , 4 febbraio 2019