Mario Del Pero

Fake emergencies

I fatti, innanzitutto. Dopo un estenuante braccio di ferro – che ha pure provocato la chiusura per più di un mese di varie attività del governo federale – il Congresso ha infine raggiunto un compromesso per stanziare un miliardo e trecento milioni di dollari per estendere e migliorare le barriere poste in alcuni tratti del confine tra Messico e Stati Uniti. È meno di un quarto di quanto chiedeva Trump e infinitamente meno della cifra – che varie stime collocano tra i 20 e i 40 miliardi di dollari – necessaria per costruire una barriera completa (e che il Presidente aveva promesso sarebbe stata interamente pagata dal Messico). Trump ha considerato la possibilità di porre il veto allo stanziamento congressuale, rischiando però che esso sia annullato da un secondo voto a maggioranze qualificata dei 2/3 delle due Camere. Ha quindi scelto l’opzione estrema, paventata più volte nelle ultime settimane: firmare l’accordo trovato al Congresso; contestualmente, utilizzare una legge del 1976 per proclamare un’emergenza nazionale e dirottare alla costruzione del muro, e senza autorizzazione congressuale, circa 8 miliardi di dollari provenienti da vari altri programmi di spesa, principalmente del dipartimento della Difesa. Una decisione che potrebbe indurre un Congresso esautorato di una sua funzione fondamentale ad agire – aprendo un profondo conflitto istituzionale – e che vari gruppi hanno già contestato legalmente, dando il via a una disputa destinata a durare a lungo e a terminare presumibilmente alla Corte Suprema.

L’emergenza in realtà non esiste. Ovvero esiste un’emergenza umanitaria – quella delle famiglie prevalentemente centro-americane che arrivano al confine per richiedere asilo umanitario – che nulla ha a che fare con l’immigrazione illegale e che non sarebbe in alcun modo modificata dalla costruzione del muro. Nel giustificare la sua decisione, Trump ha dispiegato il suo consueto, e scolastico, lessico apocalittico: “abbiamo un’invasione di droghe, di gang, di persone e questo è inaccettabile”, ha dichiarato. Poco o nulla di quel che ha detto corrisponde al vero. Il numero d’immigrati che vengono bloccati al confine è calato di quasi l’80% in meno di venti anni; le droghe che entrano dal Messico negli Stati Uniti vi accedono per i normali punti di accesso e a nulla servirebbe il muro per fermarle; le città di frontiera – San Diego, Nogales, El Paso, Laredo, Brownsville – non sono affatto tra le più violente del paese (nel 2017 il tasso di omicidi per 100mila abitanti è stato di 2.76 a El Paso e di 3.84 a Laredo contro il 66 di St Louis, il 55 di Baltimora e il 39 di Detroit).

Quella di Trump è quindi un’iniziativa tutta ideologica e politica, indifferente ai fatti e priva di qualsivoglia buon senso. Iniziativa intrinsecamente autoritaria nelle modalità adottate e nel tentativo di esautorare il Congresso di una sua responsabilità fondamentale, sancita dalla Costituzione. Iniziativa funzionale ad alimentare la retorica ipernazionalista del Presidente e a soddisfare una base elettorale bianca e primariamente maschile, in un paese dove peraltro un’ampia maggioranza sembra oggi avere crescente consapevolezza della inutilità del muro. Iniziativa che differisce ancora una volta la presa di decisioni – delegate di fatto al potere giudiziario – e che rivela, se mai ve ne fosse ancora bisogno, la debolezza di una Politica dove le urla sguaiate – in questo caso quelle di Trump – sono vieppiù usate per occultare l’assenza di progetti e l’incapacità di governare.

Il Giornale di Brescia, 17 febbraio 2019

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