Mario Del Pero

Archivio mensile: marzo 2019

Il rapporto Mueller e la democrazia statunitense

Dopo due anni d’indagini, il procuratore speciale Robert Mueller ha infine presentato la sua relazione sulle presunte collusioni tra la Russia e Donald Trump durante la campagna presidenziale del 2016. Il testo completo della relazione non è consultabile e presumibilmente rimarrà tale a lungo: per le tante informazioni sensibili che esso contiene e, anche, per l’interesse politico dell’attuale amministrazione a non divulgarne i contenuti integrali. Il Ministro della Giustizia – William Barr – ne ha fatto circolare una breve sintesi che ne evidenzia le due conclusioni primarie. La prima è che non vi è prova alcuna di una collusione tra Mosca e Trump. La Russia, si afferma, ha cercato in vari modi di condizionare la campagna elettorale per danneggiare Hillary Clinton; non vi è stato però alcun coordinamento e Trump e il suo entourage non hanno fattivamente sollecitato questo impegno russo. La seconda conclusione del rapporto di Mueller è che gli elementi di cui si dispone non permettono né di dimostrare un’azione del Presidente finalizzata a “ostruire” il corso della giustizia, ostacolando le indagini, né di “esonerare” pienamente Trump da quest’accusa. Non disponiamo di tutti gli elementi fattuali che hanno indotto Mueller a usare questa formula salomonica e a rimandare la questione al ministro della Giustizia il quale, assieme al suo vice Rosenstein, ha ritenuto le prove raccolte non sufficienti per stabilire che il reato sia stato compiuto.

La battaglia per avere accesso al testo integrale della relazione è già iniziata. E su Trump e la sua famiglia pendono altre inchieste, della giustizia ordinaria e di varie commissioni della Camera. La chiusura dell’indagine di Mueller costituisce però un indubbio successo per il Presidente. Scompare infatti l’ombra della collusione con Putin e termina così l’inchiesta politicamente più pesante e pericolosa tra le tante a cui è sottoposto.

Cosa ci dice tutto ciò rispetto allo stato della democrazia statunitense? La risposta è ambivalente e dipende dal punto di osservazione (oltre che dalla sensibilità politica dell’osservatore). Da un lato, il lavoro di Mueller e il suo rapporto finale sembrano dimostrare la forza e resilienza di tale democrazia. Mesi di indagini, interviste e ricerche hanno prodotto risultati la cui credibilità pochi possono oggi contestare. A dispetto del tentativo di Trump di delegittimarla e, anche, di bloccarla, l’inchiesta è giunta a termine e per il momento sembra addirittura aiutare il Presidente.

E però, se spostiamo il punto di osservazione il giudizio muta e per certi aspetti si capovolge. Da subito Mueller e i suoi assistenti hanno scoperchiato una quantità impressionante d’illegalità e leggerezze. L’indagine ha fatto partire mille inchieste parallele. Ha contribuito a far arrestare, processare e infine condannare persone molto vicine al Presidente, a partire dal primo coordinatore della sua campagna elettorale, Paul Manafort, condannato già a otto anni di carcere e con altri capi di accusa ancora da giudicare. Questa prima, stringatissima sintesi del rapporto ci dice inoltre che Mueller non ritiene di poter scagionare pienamente il Presidente da un’accusa gravissima: quella di aver cercato di ostacolare il corso della giustizia. Trump insomma esce temporaneamente vincitore e il sistema di pesi e contrappesi della democrazia statunitense mostra una volta ancora la sua solidità. Al contempo, però, la fragilità di questa democrazia – il livello d’inquinamento e corruzione delle sue istituzioni, a partire da quella presidenziale – si rivela ancora una volta in tutta la sua pienezza.

Il Giornale di Brescia, 27 marzo 2019

UNIVERSITÀ E SPIE STRANIERE

 

Qualche giorno fa, alla riunione del comité pédagogique della Paris School of International Affairs (PSIA) di SciencesPo si sono celebrati gli eccellenti risultati della scuola che in neanche un decennio ha visto crescere il numero di studenti da poco più di 300 a ca.1700, diventando al contempo assai più selettiva nel processo di ammissione e internazionale nel corpo studentesco (nel mio corso dell’autunno scorso, su 34 studenti solo 7 erano francesi). Particolarmente stridente è il contrasto con programmi simili offerti da università statunitensi, molti dei quali sono già da alcuni anni in grande difficoltà e soffrono – si pensi a SAIS della Hopkins – di un costante calo delle domande di ammissione e degli iscritti. Un calo che, per quanto riguarda gli studenti stranieri, si è esteso nell’ultimo biennio trumpiano a tutto il sistema universitario statunitense (fig.1). Nel 2017-18, gli studenti stranieri iscritti a università statunitensi sono calati del 6.3% nei programmi undergraduate e del 5.5% nei programmi graduate. Un calo che, sia pure più contenuto, pare essere proseguito nell’a.a. 2018-19. Alto e lievemente in crescita resta per il momento il numero di studenti cinesi, che da soli costituiscono circa un terzo degli universitari stranieri negli Usa (se si aggiunge l’India si ha circa la metà degli studenti non statunitensi, fig.2-5). Diminuiscono invece in modo significativo gli studenti del secondo, terzo e quarto contingente estero: indiani, appunto, sud coreani e sauditi. I fattori sono plurimi e tra questi vanno considerati i costi ormai fuori controllo delle rette universitarie e una concorrenza che anche per l’istruzione superiore si è fatta globale.
Pesano però anche le incertezze sulla politica relativa ai visti per gli studenti; incidono ovviamente le azioni dell’amministrazione Trump, a partire dal travel ban; e agisce il più generale clima politico. Vedremo se questo calo proseguirà negli anni a venire, ma da più parti lo si considera oggi come uno dei tanti effetti collaterali dell’elezione di Trump (https://www.insidehighered.com/…/new-international-student-…https://www.insidehighered.com/…/year-later-trump-administr…https://www.washingtonpost.com/…/7b1bac92-e68b-11e8-a939-94…). Il quale pare avere dichiarato che ogni studente cinese che è negli Usa sia in realtà “una spia” (https://www.politico.com/…/trump-executive-dinner-bedminste…)….

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I DEFICIT E IL RITORNO DELL’IMPERO DEI CONSUMI

Doveva servire, l’ostentato protezionismo trumpiano, per rendere l’America “great again”. Per re-industrializzare il paese, difendere i lavoratori statunitensi, riportare negli Usa produzioni delocalizzate. Ed erano la bilancia commerciale e quella delle partite correnti a costituire gli indicatori fondamentali usati da Trump per denunciare il declino dell’America dolosamente promosso dai suoi predecessori: le variabili sulle quali sarebbe stato possibile misurare la rinascita del paese. Ed ecco quindi la denuncia del NAFTA (e la sua revisione, in gran parte cosmetica con il nuovo USMCA), il ritiro dal accordo transpacifico (TPP, anche qui molta cosmesi, che l’accordo era già morto da tempo), le facce truci e le mancate strette di mano con la Merkel, i dazi su acciaio e alluminio, le guerre commerciali ad alto contenuto testoteronico con la Cina. Pare che i negoziati in corso con Pechino porteranno alla cancellazione di molte delle misure adottate solo il luglio scorso (“Pare” che con Trump non si sa mai, come abbiamo ben visto con il vertice con Kim). E d’altronde il corto-circuito delle politiche trumpiane – strette tra protezionismo e deregulation, desiderio (e assoluta necessità politica) di rilanciare appieno i consumi a debito e retorica del “buy American” – era (ed è) particolarmente acuto e chiaro a chiunque non sia accecato da paraocchi ideologici. Nel mentre nel 2018, il deficit esterno torna ad avvicinarsi ai picchi pre-crisi (fig.1), la bilancia commerciale con la Cina vede nei due anni di Trump alla Casa Bianca i suoi più alti passivi di sempre (fig.2) e lo stesso vale per il Messico (fig.3). L’America andava fatta “nuovamente grande” non solo con gli attivi commerciali, ma anche con politiche fiscali responsabili, in grado di ridurre deficit interno e debito. Quello era l’altro parametro invocato da Trump e, più in generale, dai repubblicani, che su questo avevano condotto una battaglia senza tregua contro Obama. Orbene, in anni di (drogata, attraverso tagli alle tasse e immutata spesa pubblica) crescita economica, lo scarto tra gettito e spesa ha acuito la sofferenza dei conti pubblici e mentre si affievolisce l’effetto della riforma fiscale del 2017 – e il tasso di crescita rallenta – cresce ulteriormente il debito (prossimo a raggiungere il livello più alto dalla Seconda Guerra Mondiale) e le proiezioni sul deficit indicano che si attesterà attorno al 4/5% del PIL annuo durante tutto il decennio 2019-2029 (fig.4 e 5). Insomma, l’austerity e la responsabilità fiscale per i repubblicani vanno di moda solo quando c’è un democratico alla Casa Bianca (magari costretto a usare la leva fiscale per rispondere a crisi causate dal suo predecessore, come fu in modi diversi per Clinton e Obama). Che è in fondo la storia degli ultimi quattro decenni, con amministrazioni democratiche costrette invariabilmente a intervenire in risposta ai casini prodotti da quelle che le avevano precedute. Vien da sorridere a pensare agli allocchi nostrani – alcuni particolarmente attivi su Facebook peraltro – che si sono bevuti la storia del Trump pronto a difendere la tanto bistrattata working class americana alla quale – come del resto Bush – offre invece al meglio facili consumi a debito, attraverso credito deregolamentato, oltre a un bel razzismo d’antan, che rappresenta la vera cifra distintiva di questo Presidente.

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MILLENNIAL CANDIDATE

Mi era già capitato di scriverne (https://mariodelpero.italianieuropei.it/2018/09/south-bend-indiana/). Oggettivamente limitate sono le possibilità che esca dal pack e – se si ripeterà, come presumibile, il modello delle primarie repubblicane del 2015-16 – possa accedere ai dibattiti televisivi riservati ai primi dieci nei sondaggi, anche se dispone indubbiamente di ottima stampa (per alcuni esempi: https://www.washingtonpost.com/news/magazine/wp/2019/01/14/feature/could-pete-buttigieg-become-the-first-millennial-president/?utm_term=.e802fb349670; https://www.theatlantic.com/politics/archive/2019/01/buttigieg-announces-his-run-presidency/580984/; https://www.newyorker.com/news/the-political-scene/pete-buttigiegs-quiet-rebellion; https://www.nytimes.com/2019/01/24/opinion/pete-buttigieg-2020-election.html; https://www.washingtonpost.com/outlook/can-a-midwestern-mayor-prove-hes-ready-for-the-presidency/2019/02/28/08c9e8da-33b5-11e9-854a-7a14d7fec96a_story.html?utm_term=.3d023727023c). E però Pete Buttigieg è figura davvero interessante. Non solo e non primariamente per un curriculum tanto eterodosso quanto impressionante (Harvard; Rhodes a Oxford; McKinsey; Veterano dell’Afghanistan; Gay; Sindaco di una di quelle città della rustbelt postindustriale – South Bend, Indiana – che tutti danno per defunte e che, sotto la sua guida, sembra essere riuscita a rinascere), quanto per la sofisticatezza e il rigore che porta alla discussione politica, anche quella che avviene nei tempi ristretti di programmi d’intrattenimento della tv generalista (per un esempio: https://www.youtube.com/watch?v=PI6IbymfkX8). Denuncia l’anacronismo poco democratico del collegio elettorale (giusto, ma su quello non farà molta strada) e per giustificare la propria candidatura offre una lettura generazionale che rifugge però il conflitto intergenerazionale: per la nostra generazione, dice il 37enne Buttigieg, i problemi sono “più diretti e personali”: “Se hai la mia età o sei più giovane, ti trovavi alla high school quando le stragi con armi da fuoco (school shootings) avvenivano; dovrai confrontarti in modo preciso e specifico con gli effetti del cambiamento climatico durante tutta la tua vita adulta; con le conseguenze dei tagli alle tasse e degli effetti sul debito; quasi certamente questa sarà la prima generazione che guadagnerà meno dei propri genitori; e questa generazione è quella che ha fornito le truppe alle guerre del dopo 11 settembre ed ha subito più di tutti le conseguenze di queste guerre”. Tra le gemme della sua biografia, il padre maltese e docente a Notre Dame Joseph Buttigieg, che molti di noi hanno conosciuto come traduttore dei Quaderni dal Carcere per Columbia UP e come fondatore e presidente della International Gramsci Society