Mario Del Pero

I DEFICIT E IL RITORNO DELL’IMPERO DEI CONSUMI

Doveva servire, l’ostentato protezionismo trumpiano, per rendere l’America “great again”. Per re-industrializzare il paese, difendere i lavoratori statunitensi, riportare negli Usa produzioni delocalizzate. Ed erano la bilancia commerciale e quella delle partite correnti a costituire gli indicatori fondamentali usati da Trump per denunciare il declino dell’America dolosamente promosso dai suoi predecessori: le variabili sulle quali sarebbe stato possibile misurare la rinascita del paese. Ed ecco quindi la denuncia del NAFTA (e la sua revisione, in gran parte cosmetica con il nuovo USMCA), il ritiro dal accordo transpacifico (TPP, anche qui molta cosmesi, che l’accordo era già morto da tempo), le facce truci e le mancate strette di mano con la Merkel, i dazi su acciaio e alluminio, le guerre commerciali ad alto contenuto testoteronico con la Cina. Pare che i negoziati in corso con Pechino porteranno alla cancellazione di molte delle misure adottate solo il luglio scorso (“Pare” che con Trump non si sa mai, come abbiamo ben visto con il vertice con Kim). E d’altronde il corto-circuito delle politiche trumpiane – strette tra protezionismo e deregulation, desiderio (e assoluta necessità politica) di rilanciare appieno i consumi a debito e retorica del “buy American” – era (ed è) particolarmente acuto e chiaro a chiunque non sia accecato da paraocchi ideologici. Nel mentre nel 2018, il deficit esterno torna ad avvicinarsi ai picchi pre-crisi (fig.1), la bilancia commerciale con la Cina vede nei due anni di Trump alla Casa Bianca i suoi più alti passivi di sempre (fig.2) e lo stesso vale per il Messico (fig.3). L’America andava fatta “nuovamente grande” non solo con gli attivi commerciali, ma anche con politiche fiscali responsabili, in grado di ridurre deficit interno e debito. Quello era l’altro parametro invocato da Trump e, più in generale, dai repubblicani, che su questo avevano condotto una battaglia senza tregua contro Obama. Orbene, in anni di (drogata, attraverso tagli alle tasse e immutata spesa pubblica) crescita economica, lo scarto tra gettito e spesa ha acuito la sofferenza dei conti pubblici e mentre si affievolisce l’effetto della riforma fiscale del 2017 – e il tasso di crescita rallenta – cresce ulteriormente il debito (prossimo a raggiungere il livello più alto dalla Seconda Guerra Mondiale) e le proiezioni sul deficit indicano che si attesterà attorno al 4/5% del PIL annuo durante tutto il decennio 2019-2029 (fig.4 e 5). Insomma, l’austerity e la responsabilità fiscale per i repubblicani vanno di moda solo quando c’è un democratico alla Casa Bianca (magari costretto a usare la leva fiscale per rispondere a crisi causate dal suo predecessore, come fu in modi diversi per Clinton e Obama). Che è in fondo la storia degli ultimi quattro decenni, con amministrazioni democratiche costrette invariabilmente a intervenire in risposta ai casini prodotti da quelle che le avevano precedute. Vien da sorridere a pensare agli allocchi nostrani – alcuni particolarmente attivi su Facebook peraltro – che si sono bevuti la storia del Trump pronto a difendere la tanto bistrattata working class americana alla quale – come del resto Bush – offre invece al meglio facili consumi a debito, attraverso credito deregolamentato, oltre a un bel razzismo d’antan, che rappresenta la vera cifra distintiva di questo Presidente.

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