Mario Del Pero

Il rapporto Mueller e la democrazia statunitense

Dopo due anni d’indagini, il procuratore speciale Robert Mueller ha infine presentato la sua relazione sulle presunte collusioni tra la Russia e Donald Trump durante la campagna presidenziale del 2016. Il testo completo della relazione non è consultabile e presumibilmente rimarrà tale a lungo: per le tante informazioni sensibili che esso contiene e, anche, per l’interesse politico dell’attuale amministrazione a non divulgarne i contenuti integrali. Il Ministro della Giustizia – William Barr – ne ha fatto circolare una breve sintesi che ne evidenzia le due conclusioni primarie. La prima è che non vi è prova alcuna di una collusione tra Mosca e Trump. La Russia, si afferma, ha cercato in vari modi di condizionare la campagna elettorale per danneggiare Hillary Clinton; non vi è stato però alcun coordinamento e Trump e il suo entourage non hanno fattivamente sollecitato questo impegno russo. La seconda conclusione del rapporto di Mueller è che gli elementi di cui si dispone non permettono né di dimostrare un’azione del Presidente finalizzata a “ostruire” il corso della giustizia, ostacolando le indagini, né di “esonerare” pienamente Trump da quest’accusa. Non disponiamo di tutti gli elementi fattuali che hanno indotto Mueller a usare questa formula salomonica e a rimandare la questione al ministro della Giustizia il quale, assieme al suo vice Rosenstein, ha ritenuto le prove raccolte non sufficienti per stabilire che il reato sia stato compiuto.

La battaglia per avere accesso al testo integrale della relazione è già iniziata. E su Trump e la sua famiglia pendono altre inchieste, della giustizia ordinaria e di varie commissioni della Camera. La chiusura dell’indagine di Mueller costituisce però un indubbio successo per il Presidente. Scompare infatti l’ombra della collusione con Putin e termina così l’inchiesta politicamente più pesante e pericolosa tra le tante a cui è sottoposto.

Cosa ci dice tutto ciò rispetto allo stato della democrazia statunitense? La risposta è ambivalente e dipende dal punto di osservazione (oltre che dalla sensibilità politica dell’osservatore). Da un lato, il lavoro di Mueller e il suo rapporto finale sembrano dimostrare la forza e resilienza di tale democrazia. Mesi di indagini, interviste e ricerche hanno prodotto risultati la cui credibilità pochi possono oggi contestare. A dispetto del tentativo di Trump di delegittimarla e, anche, di bloccarla, l’inchiesta è giunta a termine e per il momento sembra addirittura aiutare il Presidente.

E però, se spostiamo il punto di osservazione il giudizio muta e per certi aspetti si capovolge. Da subito Mueller e i suoi assistenti hanno scoperchiato una quantità impressionante d’illegalità e leggerezze. L’indagine ha fatto partire mille inchieste parallele. Ha contribuito a far arrestare, processare e infine condannare persone molto vicine al Presidente, a partire dal primo coordinatore della sua campagna elettorale, Paul Manafort, condannato già a otto anni di carcere e con altri capi di accusa ancora da giudicare. Questa prima, stringatissima sintesi del rapporto ci dice inoltre che Mueller non ritiene di poter scagionare pienamente il Presidente da un’accusa gravissima: quella di aver cercato di ostacolare il corso della giustizia. Trump insomma esce temporaneamente vincitore e il sistema di pesi e contrappesi della democrazia statunitense mostra una volta ancora la sua solidità. Al contempo, però, la fragilità di questa democrazia – il livello d’inquinamento e corruzione delle sue istituzioni, a partire da quella presidenziale – si rivela ancora una volta in tutta la sua pienezza.

Il Giornale di Brescia, 27 marzo 2019

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