Mario Del Pero

Archivio mensile: aprile 2019

Le primarie democratiche

Con la discesa in campo dell’ex vice-Presidente Joe Biden si va completando il quadro dei candidati democratici che concorreranno alle primarie dell’anno prossimo. Gli aspiranti a sfidare Trump, che si confronteranno nei primi dibattiti televisivi già a fine giugno, hanno ormai superato la ventina. Cosa ci dice tutto ciò del partito democratico e delle sue possibilità di riconquistare la presidenza l’anno prossimo? E perché queste affollatissime primarie sono indicative tanto dei punti di forza quanto delle fragilità dei democratici? Tre sono le considerazioni da fare.

La prima è che il ventaglio di candidati e candidate riflette il ricco pluralismo del partito democratico statunitense. In termini di anagrafe, genere, razza e, sì, anche sessualità i venti e più candidati rappresentano e portano a sintesi le mille diversità dell’America contemporanea: ne sussumono la composita ricchezza; ne rispecchiano la complessa e sempre cangiante eterogeneità. Dal 37enne omosessuale Pete Buttigieg al 77enne socialista Sanders, dalla senatrice Warren al giovane ex sindaco ispanico di San Antonio, Julian Castro, da Kamala Harris (afroamericana di origine indiana e giamaicana) al texano Beto O’Rourke fino ad arrivare a Biden, nessuna delle Americhe che fanno (e faranno) l’America pare mancare. E il contrasto con le primarie repubblicane del 2016 – limitate di fatto solo a candidati maschi, bianchi, eterosessuali, over-45 – ci dice moltissimo della distanza esistente oggi tra i due partiti.

E questo ci porta alla seconda considerazione. Quest’ampia partecipazione è dovuta sia al fatto che tutti vogliono sconfiggere Trump (e, vista la sua strutturale debolezza, pensano di poterlo fare) sia alla sparizione tra i democratici di un centro federatore: di un establishment capace d’imporre, come con Hillary Clinton nel 2016, la sua posizione a una base sempre più attiva e politicamente volatile. Trump è considerato, comprensibilmente, una minaccia esistenziale per la democrazia statunitense. I conflitti d’interessi che porta con sé, la sua imbarazzante incultura democratica, la sua ostentata volgarità, la sua acclarata incompetenza: tutto concorre a renderlo simbolo e agente di un degrado civile e politico senza precedenti. Ma Trump è tanto pericoloso quanto potenzialmente debole. Quel 40% di elettori (e 90% di repubblicani) che lo sostiene a prescindere rappresenta la polizza che gli ha permesso fino ad ora di sopravvivere. È però anche un limite oltre il quale non sembra potersi spingere: nell’America divisa e iper-polarizzata di oggi, la mobilitazione contro Trump, e la reazione a ciò che rappresenta, è ampia e, stando ai sondaggi, maggioritaria. Correre contro Trump sembra insomma portare in dote un capitale che in termini elettorali potrebbe essere di per sé sufficiente (stando a Gallup, negli ultimi due anni il tasso di disapprovazione dell’operato del Presidente non è praticamente mai sceso sotto il 50%).

E però – terzo e ultimo punto – tutto ciò mostra una potenziale debolezza dei democratici. Ricchezza e pluralismo possono tranquillamente trasformarsi in litigiosità e divisione. Ai democratici manca la coesione ideologica e l’omogeneità elettorale dei loro avversari. E, lo si ricordava, manca una leadership capace di guidare e se necessario disciplinare la competizione. Nel 2020, il 90% e più degli elettori repubblicani voterà per Trump, lo sappiamo; la stessa certezza non può esservi invece per i democratici. E di certo non promettono bene queste prime avvisaglie di campagna elettorale, caratterizzate dal riaffiorare di quella profonda frattura tra sinistra e liberal, socialisti e centristi, che già lacerò i democratici tre anni fa e contribuì alla sorprendente vittoria di Trump.

Il Giornale di Brescia, 27 aprile 2019

Il Rapporto Mueller

Il rapporto del procuratore speciale Robert Mueller sulle ingerenze russe nella campagna elettorale del 2016 e sulle torbide relazioni tra Mosca e Trump è finalmente disponibile. Certo, alcune parti sono ancora coperte da segrete (circa il 10% del documento), ma il quadro che ne è emerge è oggi chiaro. Non vi è prova che la Russia e il team del Presidente abbiano collaborato nei mesi precedenti il voto; acclarati – e descritti in dettaglio – sono però sia l’impegno russo nell’aiutare Trump sia la frequenti sollecitazioni a farlo da parte di quest’ultimo e di numerosi figure a lui vicine. Evidente, secondo il rapporto, è stato inoltre il tentativo di Trump di ostacolare il corso dell’inchiesta, manifestatosi in particolare con la sua reiterata richiesta di sollevare Mueller dall’incarico. Il procuratore non si pronuncia sulla possibilità ultima d’incriminare il Presidente per ostruzione della giustizia e rimanda la questione al Congresso. La sua posizione appare però netta così come inequivoca e severa è la denuncia dell’operato di Trump.

In tempi normali questo sarebbe stato un colpo devastante per il Presidente e la sua amministrazione. Il rapporto Mueller ci dice che è stato eletto grazie all’aiuto, forse decisivo, di una potenza straniera (e di uno dei principali nemici degli Usa); che questo aiuto lui e il suo entourage lo hanno reiteratamente richiesto; che il Presidente ha cercato con tutti i mezzi, legali e non, di bloccare l’inchiesta. Dal rapporto esce l’immagine di una Casa Bianca disfunzionale e mal gestita, lacerata da conflitti interni e dalla costante necessità di contenere il Presidente e far fronte alle sue incessanti menzogne.

I tempi però normali non sono. Trump fa un sospiro di sollievo, che ha comunque evitato l’incriminazione. Senatori e deputati repubblicani abbassano il capo, consapevoli di non poter sfidare un Presidente che continua a raccogliere l’entusiastico sostegno del 90% dei loro elettori (e in un recente sondaggio del Washington Post solo il 30% degli intervistati repubblicani ha dichiarato di credere a una delle conclusioni meno controverse del rapporto ossia che la Russia abbia cercato di condizionare l’esito del voto del 2016).

La strada di un impeachment che richiederebbe una massiccia defezione repubblicana al Senato non è pertanto praticabile. Nei mesi che ci separano dalle presidenziali del novembre 2020 se ne continuerà a parlare, nelle commissioni competenti della Camera oggi controllata dai democratici e nelle tante indagini parallele (sono ben 14) che l’inchiesta Mueller ha generato. Ma solo il voto ci dirà se questa America così polarizzata riuscirà a liberarsi di Donald Trump.

Il Giornale di Brescia, 20 aprile 2019

70 anni di Alleanza Atlantica

Qualche giorno fa l’Alleanza Atlantica ha celebrato il suo settantesimo anniversario. Un compleanno in tono minore, quello della NATO. Al di là della retorica di circostanza, l’alleanza non versa infatti in grandi condizioni e con Trump le tensioni tra gli Stati Uniti l’Europa paiono avere raggiunto un nuovo picco. Come si spiegano queste difficoltà? E come si spiega la resilienza di un’organizzazione capace di sopravvivere a diverse crisi e alla fine stessa di quel sistema internazionale, la Guerra Fredda, a cui deve la sua genesi?

Nella odierna crisi dell’Alleanza Atlantica convergono diversi fattori di lungo periodo che il contesto odierno sembra esasperare. Vi è l’evidente logoramento dei codici e valori dell’atlantismo: di una lingua atlantica liberale e moderatamente progressista scomparsa con la fine della Guerra Fredda. Prevalgono oggi discorsi sovranisti e nazionalisti, incarnati in forma finanche parossistica da Trump, o alternative transnazionali nelle quali la dimensione atlantica è marginale (è il caso del neo-europeismo macroniano) o declinata in forme puramente anglo-americane (come nei velleitari progetti di Boris Johnson & co). La fatica ideologica dell’atlantismo si combina con trasformazioni geopolitiche globali che riducono l’importanza dello spazio euro-americano ovvero inducono gli Stati Uniti a ripensare le loro priorità strategiche. Le difficoltà della NATO sono in una certa misura una funzione del suo successo. Non vi è oggi ambito securitario maggiormente istituzionalizzato di quello transatlantico. La sfida cinese nell’Asia-Pacifico, invece, obbliga Washington a ridefinire le proprie priorità: a ridurre il suo ruolo dentro l’Alleanza Atlantica – chiedendo ai propri alleati un maggiore impegno – per concentrarsi su un teatro, quello transpacifico, dove nulla di comparabile alla NATO esiste e dove gli Usa hanno solo una rete di alleanze bilaterali. La crisi della Comunità Atlantica riflette qui il decrescente impegno del soggetto egemone e federatore, gli USA, e l’incapacità degli altri attori di surrogarlo. E questo ci porta alla terza criticità: l’asimmetria di un’alleanza militare dentro la quale vi è uno scarto macroscopico di capacità militari tra la potenza leader, gli Usa, e le altre. Un’asimmetria che si è acuita con la fine della Guerra Fredda, e che alimenta acrimonie e tensioni tra le due parti, come abbiamo visto sia con Obama sia con Trump, due amministrazioni radicalmente diverse, ma accomunate dalla richiesta ai partner europei di aumentare le spese militari e contribuire maggiormente alla difesa comune.

E allora perché questa NATO sopravvive e, a dispetto di tante previsioni, celebra quest’ennesimo anniversario? Una facile spiegazione burocratica è che organizzazioni simili sviluppano nel tempo una sorta di resilienza istituzionale che permette loro di reggere qualsiasi pressione politica. E in effetti, se analizziamo la macchina atlantica in azione, scopriamo che in questi ultimi due anni essa ha proceduto con una sorta di pilota automatico, mettendo in atto i suoi piani a dispetto delle critiche sempre più pesanti che le venivano mosse da Trump. Ma per capire la sopravvivenza della NATO forse è utile tornare alla massima attribuita al primo Segretario Generale dell’organizzazione Lord Ismay, secondo la quale essa sarebbe servita a “tenere dentro gli americani, fuori i russi e sotto i tedeschi” (to keep the Americans in, the Russians out and the Germans down). E obbligare gli Usa a garantire la sicurezza dei loro alleati europei, contenere il nuovo espansionismo russo ed evitare una Germania egemone non solo economicamente, ma anche militarmente, continua a dare un senso all’esistenza della NATO e a spiegarne in ultimo la sopravvivenza.

Il Giornale di Brescia, 8 aprile 2019