Mario Del Pero

Le primarie democratiche

Con la discesa in campo dell’ex vice-Presidente Joe Biden si va completando il quadro dei candidati democratici che concorreranno alle primarie dell’anno prossimo. Gli aspiranti a sfidare Trump, che si confronteranno nei primi dibattiti televisivi già a fine giugno, hanno ormai superato la ventina. Cosa ci dice tutto ciò del partito democratico e delle sue possibilità di riconquistare la presidenza l’anno prossimo? E perché queste affollatissime primarie sono indicative tanto dei punti di forza quanto delle fragilità dei democratici? Tre sono le considerazioni da fare.

La prima è che il ventaglio di candidati e candidate riflette il ricco pluralismo del partito democratico statunitense. In termini di anagrafe, genere, razza e, sì, anche sessualità i venti e più candidati rappresentano e portano a sintesi le mille diversità dell’America contemporanea: ne sussumono la composita ricchezza; ne rispecchiano la complessa e sempre cangiante eterogeneità. Dal 37enne omosessuale Pete Buttigieg al 77enne socialista Sanders, dalla senatrice Warren al giovane ex sindaco ispanico di San Antonio, Julian Castro, da Kamala Harris (afroamericana di origine indiana e giamaicana) al texano Beto O’Rourke fino ad arrivare a Biden, nessuna delle Americhe che fanno (e faranno) l’America pare mancare. E il contrasto con le primarie repubblicane del 2016 – limitate di fatto solo a candidati maschi, bianchi, eterosessuali, over-45 – ci dice moltissimo della distanza esistente oggi tra i due partiti.

E questo ci porta alla seconda considerazione. Quest’ampia partecipazione è dovuta sia al fatto che tutti vogliono sconfiggere Trump (e, vista la sua strutturale debolezza, pensano di poterlo fare) sia alla sparizione tra i democratici di un centro federatore: di un establishment capace d’imporre, come con Hillary Clinton nel 2016, la sua posizione a una base sempre più attiva e politicamente volatile. Trump è considerato, comprensibilmente, una minaccia esistenziale per la democrazia statunitense. I conflitti d’interessi che porta con sé, la sua imbarazzante incultura democratica, la sua ostentata volgarità, la sua acclarata incompetenza: tutto concorre a renderlo simbolo e agente di un degrado civile e politico senza precedenti. Ma Trump è tanto pericoloso quanto potenzialmente debole. Quel 40% di elettori (e 90% di repubblicani) che lo sostiene a prescindere rappresenta la polizza che gli ha permesso fino ad ora di sopravvivere. È però anche un limite oltre il quale non sembra potersi spingere: nell’America divisa e iper-polarizzata di oggi, la mobilitazione contro Trump, e la reazione a ciò che rappresenta, è ampia e, stando ai sondaggi, maggioritaria. Correre contro Trump sembra insomma portare in dote un capitale che in termini elettorali potrebbe essere di per sé sufficiente (stando a Gallup, negli ultimi due anni il tasso di disapprovazione dell’operato del Presidente non è praticamente mai sceso sotto il 50%).

E però – terzo e ultimo punto – tutto ciò mostra una potenziale debolezza dei democratici. Ricchezza e pluralismo possono tranquillamente trasformarsi in litigiosità e divisione. Ai democratici manca la coesione ideologica e l’omogeneità elettorale dei loro avversari. E, lo si ricordava, manca una leadership capace di guidare e se necessario disciplinare la competizione. Nel 2020, il 90% e più degli elettori repubblicani voterà per Trump, lo sappiamo; la stessa certezza non può esservi invece per i democratici. E di certo non promettono bene queste prime avvisaglie di campagna elettorale, caratterizzate dal riaffiorare di quella profonda frattura tra sinistra e liberal, socialisti e centristi, che già lacerò i democratici tre anni fa e contribuì alla sorprendente vittoria di Trump.

Il Giornale di Brescia, 27 aprile 2019

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