Mario Del Pero

70 anni di Alleanza Atlantica

Qualche giorno fa l’Alleanza Atlantica ha celebrato il suo settantesimo anniversario. Un compleanno in tono minore, quello della NATO. Al di là della retorica di circostanza, l’alleanza non versa infatti in grandi condizioni e con Trump le tensioni tra gli Stati Uniti l’Europa paiono avere raggiunto un nuovo picco. Come si spiegano queste difficoltà? E come si spiega la resilienza di un’organizzazione capace di sopravvivere a diverse crisi e alla fine stessa di quel sistema internazionale, la Guerra Fredda, a cui deve la sua genesi?

Nella odierna crisi dell’Alleanza Atlantica convergono diversi fattori di lungo periodo che il contesto odierno sembra esasperare. Vi è l’evidente logoramento dei codici e valori dell’atlantismo: di una lingua atlantica liberale e moderatamente progressista scomparsa con la fine della Guerra Fredda. Prevalgono oggi discorsi sovranisti e nazionalisti, incarnati in forma finanche parossistica da Trump, o alternative transnazionali nelle quali la dimensione atlantica è marginale (è il caso del neo-europeismo macroniano) o declinata in forme puramente anglo-americane (come nei velleitari progetti di Boris Johnson & co). La fatica ideologica dell’atlantismo si combina con trasformazioni geopolitiche globali che riducono l’importanza dello spazio euro-americano ovvero inducono gli Stati Uniti a ripensare le loro priorità strategiche. Le difficoltà della NATO sono in una certa misura una funzione del suo successo. Non vi è oggi ambito securitario maggiormente istituzionalizzato di quello transatlantico. La sfida cinese nell’Asia-Pacifico, invece, obbliga Washington a ridefinire le proprie priorità: a ridurre il suo ruolo dentro l’Alleanza Atlantica – chiedendo ai propri alleati un maggiore impegno – per concentrarsi su un teatro, quello transpacifico, dove nulla di comparabile alla NATO esiste e dove gli Usa hanno solo una rete di alleanze bilaterali. La crisi della Comunità Atlantica riflette qui il decrescente impegno del soggetto egemone e federatore, gli USA, e l’incapacità degli altri attori di surrogarlo. E questo ci porta alla terza criticità: l’asimmetria di un’alleanza militare dentro la quale vi è uno scarto macroscopico di capacità militari tra la potenza leader, gli Usa, e le altre. Un’asimmetria che si è acuita con la fine della Guerra Fredda, e che alimenta acrimonie e tensioni tra le due parti, come abbiamo visto sia con Obama sia con Trump, due amministrazioni radicalmente diverse, ma accomunate dalla richiesta ai partner europei di aumentare le spese militari e contribuire maggiormente alla difesa comune.

E allora perché questa NATO sopravvive e, a dispetto di tante previsioni, celebra quest’ennesimo anniversario? Una facile spiegazione burocratica è che organizzazioni simili sviluppano nel tempo una sorta di resilienza istituzionale che permette loro di reggere qualsiasi pressione politica. E in effetti, se analizziamo la macchina atlantica in azione, scopriamo che in questi ultimi due anni essa ha proceduto con una sorta di pilota automatico, mettendo in atto i suoi piani a dispetto delle critiche sempre più pesanti che le venivano mosse da Trump. Ma per capire la sopravvivenza della NATO forse è utile tornare alla massima attribuita al primo Segretario Generale dell’organizzazione Lord Ismay, secondo la quale essa sarebbe servita a “tenere dentro gli americani, fuori i russi e sotto i tedeschi” (to keep the Americans in, the Russians out and the Germans down). E obbligare gli Usa a garantire la sicurezza dei loro alleati europei, contenere il nuovo espansionismo russo ed evitare una Germania egemone non solo economicamente, ma anche militarmente, continua a dare un senso all’esistenza della NATO e a spiegarne in ultimo la sopravvivenza.

Il Giornale di Brescia, 8 aprile 2019

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