Mario Del Pero

Il Rapporto Mueller

Il rapporto del procuratore speciale Robert Mueller sulle ingerenze russe nella campagna elettorale del 2016 e sulle torbide relazioni tra Mosca e Trump è finalmente disponibile. Certo, alcune parti sono ancora coperte da segrete (circa il 10% del documento), ma il quadro che ne è emerge è oggi chiaro. Non vi è prova che la Russia e il team del Presidente abbiano collaborato nei mesi precedenti il voto; acclarati – e descritti in dettaglio – sono però sia l’impegno russo nell’aiutare Trump sia la frequenti sollecitazioni a farlo da parte di quest’ultimo e di numerosi figure a lui vicine. Evidente, secondo il rapporto, è stato inoltre il tentativo di Trump di ostacolare il corso dell’inchiesta, manifestatosi in particolare con la sua reiterata richiesta di sollevare Mueller dall’incarico. Il procuratore non si pronuncia sulla possibilità ultima d’incriminare il Presidente per ostruzione della giustizia e rimanda la questione al Congresso. La sua posizione appare però netta così come inequivoca e severa è la denuncia dell’operato di Trump.

In tempi normali questo sarebbe stato un colpo devastante per il Presidente e la sua amministrazione. Il rapporto Mueller ci dice che è stato eletto grazie all’aiuto, forse decisivo, di una potenza straniera (e di uno dei principali nemici degli Usa); che questo aiuto lui e il suo entourage lo hanno reiteratamente richiesto; che il Presidente ha cercato con tutti i mezzi, legali e non, di bloccare l’inchiesta. Dal rapporto esce l’immagine di una Casa Bianca disfunzionale e mal gestita, lacerata da conflitti interni e dalla costante necessità di contenere il Presidente e far fronte alle sue incessanti menzogne.

I tempi però normali non sono. Trump fa un sospiro di sollievo, che ha comunque evitato l’incriminazione. Senatori e deputati repubblicani abbassano il capo, consapevoli di non poter sfidare un Presidente che continua a raccogliere l’entusiastico sostegno del 90% dei loro elettori (e in un recente sondaggio del Washington Post solo il 30% degli intervistati repubblicani ha dichiarato di credere a una delle conclusioni meno controverse del rapporto ossia che la Russia abbia cercato di condizionare l’esito del voto del 2016).

La strada di un impeachment che richiederebbe una massiccia defezione repubblicana al Senato non è pertanto praticabile. Nei mesi che ci separano dalle presidenziali del novembre 2020 se ne continuerà a parlare, nelle commissioni competenti della Camera oggi controllata dai democratici e nelle tante indagini parallele (sono ben 14) che l’inchiesta Mueller ha generato. Ma solo il voto ci dirà se questa America così polarizzata riuscirà a liberarsi di Donald Trump.

Il Giornale di Brescia, 20 aprile 2019

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