Mario Del Pero

Archivio mensile: maggio 2019

Guerre commerciali, calcoli elettorali e impraticabili unilateralismi

Nessuno, è ovvio, ha da guadagnare da un prolungato conflitto commerciale tra i due giganti dell’ordine globale corrente, Cina e Stati Uniti. Checché ne dica Donald Trump, nessuno può uscirne vincitore: troppe profonde sono le interdipendenze che legano le due parti; troppo intrecciati i loro interessi. E però l’escalation dello scontro è un’ipotesi tutt’altro che irrealistica. La storia ci ricorda sempre che la politica non è il regno della razionalità: emozioni, pregiudizi e tangibili, ancorché miopi, interessi elettorali possono sempre condizionare scelte e decisioni. La Cina serve agli Stati Uniti e gli Stati Uniti servono alla Cina, lo sappiamo. Pechino offre alla controparte vari elementi: merci a basso costo di cui si nutre la società statunitense dei consumi a debito e inflazione costante; acquisti di titoli del Tesoro che la Cina ha accumulato senza sosta; opportunità d’investimento, di delocalizzazione della produzione e di alti profitti a tante imprese americane. Ma la Cina ottiene in cambio moltissimo: un mercato vorace che ne ha trainato la crescita; una valuta tenuta artificialmente bassa tesaurizzando dollari e che le permette di drogare ancor più la sua competitività; un’integrazione economica attraverso cui avere accesso a tecnologie sofisticate.

Entrambe le parti hanno più torti che ragioni. La Cina ha cavalcato spregiudicatamente la situazione, approfittando di standard duali in materia di sussidi alle imprese o di effettiva apertura del proprio mercato. Negli ultimi anni Pechino ha assunto una posizione sempre più assertiva in Asia sfidando esplicitamente l’egemonia statunitense, cercando di proporre un modello alternativo d’integrazione economica regionale e rafforzandosi militarmente (le spese cinesi nella Difesa sono rimaste invariate rispetto al PIL, circa il 2%, crescendo così a ritmi del 5/10% annuo). Gli Usa hanno sopravvalutato i possibili riverberi politici dell’integrazione cinese nel sistema economico globale che negli auspici avrebbe dovuto garantire l’apertura e parziale democratizzazione della Cina; e hanno a lungo goduto dei tanti vantaggi garantiti da una relazione asimmetrica come quella sino-statunitense, che garantiva appunto consumi a costi bassi e costanti nonché profitti facili.

E però soluzioni unilaterali o bilaterali non esistono. Ovvero rischiano di scatenare un domino senza fine. Trump, è evidente, cerca di sfruttare i buoni risultati di una crescita alimentata da deficit crescenti per alzare la soglia dello scontro. Lo fa per ideologia, che il suo nazionalismo non contempla le forme d’interdipendenza che connotano le relazioni internazionali di oggi. Lo fa per ignoranza, che non riesce a uscire dagli schemi binari secondo i quali un passivo commerciale è ipso facto una sconfitta. Lo fa, soprattutto, per calcolo elettorale, consapevole che una certa ostilità alla Cina, che talora tracima in vera e propria sinofobia, è oggi popolare negli Usa e finanche trasversale politicamente, come evidenziato dai tanti apprezzamenti democratici alla linea della fermezza. Sa, il Presidente statunitense, che gli eventuali contraccolpi economici dello scontro non si manifesteranno al consumatore statunitense prima del voto del 2020. Sogna, in altre parole, una campagna elettorale dominata dal tema della sleale concorrenza cinese, magari conto un avversario come Biden accusabile di averla sottovalutata o addirittura agevolata. Gioca però col fuoco, come la ferma reazione cinese ben evidenzia. Nell’intreccio sino-statunitense, gli Usa non si trovano affatto in una posizione di forza incontestata. E l’unilateralismo nazionalista di Trump è probabilmente l’approccio meno adeguato – politicamente e intellettualmente – per confrontarsi con le sfide dell’interdipendenza.

Il Giornale di Brescia, 17 maggio 2019