Mario Del Pero

PRIMARIES

 

A fine mese vi saranno i primi dibattiti tra i candidati alle primarie democratiche. Saranno divisi su due serate, con dieci candidati in ciascuna serata (4 per il momento restano esclusi; http://nymag.com/…/2020-democratic-debates-which-candidates…). Il Comitato Nazionale Democratico (DNC) aveva imposto delle regole – fissando delle soglie minime nei sondaggi e/o nei finanziamenti – per evitare un sovraffollamento che comunque vi è stato. Anche per questo, le regole sono state modificate e rese più rigide : per essere ammessi ai dibattiti autunnali si dovrà avere ottenuto più di 130mila finanziamenti individuali in almeno 20 stati e superare il 2% in almeno 4 sondaggi qualificanti tra quelli, nazionali o statali, individuati dal DNC (https://www.nytimes.com/…/poli…/democratic-debate-rules.html). Allo stato attuale si possono fare due considerazioni preliminari.

La prima è che Biden ha deciso di promuovere una campagna diversa che sembra voler deliberatamente sfidare l’assunto – consolidato ma non sempre dimostrato – secondo il quale ci si deve spostare molto a sinistra per intercettare l’elettorato delle primarie. Intendiamoci, in termini di proposta politica anche Biden fa oggi propri – dalla sanità ai diritti civili – temi e proposte che sono decisamente più radicali rispetto a qualche anno fa. E però Biden rivendica, per molti aspetti a ragione, il lascito decisamente progressista delle due presidenze Obama (e si appropria così del retaggio e dell’immagine di un Presidente che tra nella base democratica rimane straordinariamente popolare: qualche mese fa Pew pubblicò un sondaggio secondo il quale per una maggioranza degli americani – nettissima tra i dems – Obama è stato il miglior Presidente della loro vita, cfr. fig.1 e 2). Biden fa inoltre leva su alcuni dati che a volte dimentichiamo e che sembrano tracciare un solco tra l’elettorato reale e la blog/twitter/facebook–sfera alquanto referenziale e non poco DC-centrica: secondo diversi sondaggi l’elettore medio dei democratici è assai più anziano, moderato e con un livello d’istruzione meno alto di quanto non si pensi comunemente (https://www.catalist.us/news-inn…/the-democratic-electorate/). Alle elezioni di mid-term del 2018 – quelle della Ocasio-Cortez e della grande mobilitazione dei giovani – gli over 50 hanno costituito ben il 56% dei votanti democratici contro l’appena 29% degli under-40. Prendete il voto ai caucus democratici dell’Iowa del 2016: ben due terzi dei votanti erano over 45, la metà non aveva un college degree, solo il 28% si definiva “very liberal”, la stessa percentuale di chi si definiva invece “moderate” (https://www.washingtonpost.com/…/primar…/iowa-entrance-poll/?).

E però quella di Biden è una bella scommessa, come ricorda anche il Politico in un articolo di un paio di giorni fa (https://www.politico.com/…/joe-biden-democrats-2020-strateg…). Perché punta in fondo su una campagna giocata tutta sulla difensiva, come evidenziato anche dalla decisione di Biden di non partecipare ai primi eventi che coinvolgono i candidati, in Iowa e altrove. E perché rischia di creare condizioni “clintoniane” nella eventuale successiva corsa alla Presidenza. I sondaggi gli danno per il momento ragione e dopo l’annuncio che avrebbe participato alle primarie ha addirittura aumentato il suo vantaggio sugli altri (https://www.realclearpolitics.com/epolls/latest_polls/). Ma sono dati che lasciano oggi il tempo che trovano, ovviamente. Quel che ci dicono è che superata l’estate e i primi dibattiti, il numero di candidati davvero competitivi si ridurrà drasticamente. Un po’ è in realtà già avvenuto: se osserviamo i sondaggi di Iowa e New Hampshire (Fig. 3 e 4), vediamo un pattern abbastanza coerente: c’è un frontrunner, Biden, con delle evidenti debolezze, non ultimo legate all’anagrafe (queste campagne ammazzano un toro e Biden ha pur i suoi 76 anni); un primo inseguitore a sua volta alquanto âgé, Sanders, che a volte sembra un po’ un disco rotto e che sembra soffrire una competizione nella quale non può più monopolizzare come nel 2016 il malcontento anti-establishment; seguono Elizabeth Warren che sta conoscendo una straordinaria metamorfosi (la campagna elettorale evidentemente le piace) da semplice, ancorché aggressiva, tecnocrate/policy wonk di sinistra a candidata trascinante e non poco carismatica, e Pete Buttigieg, con la sua competente ed efficace pacatezza e con un messaggio che riesce al tempo stesso a essere colto e diretto (pure Jennifer Rubin sul Post ha riconosciuto i meriti di Warren e Buttigieg, che a dire il vero farebbero davvero un ticket notevole:https://www.washingtonpost.com/…/why-buttigieg-warren-are…/…). Gli altri sembrano già staccati, anche se Harris e O’Rourke (più la prima a dire il vero) stanno cercando di rimanere nel pack e Booker, a quanto pare, ha costruito una macchina elettorale forte in Iowa. Certo è che comparando Warren a Harris o Buttigieg a O’Rourke sembrano davvero esserci due mondi, in termini di capacità comunicativa, sofisticatezza retorica, sostanza politica e precisione d’analisi.

No photo description available.
No photo description available.
Image may contain: text
No photo description available.

Lascio un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.